Frédéric Leroux, Fund Manager presso Carmignac, analizza l’evoluzione del rapporto tra mercati finanziari e intelligenza artificiale, passando dall’entusiasmo iniziale degli investitori ai primi interrogativi sulla sostenibilità economica e sociale della rivoluzione IA.
Dall’euforia dei mercati ai primi segnali di frattura
A novembre 2022, con la presentazione della prima versione di ChatGPT, l’entusiasmo dei mercati azionari per il tema dell’intelligenza artificiale ha iniziato ad accelerare in modo deciso. Gli investitori si sono riversati soprattutto sui fornitori di apparecchiature per i data center, quindi sui produttori di hardware, e sugli hyperscaler1, ossia i grandi gruppi che ne hanno sostenuto la costruzione e l’espansione.
È stato un vero boom globale dell’IA in Borsa, durato fino a ottobre 2025, quando hanno iniziato a emergere le prime divergenze tra i diversi segmenti del settore. Mentre il comparto hardware – tra archiviazione dati e microprocessori – ha continuato a correre, gli sviluppatori software e gli hyperscaler hanno iniziato a perdere slancio.
Da un lato, il software ha dovuto fare i conti con il timore di una concorrenza diretta sempre più aggressiva da parte dell’IA. Dall’altro, i mercati hanno cominciato a interrogarsi sulla capacità degli hyperscaler di rendere profittevoli gli enormi investimenti nei data center. Migliaia di miliardi di dollari che, almeno in una prima fase, hanno premiato soprattutto i produttori di hardware.
Il “momento Anthropic” e la rotazione dei mercati
Il cosiddetto “momento Anthropic” è arrivato all’inizio di febbraio 2026. Il concorrente di OpenAI e di ChatGPT ha presentato il proprio agente di intelligenza artificiale destinato alle professioni legali, presto seguito da altri strumenti analoghi.
Colpiti dalla loro efficacia, gli investitori hanno intuito il potenziale impatto distruttivo dell’IA sui posti di lavoro impiegatizi. Hanno così ridotto bruscamente l’esposizione verso le società di servizi fondate sulla conoscenza, considerate tra le più vulnerabili in un mondo dominato dall’intelligenza artificiale.
In quel mese, l’indice coreano Kospi, composto in prevalenza da società hardware, ha sovraperformato di oltre il 20% lo Standard & Poor’s statunitense. L’indice americano è stato invece penalizzato dal calo delle sue società di servizi, fino ad allora sostenute da beni immateriali artificialmente gonfiati.
Il timore di una bolla dell’IA si è quindi concretizzato non in un crollo generalizzato, ma in una rotazione tanto semplice quanto brusca tra i diversi sottotemi dell’intelligenza artificiale, rinviando l’atto finale della vicenda sui mercati azionari mondiali.
Dalla bolla IA ai timori su lavoro e capitalismo
L’ansia per la bolla speculativa ha poi lasciato spazio a paure di natura macroeconomica. Il mercato ha risentito dell’impatto di articoli molto convincenti sulla futura perdita di posti di lavoro.
Citrini Research2, diffondendo uno scenario oscuro e futuristico sul 2028, devastato da un’intelligenza artificiale troppo efficiente, è passata rapidamente dall’ombra alla ribalta.
L’idea era chiara: le aziende più minacciate dall’IA ne sono diventate al tempo stesso le principali utilizzatrici. Il risultato è che ogni dollaro risparmiato sui salari è stato reinvestito nell’intelligenza artificiale, alimentando nuove ondate di licenziamenti.
Nello stesso contesto, un economista noto per indipendenzae capacità di visione3 ha pubblicato un breve saggio di grande rilievo. In esso si pone la questione della fine del capitalismo in un mondo in cui l’offerta di lavoro è resa infinita dal capitale: “il capitale diventa lavoro”.
Se l’IA accresce le capacità umane, il valore del lavoro aumenta. Se invece sostituisce prima il cervello e poi le mani dell’uomo, allora risolve la scarsità di manodopera e ne azzera il valore. Da qui la necessità di immaginare una nuova organizzazione sociale, nella quale i robot possano perfino essere tassati per finanziare l’inattività degli esseri umani.
