Credito privato: se sono le banche a farne le spese

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Skyline del distretto finanziario di Milano con la Torre UniCredit, simbolo della solidità e della redditività delle banche italiane nel nuovo ciclo 2026

Secondo S&P Global Ratings i finanziamenti cartolarizzati che le grandi banche europee concedono a fondi di debito privato e società finanziarie non bancarie valgono in media il 4% dell’esposizione creditizia complessiva. Un rischio contenuto e ben protetto dalle tranche senior. Ma i casi Tricolor, First Brands e Mfs dimostrano che frodi e falle operative possono trasformare anche prestiti considerati “sicuri” in perdite miliardarie

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Se è vero che fondi di debito e società finanziarie non bancarie stanno conquistando sempre più spazio nel mercato del credito privato, le banche tradizionali non restano a guardare: forniscono liquidità tramite strutture sofisticate che – almeno sulla carta – sono a basso rischio. Un’analisi di S&P Global Ratings pubblicata il 14 settembre 2026 prova a misurare quanto pesa davvero questa area di business nei bilanci degli istituti di credito del Vecchio Continente. Il verdetto parrebbe rassicurante: l’esposizione delle banche al credito privato è contenuta. Ma la complessità operativa di questi strumenti, unita alle dimensioni ormai rilevanti del settore, può generare perdite pesanti, come hanno dimostrato negli ultimi mesi le svalutazioni da miliardi di dollari legate alle statunitensi Tricolor e First Brands e il dissesto di Mfs, operatore britannico specializzato nei prestiti ponte.

Due categorie di prestatori nel private debt

Circoscrivendo il campo, l’agenzia di rating considera come prestatori non bancari soltanto due categorie: i fondi di debito privato e le società finanziarie non bancarie. Restano fuori gestori patrimoniali, compagnie assicurative e infrastrutture dei mercati finanziari.

I primi, di norma fondi chiusi, erogano prestiti bilaterali alle imprese, spesso a supporto di operazioni promosse da fondi di private equity. Le banche li finanziano con prestiti garantiti da portafogli di attivi o con operazioni di pronti contro termine su singoli asset. Invece le seconde prestano a una platea più ampia, dai mutui residenziali al credito auto fino all’immobiliare commerciale, e ricevono risorse bancarie soprattutto tramite linee di warehouse, in cui i crediti vengono aggregati e cartolarizzati su base rotativa (il finanziamento si può usare, rimborsare e riutilizzare più volte entro un tetto massimo senza bisogno di sottoscrivere ogni volta un contratto: si pensi al plafond della carta di credito), oppure attraverso linee di credito rotative super senior.

Le banche e i rischi del credito privato, secondo l’analisi di S&P

Nel campione analizzato, che comprende tra gli altri Barclays, Bnp Paribas, Deutsche Bank, Société Générale, Santander, Lloyds, UniCredit e Ing, l’esposizione complessiva in cartolarizzazioni supera i 350 miliardi di euro. La quota riconducibile al finanziamento dei non bancari vale in media il 4% dell’esposizione creditizia totale. Le banche vi partecipano come sponsor, quando gestiscono l’operazione e ne assicurano la liquidità, oppure come investitori, quando acquistano la posizione strutturata da un arrangiatore terzo.

A tranquillizzare è soprattutto la posizione occupata nella struttura: gran parte delle esposizioni si concentra nelle tranche più senior. Société Générale, per esempio, dichiara che il 96% delle sue cartolarizzazioni nel portafoglio bancario si trova proprio ai piani alti dei veicoli strutturati. Il caso più rilevante è quello di Barclays, per cui questo tipo di finanziamenti arriva a circa il 12% del credito totale.

I prestiti alle imprese

Guardando alle sole cartolarizzazioni garantite da prestiti alle imprese, il conto si ferma a circa 110 miliardi di euro. Deutsche Bank e Barclays vi dedicano tra il 2% e il 4% delle esposizioni, contro una media dell’1,25% per il gruppo. Non è un caso isolato di appetito per il rischio, ma il riflesso di modelli di business diversi: istituti come questi trattengono in bilancio una quota minore dei prestiti originati, puntano sulla distribuzione o sui trasferimenti sintetici del rischio e hanno portafogli più diversificati geograficamente rispetto ai “campioni nazionali” (come Lloyds).

C’è poi un incentivo regolamentare da considerare. Le ponderazioni per il rischio sul credito commerciale cartolarizzato risultano inferiori dell’85% rispetto a quelle applicate alle esposizioni verso imprese secondo il metodo standardizzato. Un vantaggio che, osserva S&P, spinge le banche a preferire i veicoli strutturati quando finanziano, attraverso il debito privato, aziende di qualità creditizia più bassa.

