Gen Z, i collezionisti più spendaccioni di tutti…
Nel 2025 i collezionisti ventenni hanno speso in media 347.460 dollari in arte, il 19% in più dell’anno precedente e oltre il doppio di qualunque altra fascia d’età. Il numero di opere acquistate, circa sei l’anno, è invece in linea con quello dei colleghi più anziani: a fare la differenza è il prezzo. Nel primo semestre 2026 il 13% ha superato il milione di spesa complessiva, contro il 3% del campione, e circa uno su venti ha comprato almeno un’opera da sette cifre, quota che nelle altre generazioni non va oltre l’1%. Risultato: i ventenni rappresentano quasi la metà di chi si muove nella fascia più alta del mercato. Da dove arrivano i soldi? Per il 37% di loro la ricchezza ha origine familiare, tra eredità e matrimonio, contro il 15% del totale.
Ma iper-riservati
Quante volte in un museo la nostra curiosità è stata solleticata dalla fredda dicitura “Collezione privata” sul cartellino di fianco a un’opera? Tante. Secondo l’indagine, è sempre più probabile che dietro a quella (non) dichiarazione di provenienza ci siano dei collezionisti genZ. Che, a dispetto dell’essere nativi digitali – o forse proprio per questo – se collezionano, non mando esporre le proprie opere se non per le persone più care. Oppure, come nei casi di prestiti ai musei, non vogliono essere identificati. E i social? Giammai: al limite, si aprono dei gruppi privati. Sono i dati e le evidenze shock rilevati da Clare McAndrews ricerca Survey of Global Collecting 2026 di Art Basel e Ubs.
I collezionisti della generazione Z, tra i 20 e i 29 anni al momento dell’indagine, sono i più spendaccioni del campione (3100 individui) e, al contempo, i più riservati. «La generazione cresciuta sui social si rivela quella più incline a tenere per sé il proprio collezionismo», sintetizza nella prefazione Noah Horowitz, ceo di Art Basel.
Un chiarimento metodologico è però d’obbligo: gli Z valgono il 9% del campione; sono dunque poco meno di trecento persone, e le medie risentono di una manciata di grandi acquirenti. Il rapporto precisa però che anche la mediana della spesa, meno sensibile agli estremi, supera stabilmente di almeno il 50% quella delle generazioni più mature. Non si tratta dunque di poche eccezioni che falsano il quadro.
Dalla tela al rubino, senza passare dalle sneaker
Lo spettro d’interesse dei collezionisti gen Z è ampio: oltre l’arte, il 42% ha comprato in almeno due categorie di collezionabili nel primo semestre 2026, e quasi il 25% in quattro o più categorie, contro l’8% della generazione X. La partecipazione dei ventenni è almeno doppia rispetto a millennial e generazione X in
- auto d’epoca,
- sneaker e cimeli sportivi
- design.

Detail of a work by Alice Neel, presented by Karma at Art Basel Miami Beach 2024
Il distacco più vistoso riguarda gioielli e pietre preziose, con una spesa media di 151.310 dollari, oltre cinque volte quella della generazione X. Circa metà del budget dei più giovani finisce in oggetti da collezione, ma la porta d’ingresso resta tradizionale: pittura e scultura sono i debutti più frequenti, mentre borse e sneaker figurano tra i primi acquisti di meno del 2%. Il 30% possiede opere in tutti e otto i mezzi espressivi censiti, dalla fotografia al digitale.
In famiglia si impara (anche a non vendere)
A innescare la passione è soprattutto la famiglia, indicata da quasi il 40% dei ventenni contro il 28% del campione. Il canale digitale pesa per appena il 10%, meno che tra i collezionisti della generazione X (16%). Non sorprende allora che la conservazione delle tradizioni familiari motivi gli acquisti del 16% dei giovani, più della media, e che il 23% cerchi opere coerenti con la collezione di casa. Chi eredita, poi, mantiene: quasi il 90% dei ventenni conservano le opere ricevute, contro il 64% della generazione X. Il primo motore resta comunque la passione, se non la vera e propria compulsione, citata dal 23%: la quota più alta tra tutte le generazioni.
