Dopo tre trimestri di crescita la domanda di nuovi mutui a tasso variabile è tornata a contrarsi, passando dal 9 al 6% del totale dei mutui nel periodo marzo-giugno, con il nuovo aumento del tasso Euribor e l’assottigliamento del vantaggio sui mutui a tasso fisso. L’incertezza geopolitica, l’aumento dei costi energetici e, da giugno, la nuova stretta della Bce hanno pesato in questa nuova ricerca di sicurezza. Eppure, diversi elementi sembrano indicare che ulteriori rialzi marcati dell’Euribor potrebbero essere poco probabili – un sollievo per chi temeva ulteriori rincari sulla rata, ma anche un punto interessante per capire l’equilibrio delle scelte fra fisso e variabile in questa fase.
La simulazione della Bussola considera un mutuo per acquisto casa da 140.000 euro, su un immobile del valore di 220.000 euro, richiesto da un lavoratore dipendente di 35 anni residente a Milano.
| Durata | Variabile | Rata variabile | Fisso | Rata fissa |
|---|---|---|---|---|
| 10 anni | 2,67% | 1.331 € | 2,85% | 1.342 € |
| 15 anni | 2,67% | 945 € | 2,82% | 955 € |
| 20 anni | 2,67% | 754 € | 2,85% | 766 € |
| 25 anni | 2,23% | 609 € | 2,85% | 653 € |
| 30 anni | 2,23% | 533 € | 2,85% | 579 € |
Euribor (e rata del mutuo), dove possono andare nei prossimi mesi
A partire da fine febbraio, in concomitanza con l’inizio della guerra in Iran, l’Euribor a 3 mesi si trovava attorno al 2%, contro il 2,49% rilevato l’11 agosto. Tuttavia, da metà luglio in avanti questo tasso, il principale riferimento per i mutui variabili, ha interrotto il trend di crescita attestandosi in una forchetta compresa fra 2,45 e 2,5%. Infatti, le attese degli economisti sulle prossime mosse della Banca centrale europea si sono consolidate sulla previsione di un ulteriore aumento dei tassi, a settembre: l’unico prima di una probabile pausa.
Nel Survey of Professional Forecasters della Bce, il 61% degli intervistati vede ancora il tasso sui depositi al 2,25% nel terzo trimestre, ma la maggioranza si attende successivamente un nuovo rialzo: il 2,50% diventa infatti la previsione più frequente per l’ultimo trimestre del 2026 e il primo del 2027. Da lì le attese tornano gradualmente a convergere verso il 2% nel medio termine.
Meglio, quindi, non interpretare l’attuale tasso Euribor a 12 mesi, vicino al 3%, come l’attesa più probabile per i tassi da qui a un anno. Di fatto, le aspettative aggiornate sull’inflazione non sembrano sostenere la necessità di un nuovo ciclo di inasprimenti: i previsori professionali vedono un’inflazione in calo dal 2,7% al 2,2% fra 2026 e 2027, attese più favorevoli rispetto a quelle espresse a giugno dallo staff della Bce, soprattutto per il 2026. Se la traiettoria dovesse essere questa, i detentori di mutui variabili avrebbero ormai incorporato la maggior parte dei possibili aumenti di rata, dal momento che il rialzo dei tassi atteso a settembre al 2,5% è ormai prezzato nell’Euribor a 3 mesi.
Il confronto con il fisso
A fine luglio il confronto fra mutuo fisso e variabile continua ad essere favorevole al variabile, con un risparmio immediato sulla prima rata a fronte, come sempre, di maggiore incertezza sui costi futuri. Secondo la Bussola Crif-Mutuisupermarket le migliori offerte di mutuo a tasso fisso e a tasso variabile presenti oggi sul mercato vedono a confronto un 2,85% per il fisso contro un 2,23% per il miglior variabile. Su 140mila euro di prestito a 25 anni questo divario si traduce in 653 euro contro 609 euro di rata mensile.
Il divario di oltre 60 punti base consentirebbe al variabile di restare sostanzialmente competitivo anche nell’ipotesi di altri due rialzi Bce da 25 punti base, assumendo che questi si trasmettano integralmente al parametro del finanziamento – eventualità che il mercato monetario continua a considerare possibile, ma che non rappresenta lo scenario centrale di diversi previsori.
Questo confronto lascerebbe nell’immediato un vantaggio piuttosto sottile al variabile, anche se allargando lo sguardo al 2027 le previsioni sembrano più ottimistiche di quanto non lasci presagire la curva dei tassi Euribor attuale. Infatti, se l’inflazione dovesse stabilizzarsi e iniziare a diminuire nei prossimi due anni, come attualmente previsto dagli operatori professionali, la rata avrebbe buone probabilità di diminuire leggermente a partire da metà 2027, o comunque nel momento in cui la narrativa dovesse spostarsi su nuovi tagli Bce.
“La Bce dovrebbe alzare i tassi al 2,5% a settembre”, hanno scritto gli analisti valutari di ING il 6 agosto, “ogni altro ulteriore rialzo non è necessario e la Bce taglierà al 2,25% la prossima estate”.
Perché l’Irs potrebbe scendere meno dell’Euribor
Nel frattempo, le nuove offerte sui mutui a tasso fisso continuano a scontrarsi con l’aumento dell’Irs a 30 anni, l’indicatore di riferimento per i finanziamenti di lungo periodo: fra fine febbraio e il 12 agosto si è passati dal 3% a oltre il 3,25%.
Semplificando, mentre l’Euribor reagisce soprattutto alle attese sulle decisioni della Bce nei trimestri successivi, l’Irs incorpora aspettative sui tassi nominali per un orizzonte molto più lungo, sulle quali incidono non soltanto l’inflazione ma anche crescita, tassi reali e premi a termine. Per questo uno scenario di crescita resiliente e progressivo rientro dell’inflazione potrebbe favorire un calo dell’Euribor senza produrre necessariamente una discesa altrettanto pronunciata dell’Irs.
Secondo la maggioranza assoluta dei gestori di fondi europei sondati a luglio da Bank of America, lo scenario più probabile nell’orizzonte a 12 mesi è il più favorevole possibile per l’economia del Vecchio Continente, il cosiddetto Goldilocks: crescita in aumento, inflazione in calo. Uno scenario che rende più probabile un calo dell’Euribor, che non dell’Irs, lasciando meno spazio naturale a una discesa dei tassi richiesti sui mutui fissi.
(Articolo aggiornato il 12 agosto 2026)

