Fondi di investimento, il paradosso dell’Italia

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Le 3 azioni italiane per valore, stabilità ed efficienza

Gli italiani detengono 1.495 miliardi di euro in fondi e nel primo trimestre sono stati nella cinquina europea che ne ha comprati di più. Eppure i fondi domiciliati nel Belpaese hanno raccolto 1,3 miliardi in tre mesi: lo 0,5% del totale continentale

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I fondi domiciliati in Italia hanno raccolto 1,29 miliardi di euro fra aprile e giugno, su un totale europeo di 266,6 miliardi. Lo 0,5% di un’industria che nel trimestre ha portato il proprio patrimonio a 27.510 miliardi, in crescita dell’8,4%. Il paradosso? È che gli investitori italiani detengono fondi per 1.495 miliardi di euro, ossia il 7% di tutto il patrimonio in fondi collocato in Europa.

Il paradosso dell’Italia nei fondi di investimento

Con 1.495 miliardi di fondi detenuti a fine marzo, quello italiano è il sesto mercato del continente per patrimonio investito, dietro Germania (4.473 miliardi), Regno Unito (3.015), Francia (2.549), Svizzera (2.301) e Lussemburgo (2.029); ma davanti a Paesi Bassi, Irlanda, Svezia e Spagna. Nel primo trimestre del 2026 le famiglie europee hanno acquistato fondi per 98 miliardi netti, in forte accelerazione dai 68 del quarto trimestre 2025. Il grosso è tedesco (28 miliardi) ma subito dopo, in un gruppo di quattro Paesi ciascuno sopra gli 8 miliardi, compaiono Spagna, Svizzera, Belgio e Italia. Il risparmiatore italiano, in altre parole, in questa fase sta comprando fondi con convinzione e in quantità paragonabili a quelle dei mercati europei più maturi.

Sono due Paesi ad accaparrarsi l’85% dei flussi

Dei 266,6 miliardi raccolti in Europa nel secondo trimestre, 167 sono affluiti a fondi domiciliati in Irlanda e 60 a fondi lussemburghesi: insieme, l’85% del totale continentale. Tutti gli altri ventisette Paesi censiti da Efama si dividono il restante 15%.

L’Italia, con 1,29 miliardi, raccoglie meno della Norvegia (7,7 miliardi), della Turchia (6,9), della Svezia (6,5), del Belgio (5,7), della Spagna (5,4), della Finlandia (4,6) e della Polonia (4,4). Da inizio anno il saldo italiano si ferma a 2,8 miliardi, a fronte dei 311,5 miliardi irlandesi e dei 124,2 lussemburghesi. Il patrimonio dei fondi domiciliati in Italia è di 492 miliardi: un terzo abbondante di quanto gli italiani detengono complessivamente in fondi. Gli altri due terzi stanno quasi tutti a Dublino e in Lussemburgo.

A fine giugno i fondi domiciliati in Italia erano 2.634, per 492 miliardi di patrimonio, per una dimensione media di 187 milioni. La media europea è di 389 milioni, quella irlandese di 654, quella lussemburghese di 507.

Che cosa comprano, in Italia, i fondi italiani

Da inizio anno i fondi di diritto italiano — Ucits e Fia insieme — hanno incassato 3,29 miliardi sugli obbligazionari, 274 milioni sui monetari e 80,5 milioni sugli azionari. In termini di risparmio gestito, praticamente zero. I bilanciati hanno registrato 423 milioni di deflussi netti. È quasi il negativo fotografico del trimestre europeo: in Europa i bilanciati sono la categoria che accelera di più (57,8 miliardi di raccolta nel solo secondo trimestre, contro i 43 del primo) e l’azionario, pur dimezzato, porta comunque a casa 46 miliardi. In Italia il prodotto domiciliato che si vende è uno solo: l’obbligazionario.

