L’estate 2025 ha segnato un passaggio critico per l’industria biofarmaceutica globale. Tra tariffe settoriali minacciate fino al 250% e l’imposizione della politica dei prezzi della “nazione più favorita”, la pressione sui colossi del farmaco è diventata un banco di prova per il futuro della ricerca. Se da un lato gli accordi commerciali hanno offerto margini di respiro, dall’altro le lettere inviate alle multinazionali americane hanno imposto nuovi vincoli di trasparenza e di competitività.
Un equilibrio fragile, che nasconde però opportunità per chi è capace di andare oltre il rumore, spiegano Daniel Lyons e Luyi Guo, analisti e portfolio manager di Janus Henderson Investors.
Dazi farmaceutici: un tetto più gestibile
Le minacce di dazi fino al 250% annunciate il 5 agosto hanno scosso i mercati, portando l’indice farmaceutico europeo ai minimi quadrimestrali. La misura segnava un salto rispetto al limite precedente del 200%, alimentando l’incertezza immediata e la percezione di volatilità nel breve termine.
L’amministrazione Trump ha però chiarito che eventuali dazi non scatterebbero prima di 12–18 mesi, dando tempo alle aziende di rilocalizzare la produzione. Intanto colossi come AstraZeneca, Eli Lilly e Johnson & Johnson hanno annunciato investimenti fino a 55 miliardi di dollari ciascuno negli Stati Uniti. Anche gli accordi commerciali hanno fissato paletti: con l’UE il tetto è al 15%, con alcuni generici esentati, mentre con Giappone e Regno Unito al 10%.
“I cinque principali partner farmaceutici dell’UE restano un punto di riferimento cruciale – spiega Lyons – e le tariffe a tre cifre andrebbero piuttosto viste come uno strumento per incentivare la delocalizzazione negli Stati Uniti”.
Riforma dei prezzi dei farmaci: la politica MFN
Alla fine di luglio, il presidente Trump ha inviato lettere a 17 grandi multinazionali del farmaco, chiedendo di allineare i prezzi statunitensi a quelli praticati all’estero secondo la politica della “nazione più favorita” (most favourited nation). Le misure comprendono la riduzione dei prezzi nel Medicaid, l’applicazione del modello MFN ai futuri lanci di farmaci su tutti i canali assicurativi e, non meno rilevante, l’invito a bypassare i direttori di farmacia per incentivare la vendita diretta ai consumatori a condizioni più competitive. L’amministrazione ha concesso 60 giorni per adeguarsi, ma non ha ancora definito i criteri di calcolo, lasciando spazio a incertezza e volatilità.
“Inoltre – osserva Guo – Trump ha suggerito che la partita dei prezzi potrebbe intrecciarsi con i negoziati commerciali, un terreno notoriamente complesso che richiede allineamenti strategici difficili da raggiungere in tempi brevi. Una maggiore chiarezza su come la MFNpotrebbe essere implementata contribuirebbe notevolmente a eliminare una fonte di volatilità per il settore”.
Prospettive: bilanciare accessibilità e innovazione
Per molte aziende, il peso del Medicaid nei ricavi attuali è marginale, riducendo l’impatto immediato delle nuove regole. Le applicazioni più ampie della MFN riguardano infatti i futuri lanci di farmaci, lasciando tempo per adattare i modelli commerciali.
In parallelo, l’amministrazione ha chiarito che migliorare l’accessibilità economica non significa soltanto abbassare i prezzi negli Stati Uniti, ma anche spingere altri Paesi a sostenere una quota più equa dei costi dell’innovazione farmaceutica. Ciò consentirebbe di negoziare prezzi più elevati all’estero, restituendo ai pazienti statunitensi i ricavi in eccesso sotto forma di risparmi senza compromettere gli investimenti in ricerca.
“I dazi e le riforme della MFN – concludono gli esperti – non dovrebbero indebolire la capacità delle aziende di innovare e gli investitori possono avere fiducia nella capacità del settore di adattarsi e di tornare a una traiettoria di crescita sostenuta“.

