Articolo scritto con Alessandro Mattioli (Manager Gruppo Excellence)
La costruzione di un portafoglio di investimento di lungo termine richiede oggi un approccio più articolato rispetto alla tradizionale asset allocation tra azioni, obbligazioni e liquidità. La volatilità dei mercati, l’incertezza geopolitica e la crescente diffusione della gestione passiva stanno spingendo investitori e consulenti a ricercare nuove fonti di diversificazione e rendimento.
In questo contesto, i Private Markets rappresentano una delle principali opportunità di accesso all’economia reale. Si tratta di investimenti caratterizzati da un minore grado di liquidità ma potenzialmente meno esposti alle dinamiche dei mercati quotati e maggiormente collegati alla crescita delle imprese, delle infrastrutture e dei progetti di sviluppo.
L’accesso all’economia reale attraverso i Private Markets
L’investitore consapevole si trova davanti a differenti grandi macro-categorie di accesso al capitale produttivo, ossia al mondo delle imprese, in modo diretto attraverso i titoli azionari quotati o in modo indiretto attraverso strumenti quali fondi comuni ed Eltif. Per i clienti private i club deal, gli investimenti tramite equity crowdfunding o fondi di private asset sono altre opportunità possibili. Con il termine Private Markets si intendono gli investimenti in attività non quotate, che comprendono private equity, private debt, infrastrutture, real estate e altre forme di finanziamento dell’economia reale.
La quasi totalità dei segmenti di clientela del private banking è oggi esposta ai Private Markets, attraverso modalità dirette o indirette che variano in funzione del profilo patrimoniale e di rischio. Per i clienti HNWI, ad esempio, il club deal è una delle forme più interessanti. Gli italiani allocano attualmente solo lo 0,3% della loro ricchezza finanziaria investibile in Private Markets. Si tratta di una percentuale estremamente contenuta che evidenzia quanto il potenziale di crescita di questa asset class sia ancora ampiamente inesplorato nel nostro Paese.
Su un totale di circa 3.765 miliardi di euro di ricchezza finanziaria investibile (elaborazioni su dati Banca d’Italia – Conti distributivi sulla ricchezza delle famiglie), l’esposizione ai mercati privati si attesta a poco meno di 11 miliardi.
Il contributo del risparmio privato a imprese e infrastrutture
Oltre al finanziamento del tessuto produttivo, il mercato dei private asset ha un ruolo fondamentale nel fabbisogno per la manutenzione e costruzione di infrastrutture strategiche e prioritarie in Italia che nel 2025 è stimato in circa 170 miliardi di euro, pari al 33% del costo complessivo di 522 miliardi (Rapporto della Camera dei deputati – Infrastrutture strategiche e prioritarie 2025). Le risorse già disponibili ammontano a 351,9 miliardi (67% del totale), di cui 311 miliardi di provenienza pubblica (88%) e circa 41 miliardi di provenienza privata (12%). In attesa di un aggiornamento dei dati, possiamo intanto riflettere sul ruolo del risparmio privato.
Il sostegno per le progettualità infrastrutturali di fatto vede già la partecipazione dei privati sotto forme differenti come i fondi pensione che hanno un orizzonte di lungo termine. Ma ci sono ancora risorse che potrebbero essere destinate a questo fine. Abbiamo stimato la ricchezza del 5% delle famiglie più ricche del Paese in circa 2.000 miliardi di euro di asset finanziari investibili, di cui 1.172 miliardi allocati tra depositi, azioni quotate e fondi comuni di investimento. Una riallocazione anche limitata e volontaria di circa il 5% delle attività oggi detenute in depositi, fondi comuni e azioni potrebbe liberare risorse nell’ordine di 60 miliardi di euro da destinare a investimenti infrastrutturali e produttivi. In tale scenario il fabbisogno di capitale ancora da reperire si ridurrebbe sensibilmente.
Ovviamente questa riallocazione avrebbe un impatto sul portafoglio dei clienti con una riduzione della liquidità, della liquidabilità degli asset ed un incremento del profilo di rischio. Per questo motivo si ritiene che, al di là di tutti gli strumenti disponibili sul mercato, questa partecipazione allo sviluppo potrebbe essere limitata al primo 5% delle famiglie più ricche del Paese nella forma dei private asset ed al resto della comunità sotto forma di strumenti con un minor taglio di investimento minimo. Questa clientela deve essere in grado di sopportare una quota di illiquidi nel proprio portafoglio e avere un profilo di rischio compatibile con questa forma di investimento.
La consulenza come fattore chiave nell’allocazione degli illiquidi
In questo contesto il ruolo della consulenza finanziaria assume un’importanza centrale. L’inserimento di strumenti illiquidi richiede infatti una corretta valutazione dell’orizzonte temporale, delle esigenze di liquidità e della capacità dell’investitore di sostenere una minore liquidabilità del patrimonio. La sfida non è soltanto individuare opportunità di investimento, ma costruire portafogli coerenti con gli obiettivi e le caratteristiche del cliente.
Il mercato italiano dei Private Markets si trova in una fase di transizione strutturale e culturale grazie anche agli investimenti in risorse, competenze ed alleanze sviluppate dagli intermediari. Certamente una componente mirata di illiquidi nel portafoglio di una clientela consapevole e ben informata contribuisce alla performance complessiva di medio e lungo termine e certamente un afflusso di risorse verso il sistema produttivo e infrastrutturale del Paese determina un impatto positivo a livello di sistema Paese. Anche una modesta riallocazione del patrimonio delle famiglie più patrimonializzate potrebbe generare effetti rilevanti sia sulla qualità dei portafogli sia sulla capacità del Paese di finanziare infrastrutture, innovazione e crescita delle imprese. In questa prospettiva i Private Markets non rappresentano soltanto una nuova opportunità di investimento, ma anche uno strumento attraverso il quale il risparmio privato può contribuire in modo più diretto allo sviluppo dell’economia reale.