Studiano, si incuriosiscono, non vogliono il già visto
Prima di comprare, i giovani studiano. L’80% dedica tempo moderato o significativo alla ricerca su artisti e opere (il 37% molto) e tra le fonti esterne predilige consulenti d’arte (35%) e artisti (33%). Instagram e X contano più che per gli altri, rispettivamente per il 22 e il 23%, mentre app e strumenti di intelligenza artificiale sono usati dal 23%, poco sopra le generazioni più mature.

Detail of a work by Michael Armitage, presented by White Cube at Art Basel 2026
La curiosità si traduce in acquisti meno conformisti: il 56% ha comprato un artista scoperto per la prima volta, contro il 36% dei baby boomer, in un mercato che nel complesso si è rifugiato nei nomi noti. Contano soprattutto unicità e rarità, decisive per il 48% dei ventenni contro il 38% dei boomer, mentre il consenso di esperti e circoli di collezionisti pesa meno (34% contro 43%).
Perché le collezioniste gen Z sono ancora più riservate dei colleghi maschi
Il 39% dei ventenni ha mostrato la propria collezione soltanto ai familiari conviventi o agli amici più stretti, quasi il doppio di qualsiasi altra generazione. La riservatezza ha anche un genere: tra le giovani collezioniste la quota sale al 45%, contro il 28% dei coetanei maschi, ribaltando la tendenza delle altre fasce d’età, in cui gli uomini sono più gelosi delle donne.
Anche quando aprono le porte, i ventenni privilegiano familiari e amici (40%). E quando prestano un’opera a un museo, il 59% chiede l’anonimato, più del doppio di millennial e generazione X; appena il 6% vuole il proprio nome in didascalia. Il rapporto avanza anche una spiegazione più prosaica: collezionando da poco, hanno raccolte più piccole, 36 opere in media contro le 70 dei boomer, e forse meno da mostrare.
Perché i collezionisti gen Z sono gelosi della propria privacy?
Lo stesso schema si ripete online. Il 36% dei ventenni tiene i contenuti sulla collezione per sé o li invia a singole persone, la quota più alta tra le generazioni, e il 42% di chi condivide lo fa in gruppi ristretti o su invito, contro il 30% della generazione X. La pubblicazione aperta è invece rara: solo il 25% ha postato pubblicamente le proprie opere, contro il 36% dei millennial. Le ricerche sui consumatori citate nel rapporto offrono una chiave: più del furto d’identità, i ventenni temono che ciò che pubblicano venga ricondiviso, con giudizi, curiosità indesiderate e possibili ricadute professionali. Non per caso la sicurezza dei dati personali online è la loro prima preoccupazione sul mercato dell’arte, davanti alla trasparenza dei prezzi.
Il segnale c’è, ma per pochi
Sarebbe però sbagliato scambiare il riserbo per disinteresse verso lo sguardo altrui. Tra i ventenni che condividono contenuti online, dopo il piacere personale (28%) vengono la visibilità o il riconoscimento pubblico (25%) e la possibilità di dimostrare competenza (23%). E dal vivo sono tutt’altro che eremiti: sono secondi solo ai boomer per numero di eventi frequentati, con otto fiere d’arte l’anno. Il 73% ha comprato in fiera, il 59% in asta e il 69% ha usato più canali per acquistare dai galleristi. Il riconoscimento cercato, insomma, è quello dei pochi in grado di capire. Lo inquadra il contributo ospitato nel rapporto dell’archeologa Larissa Mendoza Straffon, del centro SapienCE dell’Università di Bergen, che legge il collezionismo come un segnale sociale calibrato sul proprio pubblico.
Il futuro dei collezionisti gen Z Ottimisti, ma con giudizio
Lo sguardo sul futuro è improntato alla fiducia. Il 61% dei ventenni si aspetta un mercato dell’arte in crescita entro fine anno, contro il 53% dei boomer, e l’ottimismo aumenta sull’orizzonte decennale. Ma è una fiducia selettiva: se a breve scommettono anche su sneaker, borse e orologi, sul lungo periodo puntano sull’arte, mentre per la maggior parte degli oggetti da collezione le attese restano piatte o calano. Tra chi pensa di comprare nei prossimi dodici mesi, il 64% vuole un dipinto e il 43% una scultura, quote che nessun’altra generazione eguaglia. Il 29% intende inoltre sostenere gli artisti con premi, programmi di tutoraggio o residenze. «La generazione Z forse non segnala di meno: segnala in modo più selettivo», conclude Straffon.

