Per la prima volta il Regno del Marocco partecipa alla Biennale d’Arte di Venezia con un proprio Padiglione Nazionale all’Arsenale. Un debutto dal forte valore simbolico, che arriva in un momento in cui l’arte moderna e contemporanea africana sta assumendo un peso sempre maggiore nel panorama internazionale, non soltanto all’interno di musei, biennali e fiere, ma anche sul mercato e nel sistema globale dell’arte.
In occasione della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, il Marocco presenta Asǝṭṭa, un’installazione monumentale di Amina Agueznay, curata da Meriem Berrada e concepita appositamente per le Artiglierie dell’Arsenale, dove tessitura, memoria condivisa e trasmissione dei saperi artigianali diventano il centro di una riflessione sul concetto di soglia.
La crescita del mercato dell’arte contemporanea africana
Secondo ArtTactic, società indipendente specializzata nell’analisi del mercato dell’arte, nel 2025 le vendite all’asta di opere di artisti africani moderni e contemporanei hanno raggiunto i 62,8 milioni di dollari, con una crescita del 42,6 per cento rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo, il mercato globale delle aste è aumentato dell’11,1 per cento.
A crescere non è stato soltanto il valore complessivo delle aggiudicazioni. Nel 2025 sono state vendute 4.785 opere, il dato più alto registrato da ArtTactic dall’inizio delle sue rilevazioni nel 2016, mentre il prezzo medio è salito a 13.133 dollari, con un incremento annuale del 26,7 per cento. Sono numeri che mostrano un settore in espansione, pur all’interno di un andamento non sempre lineare.
Il confronto con il mercato internazionale rende questa accelerazione ancora più evidente. Nel 2025 il valore complessivo delle vendite d’arte mondiali è cresciuto del 4 per cento, raggiungendo i 59,6 miliardi di dollari, mentre le aste pubbliche hanno registrato un incremento del 9 per cento. La ripresa è stata quindi generalizzata, ma il segmento africano ha avanzato con una velocità sensibilmente superiore.
Si tratta ancora di una porzione contenuta del mercato globale, ma la progressione rivela un interesse ormai strutturato, sostenuto dall’allargamento del collezionismo, dalla crescita delle fiere dedicate e dal riconoscimento di autori rimasti a lungo ai margini delle narrazioni dominanti.
Gli artisti africani nelle aste internazionali
La crescita del settore si riflette anche nel modo in cui gli artisti africani vengono collocati nel mercato internazionale. Sotheby’s ha istituito nel 2016 un dipartimento dedicato all’arte africana moderna e contemporanea e dichiara di aver stabilito da allora oltre duecento record mondiali d’asta.
Nel 2024 la casa d’aste ha iniziato a integrare direttamente gli artisti africani nelle principali vendite internazionali di arte moderna e contemporanea, accostandoli ad autori provenienti da altri contesti geografici. È un passaggio significativo: le opere non vengono più considerate soltanto come espressione di una categoria specialistica separata, ma entrano nel confronto con le grandi narrazioni del moderno e del contemporaneo.
Arte contemporanea nordafricana e scena marocchina
Parlare di “arte africana” come di un unico linguaggio sarebbe riduttivo. Il continente comprende esperienze, generazioni, tradizioni visive e condizioni politiche profondamente differenti. Allo stesso modo, non esiste un’estetica nordafricana uniforme.
Emerge piuttosto una pluralità di ricerche che rielaborano il rapporto tra modernità, identità, territorio e memoria. In Marocco, il confronto tra ricerca artistica e saperi artigianali ha assunto un ruolo particolarmente importante. Architettura, tessitura, lavorazione dei metalli, materiali locali e pratiche collettive non vengono necessariamente impiegati come citazioni della tradizione, ma possono diventare strumenti attraverso cui leggere il presente.
È all’interno di questa relazione tra patrimonio e contemporaneità che si colloca il progetto scelto per rappresentare il Paese a Venezia.
Meriem Berrada e Amina Agueznay: le protagoniste del Padiglione del Marocco
La curatela del Padiglione del Marocco è stata affidata a Meriem Berrada, direttrice artistica dal 2018 del MACAAL, il Museo di Arte Contemporanea Africana Al Maaden di Marrakech, istituzione alla cui fondazione ha contribuito.

Meriem Berrada (sx), Amina Agueznay (dx)
Nel corso della sua attività ha sviluppato progetti dedicati alla fotografia africana, alla formazione dei giovani professionisti della cultura e alla costruzione di nuove relazioni tra artisti, istituzioni e territori. La sua ricerca curatoriale indaga soprattutto il modo in cui le arti visive, le pratiche artigianali e la trasmissione della memoria possono contribuire alla costruzione di una narrazione contemporanea.
A rappresentare il Marocco è Amina Agueznay, artista multidisciplinare con formazione in architettura. Dopo diversi anni di attività professionale negli Stati Uniti, è tornata in Marocco, dove ha sviluppato una ricerca fondata sul dialogo con le tecniche artigianali e con le comunità che ne custodiscono i saperi.
Le sue opere attraversano scale molto diverse, dal gioiello alle installazioni monumentali, e nascono spesso dalla collaborazione con tessitrici, ricamatrici, orafi e maestri artigiani. Il suo lavoro è presente, tra le altre, nelle collezioni del Centre Pompidou, del CNAP, del MACAAL e del Red Sea Museum.
Il debutto marocchino si distingue anche per una presenza femminile particolarmente significativa. Oltre alla curatrice e all’artista, gran parte del gruppo di produzione è composto da donne, così come molte delle artigiane coinvolte nella realizzazione dell’opera. Non si tratta però, come spiega la stessa Agueznay, di una scelta costruita a priori intorno al genere, ma del risultato di una selezione basata sulle competenze e di una rete di collaborazioni sviluppata nel tempo.
Asǝṭṭa, il progetto del Padiglione del Marocco alla Biennale di Venezia 2026
Il progetto presentato a Venezia si intitola Asǝṭṭa, parola amazigh legata alla tessitura rituale. L’installazione è stata progettata appositamente per le Artiglierie dell’Arsenale e ruota intorno al concetto di soglia.