Meno del dieci per cento

Lo stock conferma il flusso. Dei 492 miliardi domiciliati in Italia, i fondi azionari pesano 48,3 miliardi: il 9,8%. In Europa, la stessa quota è del 36%. È una differenza di proporzioni tali che si spiega con una stratificazione lunga anni. Le categorie che dominano il perimetro italiano sono: i bilanciati con 145 miliardi e gli obbligazionari con 117.

Nessuno batte il mattone italiano

I fondi immobiliari domiciliati in Italia valgono 98,6 miliardi di euro: il 20% di tutto il patrimonio dei fondi italiani. In Europa la stessa categoria pesa il 3,9% del totale.

Detta altrimenti: l’Italia ospita da sola circa il 9% di tutti i fondi immobiliari europei, pur rappresentando meno del 2% del patrimonio complessivo dei fondi domiciliati nel continente. È la nostra specificità, e nessun altro grande mercato europeo è paragonabile.

Una precisazione

Efama classifica i fondi per Paese di domiciliazione, non per nazionalità del gestore. I grandi gruppi italiani domiciliano da anni in Lussemburgo e in Irlanda la parte prevalente della propria gamma, per ragioni fiscali, operative e di distribuzione transfrontaliera. Quei miliardi che risultano “irlandesi” o “lussemburghesi” sono in misura rilevante gestiti da Milano, Torino, Trieste (giusto per riferirsi alle città sedi dei principali gestori nazionali).

Lo 0,5% europeo non misura dunque la salute dell’industria italiana del risparmio gestito; per quello bisogna far riferimento ai dati Assogestioni, costruiti per gruppo. Piuttosto, misura quanta parte della catena del valore (domiciliazione, amministrazione, servizio ai fondi e gettito che ne deriva) resta all’interno dei confini nazionali.

Domande frequenti su Fondi di investimento, il paradosso dell’Italia

Qual è il paradosso dei fondi di investimento in Italia menzionato nell'articolo?

L'articolo evidenzia un paradosso in cui, nonostante un potenziale di crescita e un interesse crescente, i fondi di investimento in Italia faticano a raggiungere una diffusione capillare tra i risparmiatori. Questo si traduce in una minore allocazione di capitali verso strumenti che potrebbero offrire rendimenti interessanti nel lungo termine.

Quali sono le principali ragioni che ostacolano la piena adozione dei fondi di investimento in Italia secondo l'articolo?

Le ragioni principali sembrano risiedere in una combinazione di fattori, tra cui una scarsa educazione finanziaria diffusa, una percezione di complessità degli strumenti e una preferenza storica per forme di risparmio più tradizionali e percepite come sicure. Questi elementi contribuiscono a un approccio più cauto da parte degli investitori italiani.

Quali sono le implicazioni finanziarie di questo paradosso per l'economia italiana e per i risparmiatori?

Per l'economia italiana, questo paradosso significa una minore disponibilità di capitali da investire in progetti produttivi e innovativi, limitando potenzialmente la crescita. Per i risparmiatori, comporta la rinuncia a opportunità di rendimento potenzialmente superiori rispetto a strumenti a basso interesse, erodendo il potere d'acquisto nel tempo a causa dell'inflazione.

L'articolo suggerisce eventuali soluzioni o strategie per superare questo paradosso dei fondi di investimento in Italia?

Sebbene non vengano esplicitate soluzioni dettagliate, l'articolo implicitamente suggerisce la necessità di un maggiore sforzo nell'educazione finanziaria e nella semplificazione della comunicazione relativa ai fondi. L'obiettivo sarebbe quello di rendere questi strumenti più accessibili e comprensibili per un pubblico più ampio di investitori.

Qual è il potenziale di crescita dei fondi di investimento in Italia, nonostante il paradosso evidenziato?

Il potenziale di crescita è significativo, dato che una parte consistente del risparmio privato italiano è ancora allocata in forme meno redditizie. Un'efficace strategia di sensibilizzazione e un'offerta di prodotti più adatti alle esigenze dei risparmiatori potrebbero sbloccare ingenti capitali, favorendo sia la crescita individuale che quella del sistema economico.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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