Quando la liquidità scarseggia, l’innovazione trova strade nuove. È quanto sta accadendo nel mercato secondario del private equity, sempre più utilizzato da grandi investitori per far fronte all’illiquidità e per ribilanciare le proprie esposizioni in un contesto di forte discontinuità. Crescita a doppia cifra, interesse istituzionale e innovazioni strutturali ne fanno un’opzione strategica di primo piano. Ce ne parla Edouard Boscher, Head of Private Equity di Carmignac.
Dalla nicchia all’eccellenza operativa
Il mercato secondario del private equity ha conosciuto un’evoluzione profonda: da segmento residuale destinato a operatori in uscita forzata o a liquidazioni opportunistiche, si è trasformato in un ecosistema fiorente e strutturato.
“Alla base di questa trasformazione – spiega Boscher – vi è la risposta a una fragilità strutturale: l’illiquidità tipica dei fondi chiusi, che vincolano il capitale per periodi superiori ai 7-10 anni. Originariamente concepito come meccanismo di smobilizzo per investitori che necessitavano liquidità prima del termine dei fondi, il mercato secondario ha costruito progressivamente un’infrastruttura autonoma, con attori specializzati, strutture dedicate e pricing sempre più sofisticato. Oggi rappresenta un segmento funzionale e sinergico rispetto ai fondi primari, in grado di rispondere a logiche di ribilanciamento dinamico e gestione attiva del rischio”.
Numeri record e crescita strutturale
Il 2024 ha segnato un nuovo punto di svolta per il mercato secondario globale del private equity, che ha raggiunto un volume di transazioni record di 160 miliardi di dollari, in netta crescita rispetto ai 114 miliardi del 2023 e ai 103 miliardi del 2022.
“Il dato è ancor più significativo se si considera il tasso di crescita annuo composto (CAGR) del 18% negli ultimi dieci anni – commenta l’esperto di Carmignac – che supera persino il già solido 15% del mercato primario. Questa traiettoria espansiva è sostenuta da un mix di fattori: da un lato, l’interesse crescente degli investitori per soluzioni più liquide nel comparto private; dall’altro, la maggiore maturità operativa del mercato stesso, che ha saputo dotarsi di standard professionali, trasparenza nei meccanismi di determinazione del valore e piattaforme di intermediazione sempre più efficienti.
L’impatto del contesto macro: stretta monetaria e pressione sugli LP
Il nuovo regime macroeconomico, caratterizzato da tassi d’interesse più elevati e da un rallentamento delle exit tradizionali tramite IPO o M&A, ha prodotto effetti tangibili sulle strategie di uscita dei General Partner (GP).
“Le exit sono rallentate e i periodi di detenzione delle partecipazioni si sono allungati ben oltre i cicli di vita originari dei fondi – osserva l’esperto della casa di gestione parigina – generando degli effetti a catena. In pirmo luogo, i Limited Partner (LP) si trovano a fronteggiare ritardi nelle distribuzioni, che impattano sulla loro capacità di onorare nuovi impegni. In secondo luogo vi è l’effetto denominatore, per via del quake delle quotazioni nei mercati pubblici fa aumentare automaticamente la percentuale di private equity nei portafogli multi-asset. Questo squilibrio ha spinto numerosi LP a ricorrere con crescente frequenza ai mercati secondari, non più come valvola d’emergenza, ma come componente ordinaria della gestione di portafoglio”.
Una nuova strategia per i portafogli istituzionali
Ciò che sorprende non è soltanto la dimensione raggiunta dal mercato, ma la natura qualitativa del suo utilizzo. Sempre più investitori, infatti, non vedono nelle transazioni secondarie un’opzione di ultima istanza, ma un vero e proprio strumento strategico.
“È il caso emblematico di CalPERS, il più grande fondo pensione pubblico americano, che ha istituito un programma di secondari nel 2022 e che è oggi attivo sia sul lato acquisti che vendite. Il private equity secondario consente una riallocazione flessibile del capitale, una selezione mirata delle esposizioni e un’accelerazione della gestione dei ritorni, spesso con una visibilità maggiore rispetto ai fondi primari. L’orientamento strategico degli LP si riflette nei numeri: secondo McKinsey, entro il 2025 il numero di investitori che indicheranno l’intenzione di cedere quote in secondario sarà 2,5 volte superiore al 2019. La gestione attiva del ciclo di vita degli investimenti è ora una priorità, e i secondari sono la leva che consente di realizzarla”.
Il futuro dei secondari passa per innovazione e accessibilità
Il mercato secondario del private equity non solo cresce, ma si trasforma. Le proiezioni di Bain & Company indicano un volume annuo che potrebbe superare i 200 miliardi di dollari entro il 2025. Non si tratta solo di numeri: il mercato sta evolvendo in termini di strutture contrattuali, meccanismi di determinazione dei prezzi, e soprattutto accessibilità.
“I modelli evergreen come quello proposto con la nostra strategia evergreen – spiega Boscher – rappresentano un’innovazione rilevante: coniugano esposizione a portafogli selezionati sul secondario con una maggiore liquidabilità per l’investitore. Questi strumenti mirano a democratizzare l’accesso al private equity, estendendo la platea potenziale oltre gli investitori ultra-qualificati, senza rinunciare al rigore selettivo. Con la maturazione del mercato, ci si attende un’ulteriore integrazione dei secondari nelle architetture patrimoniali complesse, rafforzandone il ruolo come strumento stabile, efficiente e adattabile al mutare dei contesti”.
Per maggiori informazioni si prega di fare riferimento alla pagina del fondo Carmignac Private Evergreen

