Cosa succede quando anche il Giappone — ultimo bastione della politica ultra-accomodante — inizia ad alzare la testa sul fronte dei tassi? Semplice: si alza la posta per tutti. E mentre gli occhi degli operatori restano puntati sulle mosse della Fed e della BCE, è Tokyo ad aver acceso un campanello d’allarme che merita attenzione immediata: se la Bank of Japan cambia rotta, infatti, anche l’equilibrio globale dei mercati obbligazionari può vacillare. Daniel Siluk, Head of Global Short Duration and Liquidity di Janus Henderson Investors, ci spiega perchè.
Un’impennata che rompe la quiete giapponese
Negli ultimi dodici mesi, i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi (JGB) hanno registrato un’accelerazione senza precedenti negli ultimi anni. Il decennale è passato da 0,80% a circa 1,60%, mentre il biennale ha seguito la stessa traiettoria, raddoppiando dallo 0,40% allo 0,80%. Si tratta dei livelli più alti registrati dal 2008.
“La velocità di questo movimento ha colto molti operatori alla sprovvista” — osserva Siluk — “ma riflette un cambiamento profondo nella percezione del rischio e nelle aspettative inflazionistiche, che il Giappone non può più ignorare”. Un contesto che spezza un lungo periodo di stabilità nei rendimenti sovrani giapponesi, spesso considerati tra i più prevedibili e stagnanti.
La svolta monetaria della Bank of Japan
Alla base di questa inversione di rotta c’è la progressiva uscita della Bank of Japan (BoJ) dalla politica monetaria ultra-accomodante. Dopo aver mantenuto i tassi in negativo per anni, la banca centrale ha portato il tasso di policy da -0,10% a 0,50% a partire da marzo 2024, mantenendolo invariato nella riunione di giugno.
“La BoJ ha avviato un ciclo di normalizzazione con grande cautela” — spiega Siluk — “ma ha comunque cominciato a ridurre il proprio programma di acquisto di titoli, con l’obiettivo di passare da 4,1 trilioni di yen al mese a 2 trilioni entro il 2027″. Una mossa che riflette le pressioni crescenti da parte del mercato e degli analisti, formalizzate anche in una consultazione condotta con gli investitori a maggio.
Inflazione persistente, ma anche instabilità politica
Tutto ciò si innesta su uno sfondo di inflazione strutturale superiore al target del 2%, mantenuta su livelli elevati per oltre tre anni consecutivi. Un’anomalia storica per il Giappone, dove per decenni il problema principale era la deflazione.
A complicare il quadro è intervenuta la politica interna. Le elezioni per la Camera Alta dello scorso weekend hanno aumentato le probabilità di uno stallo decisionale. “L’instabilità politica rischia di rallentare ulteriori interventi della BoJ” — nota Siluk — “soprattutto se i nuovi equilibri dovessero portare a pressioni per tagliare la tassa sui consumi o aumentare la spesa pubblica“. In altre parole, più deficit e nuove emissioni di JGB, un cocktail che sta già riflettendosi sulla curva dei rendimenti a lunga scadenza.
Un impatto che supera i confini giapponesi
Ma il punto centrale dell’analisi di Siluk è che tutto questo non si ferma al Giappone. L’impatto è sistemico. Con il Giappone tradizionalmente tra i principali esportatori globali di capitale, la risalita dei rendimenti interni potrebbe spingere gli investitori giapponesi a rientrare sul mercato domestico, riducendo l’acquisto di titoli esteri come i Treasury USA o i bond sovrani europei.
“È uno scenario che potrebbe esercitare pressioni al rialzo sui rendimenti globali, in particolare sul tratto lungo delle curve”, avverte Siluk. Inoltre, l’aumento del costo del debito in Giappone alimenta interrogativi più ampi sulla sostenibilità fiscale di altri Paesi ad alto indebitamento, amplificando i timori degli investitori istituzionali.
La fine dell’era del ‘new normal’
Secondo Siluk, siamo di fronte a un cambio di regime. Il progressivo abbandono del paradigma post-2008 — fatto di tassi bassi, QE e controllo della curva — suggerisce che ci stiamo muovendo verso un ritorno al “vecchio normale”, con tassi strutturalmente più alti e volatilità più marcata.
“Questa dinamica richiede una revisione profonda nella gestione del rischio e nella costruzione dei portafogli” — sottolinea Siluk — “soprattutto per chi opera su strategie a breve duration o cerca rendimento in valuta forte”.
Il Giappone, in questo scenario, non è solo un osservato speciale: è diventato il segnale anticipatore dei futuri stress sui mercati obbligazionari globali. Un vero canarino nella miniera per chi sa coglierne il significato.