Il dibattito sull’IA tra sostegno e sostituzione
Marx, nel suo Frammento sulle macchine, sembrava aver intravisto questo scenario.
Quasi due secoli più tardi, a Davos, Elon Musk ha affermato che non può esistere una situazione in cui il lavoro svolto da pochi produca abbondanza per tutti.
Si è così aperto il dibattito tra intelligenza aumentata, quella auspicata, e intelligenza sostitutiva, come nel caso di Jack Dorsey4 che il 27 febbraio ha licenziato il 40% dei suoi dipendenti.
Mai come oggi la responsabilità degli azionisti decisori appare centrale sul fronte dell’occupazione, così come urgente sembra la necessità di una visione politica forte e coerente. Organizzare un nuovo sistema di ripartizione, adeguato a una nuova organizzazione della vita delle persone, è una sfida enorme.
Intanto, l’immaginario collettivo si riempie di robot umanoidi, al nostro servizio oppure al soldo di un nuovo Grande Fratello.
Geopolitica, inflazione e precedenti storici
Il 28 febbraio, poi, Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. Il nuovo mondo torna a odorare di petrolio e polvere da sparo.
Il legame tra energie fossili e IA, altamente energivora, crea un ponte tra vecchio e nuovo mondo. E alle forze deflazionistiche che l’intelligenza artificiale sembra destinata a generare si affiancano anche contropartite inflazionistiche.
Le tensioni in Medio Oriente invitano quindi a guardare oltre le preoccupazioni immediate legate all’IA. Del resto, tutte le grandi rivoluzioni tecnologiche hanno suscitato, al loro apparire, timori profondi. In particolare, all’inizio ha sempre prevalso la paura di una perdita netta di posti di lavoro. Infatti, è più semplice individuare le professioni destinate a scomparire che immaginare quelle nuove.
Eppure, alla fine, i posti creati sono sempre stati superiori a quelli distrutti. Anche i timori specifici non sono una novità: a metà Ottocento c’era chi sosteneva che il corpo umano non avrebbe retto alla velocità di 60 chilometri orari delle locomotive. Lo stesso vale per i duri dibattiti sui rischi dell’elettricità all’inizio del Novecento.
Vincitori e vinti dell’intelligenza artificiale
Oggi la paura specifica dell’IA riguarda soprattutto la concentrazione del potere nelle mani di pochi, il controllo delle nostre vite tramite software e robot, la disincentivazione al pensiero critico e, naturalmente, la possibile fine del lavoro umano.
In questo quadro, ciò che i gestori possono fare è distinguere tra vincitori e sconfitti dell’intelligenza artificiale, presenti e futuri, e comprenderne gli effetti sull’economia per offrire il miglior servizio possibile ai clienti. In parte, questo significa anche spingere le aziende ad assumersi una responsabilità sociale concreta nel mezzo di trasformazioni così profonde.
Aziende, istituzioni pubbliche e lavoratori autonomi – il cui numero potrebbe crescere proprio grazie all’IA – devono fin da ora dimostrare creatività, recuperando anche pratiche del passato e modelli paralleli. È il caso del Giappone, capace di far convivere un’economia aperta e ipercompetitiva con una più protetta, pensata per chi è meno in grado di competere.
In una prospettiva di lungo periodo, infine, i guadagni di produttività attesi dall’intelligenza artificiale e dalla robotica potrebbero arrivare nel momento giusto, per rispondere al calo della popolazione attiva e all’invecchiamento demografico. La natura, con qualche accorgimento, sa ancora come rimettere in equilibrio le cose.
1Amazon, Google, Microsoft, Meta, Oracle.
2«La crisi globale dell’intelligenza del 2028».
3George Saravelos – Deutsche Bank: Remember Karl Marx.
4Co-fondatore di Twitter e attuale proprietario-fondatore e Amministratore Delegato di Block Inc. Il giorno dell’annuncio, il titolo Block Inc. ha registrato un rialzo di quasi il 17% in Borsa.
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