C’è una domanda che attraversa il mondo degli investimenti, soprattutto tra gli operatori più attenti: l’intelligenza artificiale rappresenta un’opportunità strutturale o un rischio per i mercati?
Queste nuove tecnologie stanno ridisegnando il mercato del lavoro. Da un lato comprimono l’occupazione in alcuni settori, dall’altro creano nuove figure altamente specializzate. Allo stesso tempo, l’intelligenza artificiale sta diventando sempre più centrale nelle attività quotidiane, non senza rischi, e sta trasformando anche il settore del risparmio gestito.
In questo contesto, gestori e investitori si confrontano con quella che una parte del mercato definisce una possibile “bolla” legata proprio all’AI, una dinamica che divide il mondo degli investimenti tra chi teme uno scoppio imminente e chi, al contrario, ritiene che il fenomeno sia ancora lontano dall’esaurirsi.
E anche se questa impennata del settore è destinata a proseguire nel 2026, assieme all’entusiasmo degli investitori, la cautela resta un elemento imprescindibile per evitare eccessi e costruire portafogli realmente diversificati, in grado di assorbire eventuali fasi di discontinuità, come racconta Niamh Brodie-Machura, CIO, Equities di Fidelity International.
Intelligenza artificiale: opportunità o rischio per gli investitori?
La capitalizzazione del settore tech nei soli Stati Uniti ha superato i 22 mila miliardi di dollari. Ma questo potrebbe essere solo l’inizio.
“È da tempo che il mercato azionario americano non si focalizzava su un unico settore. L’AI è senza dubbio qualcosa che plasmerà il nostro futuro, per questo non si può ignorare. C’è sicuramente una rivoluzione in atto che ha dato un forte slancio agli investimenti, ma che richiede comunque una certa prudenza”, spiega Brodie-Machura.
“Parlando nello specifico di AI, uno dei nostri analisti, Jonathan Tseng, ritiene che la domanda giusta da porsi non è se l’intelligenza artificiale sia una bolla, ma se gli attuali hyperscaler – come Amazon, Google o Microsoft – siano piuttosto una bolla”, aggiunge.
AI e mercati: una crescita che divide gli investitori
Il sentiment che emerge dalle analisi di Fidelity resta nel complesso positivo, ma le valutazioni di mercato iniziano a muoversi su livelli che impongono più di qualche cautela. A inizio novembre, l’indice S&P 500 è stato scambiato a un multiplo forward P/E poco inferiore a 24 volte, un livello toccato, storicamente, in meno del 5% dei casi.
Tecnologia e beni di consumo discrezionali, invece, viaggiano su multipli superiori a quota 30, e questo solleva molti interrogativi sulla sostenibilità di queste valutazioni nel medio termine. «Un’altra domanda da porsi è se gli utili dei prossimi trimestri saranno sufficienti a giustificare prezzi così elevati», sottolinea Brodie-Machura.
Sul fronte tecnologico, tuttavia, iniziano ad emergere segnali di miglioramento delle prospettive di crescita, in particolare legati all’AI. Se nello stesso periodo dello scorso anno solo il 26% degli analisti di Fidelity riteneva che l’IA potesse tradursi in un aumento della redditività nel 2025, oggi questa percentuale è quasi raddoppiata, arrivando a coinvolgere circa la metà del campione. «In dodici mesi abbiamo assistito a un cambio di percezione molto rapido: l’intelligenza artificiale sta iniziando a essere vista non solo come un tema tecnologico, ma come un vero driver di profittabilità», osserva.
Il quadro appare invece più fragile sul fronte dei consumi. Molti analisti individuano nella debolezza della domanda interna statunitense una delle principali fonti di rischio per il prossimo anno, che rischia di entrare in contrasto con l’ottimismo dei mercati finanziari. «È una delle contraddizioni più evidenti dello scenario attuale e difficilmente potrà restare irrisolta a lungo», spiega Brodie-Machura.
È proprio su questo equilibrio tra crescita e sostenibilità che si gioca una parte importante delle prospettive future del settore.
