Per operare in un contesto internazionale in quanto attori di un cambiamento sociale duraturo serve continuità. È questa la parola chiave che descrive le attività su scala globale di Fondazione l’Albero della Vita ETS, così come raccontato da Elena Penco, Deputy Head of Programmes. We Wealth l’ha incontrata.
La Fondazione, nata nel 1997 in Italia, ma operante al di fuori dei confini nazionali da più di 15 anni, nel 2025 prosegue con determinazione la propria azione in contesti diversi del mondo, rafforzando la presenza nelle aree in cui è già attiva da tempo. Quali?
“In Ucraina, per esempio, come conseguenza allo scoppio del conflitto non ci siamo limitati a fornire aiuti immediati. Abbiamo lavorato con partner locali, comunità e istituzioni per costruire un modello di sostegno sostenibile, mettendo al centro l’educazione come leva fondamentale di sviluppo e inclusione socioeconomica. Ma l’impegno di FADV va ben oltre i confini europei. In Kenya, ad esempio, la Fondazione (qui attiva dal 2010) ha completato il secondo anno del progetto RISE, sostenuto dall’ Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), per garantire accesso equo a istruzione, salute e inclusione socio-lavorativa. L’obiettivo è creare percorsi formativi reali e opportunità occupazionali per i giovani più vulnerabili, in collaborazione con scuole, università e imprese locali e italiane. In parallelo, con il progetto ‘Empowering Girls to Realize Their Rights’, è stato inaugurato il nuovo centro Rescue Dada a Nairobi, uno spazio sicuro per bambine vittime di violenza. Un luogo che rappresenta una seconda possibilità per minori sopravvissute a sfruttamento, abuso e povertà estrema”.
La Fondazione è attiva anche in Asia e in America Latina?
“Esatto, siamo presenti in India e in Bangladesh per garantire accesso equo all’istruzione. In India, nello specifico, nei distretti del West Bengal e Assam FADV porta avanti un Programma di Sostegno a Distanza che integra educazione, salute e nutrizione, contrastando l’abbandono scolastico attraverso il supporto diretto alle famiglie. In Bangladesh è in corso la seconda fase di un progetto dedicato alle comunità Dalit, mentre in Perù si lavora con le ragazze per rafforzarne l’autodeterminazione attraverso percorsi formativi su uguaglianza di genere, salute sessuale e diritti umani”.
Non solo continuità, tuttavia, ma anche visione è ciò che serve per investire in un futuro possibile e non solo rispondere a un grido d’aiuto…
“Proprio così. Negli ultimi mesi la Fondazione si è aperta a nuove regioni, dalla Colombia al Niger. La migrazione è un tema trasversale ai nostri progetti. Nel paese sudamericano, ad esempio, abbiamo avviato interventi per la protezione dei migranti venezuelani ed entro la fine del 2025 partirà un grande programma di formazione e inserimento lavorativo per i giovani più vulnerabili. Con un’attenzione particolare alle donne migranti, che spesso affrontano una doppia discriminazione”.
Viene spontaneo domandarsi, di fronte all’immensità delle sfide che ci circondano, come il singolo possa ancora lasciare un segno e non cedere alla sopraffazione e all’impotenza che pervadono questi tempi inquieti…
“Negli anni ho compreso che il ruolo della società civile è cruciale: non possiamo arretrare, nemmeno nei momenti in cui il clima politico sembra favorire odio, esclusione o sopraffazione. È proprio in quei contesti che diventa ancora più importante essere presenti, coerenti e determinati nel promuovere diritti, equità e giustizia sociale”.