Banche ed esposizione al credito privato: un quadro parziale

Il quadro, avverte però l’agenzia, resta parziale. Il finanziamento di tipo net asset value ai fondi di private equity e le linee di sottoscrizione, strumenti cruciali lungo tutto il ciclo di vita del capitale privato, non sono prodotti strutturati e finiscono spesso nei portafogli al costo ammortizzato. Secondo i dati di settore, a livello globale superano 1.100 miliardi di dollari.

E proprio in quei portafogli le esposizioni verso i non bancari sono tutt’altro che marginali: per Deutsche Bank arrivano fino al 25% dei prestiti al costo ammortizzato. Il problema è che le informative accomunano controparti molto diverse, dalle camere di compensazione con rating tipicamente ‘AA’ agli assicuratori da ‘A’, fino a finanziarie e fondi, rendendo arduo valutarne il reale profilo di rischio.

Il punto di fragilità

Il vero punto di fragilità, secondo S&P, non sta tanto nel credito quanto nell’operatività. I servicer, che gestiscono conti, garanzie, reportistica e flussi di cassa, sono l’anello che rende possibile il finanziamento bancario ai non bancari. Un loro cedimento può compromettere la base di prestito, cioè l’ammontare di collaterale idoneo su cui si può ottenere credito applicando uno scarto, e far lievitare la leva effettiva del veicolo. In condizioni normali ne derivano violazioni dei covenant e l’obbligo per l’originatore di apportare nuovi attivi; negli scenari più gravi, come quelli fraudolenti, si arriva a insolvenza e liquidazione, con perdite che possono superare i normali tassi di deterioramento del collaterale.

I casi Tricolor e First Brands

Nei casi Tricolor e First Brands il servicer era un’entità collegata all’originatore, che manteneva così un ampio controllo su garanzie, incassi e flussi. Una configurazione non rara, dato che l’indipendenza dei servicer varia molto nel settore. Tra le falle che possono erodere la base di prestito, l’agenzia elenca il doppio pegno sullo stesso collaterale, una gestione e un monitoraggio carenti delle garanzie, la mancanza di dati consolidati, l’ostruzione alle verifiche esterne e le interferenze sui conti vincolati.

Le banche, tuttavia, non possono chiamarsi fuori. Poiché hanno di norma il diritto di verificare garanzie e flussi all’interno delle strutture, le perdite da frode riflettono anche una due diligence limitata o inefficace, che consente agli illeciti di restare nascosti a lungo. Eventi che, ricorda S&P, restano «rari e di natura idiosincratica», ma capaci di intaccare utili e qualità del credito, anche se finora non hanno inciso sui rating.

Domande frequenti su Credito privato: se sono le banche a farne le spese

Qual è il principale rischio finanziario che le banche affrontano nel contesto del credito privato, secondo l'articolo?

Il principale rischio finanziario per le banche nel credito privato riguarda la potenziale insolvenza dei debitori. Questo può portare a perdite significative sui prestiti erogati, impattando direttamente la redditività e la solidità patrimoniale degli istituti bancari.

In che modo l'aumento del credito privato potrebbe influenzare la stabilità del sistema bancario?

Un aumento incontrollato del credito privato, soprattutto se concesso a soggetti ad alto rischio, può esporre le banche a un deterioramento della qualità degli attivi. Ciò potrebbe innescare una spirale negativa, aumentando le sofferenze bancarie e potenzialmente minando la fiducia nel sistema finanziario.

Quali sono le implicazioni per gli investitori che detengono strumenti finanziari legati al credito privato?

Gli investitori in strumenti legati al credito privato potrebbero subire perdite se le banche registrano un aumento delle insolvenze. La performance di questi investimenti è strettamente correlata alla capacità dei debitori di onorare i propri impegni finanziari.

L'articolo suggerisce che le banche stiano adottando misure per mitigare i rischi legati al credito privato?

L'articolo implica che le banche siano esposte a rischi crescenti nel credito privato, suggerendo la necessità di una gestione attenta. Sebbene non vengano specificate misure concrete, la problematica sollevata indica una potenziale vulnerabilità che richiede vigilanza.

Quali sono le prospettive future per il mercato del credito privato e per le banche coinvolte?

Le prospettive future dipendono dall'evoluzione del contesto economico e dalla capacità delle banche di gestire efficacemente i rischi. Un'eccessiva esposizione al credito privato potrebbe portare a un periodo di maggiore cautela e a una revisione delle strategie di erogazione del credito da parte degli istituti bancari.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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