Produttività, occupazione e profitti: l’altra faccia dell’AI
Se l’intelligenza artificiale sta iniziando a funzionare come modello di business per un numero crescente di aziende, lo sta facendo soprattutto attraverso un aumento della produttività. Un processo che, però, difficilmente può realizzarsi senza ricadute sul fronte occupazionale, dove iniziano già a emergere i primi segnali di razionalizzazione. «Maggiori utili e mercati azionari più forti rappresentano un fattore positivo per l’economia», precisa Brodie-Machura, «ma l’aumento della produttività porta con sé anche costi sociali che non possono essere ignorati».
Il nodo, infatti, è anche strutturale. I beni di consumo, di base e discrezionali, rappresentano complessivamente circa il 21% dell’indice S&P 500, contro il 46% dei settori tecnologico e delle comunicazioni. Eppure, i consumi delle famiglie valgono quasi il 70% del PIL degli Stati Uniti. “Una debolezza dei consumi avrebbe un impatto ben più ampio rispetto a quanto suggerisce il loro peso negli indici”, aggiunge, “e la vera incognita è se le plusvalenze generate dai mercati e gli investimenti nel settore tecnologico saranno sufficienti a compensarla”.
Previsioni per il 2026: dove guardano gli investitori
Per il momento prevale un certo ottimismo per il mercato e per le previsioni per il prossimo anno. “Prevediamo una crescita degli utili che diventerà a doppia cifra, in tutte le principali regioni che abbiamo esaminato nel 2026. In questa crescita è inclusa anche quella del settore IT del 25%”, sottolinea.
Ovviamente, muoversi sui mercati nei prossimi mesi richiede una certa cautela che obbliga gli investitori a prendere in considerazione tutti i possibili rischi che attualmente si legano anche alle evoluzioni sul fronte geopolitico.
“Oggi l’attrattiva dell’Europa si è decisamente rafforzata. Il calo dell’inflazione, una politica monetaria più accomodante e il sostegno fiscale hanno creato un contesto favorevole agli investimenti delle imprese e alla fiducia dei consumatori. In più, il piano ReArm Europe ha contribuito alla crescita dei titoli del settore aerospaziale e della difesa. Anche se queste performance non sono da considerare come indicatori dello stato di salute dell’intera economia del Vecchio Continente”, spiega.
Asia: Cina e Giappone tornano sotto i riflettori
Ma Stati Uniti ed Europa non sono gli unici attori nel comparto azionario globale. Rivolgendo lo sguardo al mercato asiatico, gli esperti di Fidelity guardano con ottimismo anche alla Cina e al Giappone.
Nel primo caso, colgono segnali di un mercato potenzialmente rialzista nel 2026. L’allentamento delle tensioni legate alla guerra commerciale con gli Stati Uniti e alla questione dazi sta contribuendo a migliorare il quadro di riferimento per i mercati. “Allo stesso tempo – osserva Brodie-Machura – appare sempre più chiaro che il governo cinese è consapevole del ruolo centrale della spesa pubblica per sostenere la ripresa dell’economia e ridare slancio al mercato interno.”
Per quanto riguarda il Giappone, invece, i segnali che determinano questo ottimismo sono da ricercare nei tassi di interesse più alti, un’inflazione meno contenuta, una crescita dei salari e della capacità di spesa al consumo dei cittadini. “Crediamo che le riforme della corporate governance abbiano un ruolo cruciale in questa ripresa del mercato nipponico”, sottolinea.
In un contesto di valutazioni elevate e rapide trasformazioni tecnologiche, l’intelligenza artificiale continua a rappresentare uno dei principali driver dei mercati azionari globali. Allo stesso tempo, le divergenze tra entusiasmo degli investitori, dinamiche macroeconomiche e solidità degli utili suggeriscono un approccio più selettivo. Per il 2026, lo scenario sembra orientato meno verso una crescita lineare e più verso una maggiore dispersione delle performance, rendendo la gestione attiva e la diversificazione elementi centrali nelle strategie di investimento.
Per un’analisi più ampia sugli scenari macroeconomici e di mercato, è possibile approfondire l’Outlook 2026 di Fidelity International.

