Pir, tutti i rischi da conoscere prima di investire

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I Pir sono una un famiglia di fondi che gode di vantaggi fiscali perché concentra il suo focus sulle imprese italiane: è un rischio?

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Un rischio intrinseco dei Pir è la concentrazione geografica. Quest’ultima è inevitabile: nella loro ultima versione, un Pir può definirsi tale solo se almeno il 70% del portafoglio è investito in strumenti finanziari emessi da società italiane

L’esperienza degli ultimi dieci anni non ha offerto molti successi per coloro che hanno deciso di mettere più azioni italiane nel portafoglio: il Ftse Mib dal novembre 2012 a fine luglio 2022 ha realizzato un progresso del 46,9%, contro il +93% dell’Euronext 100, e il +204% dell’S&P 500

I Piani individuali di risparmio hanno avuto un successo immediato fra gli investitori, ingolositi dal favorevole trattamento fiscale riservato per i sottoscrittori. Di questi benefici fiscali abbiamo diffusamente parlato in un precedente articolo. Piuttosto, per l’investitore è importante comprendere che i Pir sono stati messi a punto dal legislatore con il preciso obiettivo di sostenere le imprese italiane, favorendo l’utilizzo delle significative riserve di liquidità in possesso delle famiglie tricolore. L’iniziativa, pur facendo leva su un asse virtuoso fra famiglie-gestori-imprese necessita una corretta identificazione dei rischi. 

In particolare, un rischio intrinseco dei Pir è la concentrazione geografica. Quest’ultima è inevitabile: nella loro ultima versione, un Pir può definirsi tale solo se almeno il 70% del portafoglio è investito in strumenti finanziari emessi da società italiane (o europee con stabile organizzazione in Italia). Più nel dettaglio, di questo 70% almeno il 30% deve essere investito in società non incluse nell’indice azionario Ftse Mib (o indici equivalenti) e il 5% in società non incluse nell’indice Ftse Mid Cap, ossia in società ancora più piccole.

Pir: i rischi principali  

Con queste caratteristiche i Pir possono considerarsi prodotti a basso rischio? Su questo punto la risposta è, senza dubbio, no

Ad affermarlo è proprio un’istituzione pubblica come la Banca d’Italia, nel suo portale l’Economia per tutti: “I Pir ordinari sono investimenti poco liquidi e piuttosto rischiosi poiché contengono una quota elevata di azioni e obbligazioni di imprese, anche di minori dimensioni e non quotate”. Liquidare in anticipo un Pir è, in generale, meno conveniente: per accedere al beneficio fiscale, l’esenzione della tassa sulle plusvalenze, è necessario mantenere l’investimento per almeno cinque anni. In parole semplici, è preferibile investire in Pir solo una quota di liquidità che si prevede di non utilizzare nei successivi cinque anni. L’azionario, in particolare se relativo a società non particolarmente grandi, tende inoltre a essere più turbolento e volatile: può salire e scendere con scossoni più ampi. 

Al di la di questi aspetti, però, è importante sottolineare che quando si investe il Made in Italy non dovrebbe essere l’unico ingrediente della ricetta d’investimento. “Anche le quote di un fondo Pir, che normalmente investe in un numero di imprese relativamente ampio, rappresentano comunque uno strumento finanziario scarsamente diversificato perché la maggior parte dei titoli in portafoglio è emessa solo da società italiane”, ha affermato la Banca d’Italia. I Pir, dunque, potrebbero alterare l’equilibrio complessivo della strategia d’investimento, legandola eccessivamente sulle sorti dell’economia di un singolo Paese, l’Italia. 

L’esperienza degli ultimi dieci anni non ha offerto molti successi per coloro che hanno deciso di mettere più azioni italiane nel portafoglio: il Ftse Mib dal novembre 2012 a fine luglio 2022 ha realizzato un progresso del 46,9%, contro il +93% dell’Euronext 100, e il +204% dell’S&P 500. Come dichiarato dal co-fondatore di Consultique, Luca Mainò, in una recente intervista rilasciata a questo giornale per i Pir “il problema atavico delle cattive performance del mercato azionario italiano rimane” e “l’eventuale beneficio fiscale che si ottiene per investire in un Pir rischia seriamente di essere compromesso dal fatto che si guadagna meno rispetto ad altri mercati più sviluppati ed efficienti”. 

Esiste davvero un “rischio bolla” sui Pir?

Non c’è, invece, da temere un rischio bolla legato ai Pir, nel senso di un possibile contributo a “gonfiare” il valore delle aziende italiane. Alla fine del primo trimestre del 2022 rappresentavano l’1,7% dei fondi comuni in Italia, ha affermato Equita. Per quanto i Pir ordinari abbiano raccolto complessivamente masse per 19,8 miliardi di euro, la Borsa italiana, per dare un ordine di grandezza, a fine giugno aveva una capitalizzazione di oltre 634 miliardi di euro. 

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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