La soglia viene interpretata come un luogo di passaggio tra interno ed esterno, spazio pubblico e dimensione privata, protezione e trasformazione. Non è però soltanto un elemento architettonico: diventa anche una condizione mentale, una pausa capace di rallentare lo sguardo e modificare la percezione del visitatore.
Fasce tessute, strutture metalliche, superfici e vuoti si sviluppano all’interno dell’architettura storica dell’Arsenale senza cancellarne la presenza. Il progetto espositivo, realizzato in collaborazione con Cookies Architecture, assume il telaio come principio costruttivo: un sistema modulare sostiene gli elementi tessili e li mette in relazione con le pareti, la pietra e la memoria dell’edificio.
Il Padiglione non funziona quindi come un contenitore neutro, ma come un ambiente da attraversare. Opera e spazio entrano in una relazione continua, costruendo una successione di passaggi e zone intermedie.
Artigianato marocchino, memoria e arte contemporanea
Alla realizzazione di Asǝṭṭa hanno partecipato artigiani provenienti da numerose regioni del Marocco. Tessitrici, ricamatrici, orafi e responsabili di cooperative sono stati coinvolti non come semplici esecutori, ma come portatori di tecniche, esperienze e conoscenze specifiche.

L’artigianato non viene impiegato come elemento decorativo né come richiamo folkloristico. Diventa un linguaggio attraverso cui interrogare la memoria, la trasformazione della materia e la sopravvivenza dei saperi.
L’installazione comprende forme legate alla protezione, al mito e alla vita quotidiana: scorpioni, leoni, lucertole, talismani e bozzoli convivono con elementi che rimandano agli atelier e alle cooperative marocchine.
Tra le opere compare L’Guelssa, una reinterpretazione monumentale del materasso basso da pavimento che si trova abitualmente negli spazi di lavoro artigianali: un luogo destinato alla sosta, nel quale il corpo può riposare e la mente rallentare.
Da questa relazione tra materia, spazio, memoria e produzione collettiva prende avvio la conversazione con Amina Agueznay.
Intervista ad Amina Agueznay, prima artista del Padiglione Marocco alla Biennale di Venezia

Lei è la prima artista a rappresentare ufficialmente il Marocco alla Biennale d’Arte di Venezia. Come considera oggi il ruolo delle donne nella scena artistica contemporanea nordafricana? Ritiene che esistano ancora aspettative o limitazioni specifiche legate al modo in cui il lavoro delle artiste viene percepito?
È una domanda molto interessante. Personalmente, vorrei pensare che il progetto sia stato scelto per la Biennale per la visione e la competenza espresse dalla nostra proposta, e non per considerazioni legate al genere. I media hanno mostrato molto interesse per il fatto che il nostro gruppo di produzione fosse composto in prevalenza da donne, e sono molto orgogliosa di questa caratteristica, ma non è stata una scelta intenzionale. Abbiamo cercato persone competenti e capaci di lavorare con grande impegno, e la maggior parte di loro si è trovata a essere donna.
Nella sua pratica l’artigianato non appare come un elemento decorativo, ma come un autentico linguaggio contemporaneo. Qual è il suo rapporto personale con i saperi artigianali marocchini e quando ha compreso che avrebbero potuto assumere un ruolo centrale nella sua ricerca artistica?
Apprezzo molto questa osservazione, perché gran parte del mio lavoro è, in effetti, espressione del mio linguaggio visivo personale. Alcuni dei miei primi ricordi sono legati alle visite nei souk e negli atelier insieme a mia madre. Anche la mia formazione e la mia pratica di architetta hanno contribuito a definire questo linguaggio: punto, linea, piano.
Quando sono tornata in Marocco, dopo aver trascorso dieci anni negli Stati Uniti, mi sono sentita attratta da tutto ciò che era fatto a mano, autentico, esistenziale. Ho iniziato progettando gioielli per il corpo realizzati attraverso tecniche artigianali. Da lì, il lavoro si è evoluto nello spazio e nelle dimensioni in maniera molto naturale, quasi come imparare a parlare una nuova lingua attraverso un’esperienza immersiva.
Asǝṭṭa ruota intorno al concetto di soglia. Che cosa rappresenta per lei questa idea? Un luogo di passaggio, trasformazione, protezione o forse uno spazio più mentale che fisico?
Tutte queste cose. In termini architettonici, l’impiego dello spazio negativo all’interno di Asǝṭṭa è molto importante per me. L’uso del vuoto all’interno di una struttura solida agisce in due modi.
Per quanto riguarda l’installazione nel suo insieme, composta da diverse opere separate, lo spazio negativo mi permette di ampliare le possibilità espositive, creando spazi dentro lo spazio.
Il secondo aspetto della soglia, più intuitivo, è simile a una pausa musicale: un’interruzione strategica o intenzionale che ci consente di respirare, percepire e riflettere.
Il suo processo creativo sembra profondamente legato alla materia, al gesto e al tempo. Come nasce un’opera come questa? Parte da un’immagine, da un materiale, da un ricordo o da una sensazione?
Lavoro con gli artigiani da molti anni e, nel tempo, abbiamo sviluppato modalità di comunicazione basate sui disegni. Solitamente parto da alcuni schizzi e dall’idea di un materiale.

Quando mi trovavo in residenza in Madagascar, per esempio, ero rimasta affascinata dall’uso artigianale locale della rafia e sono partita da lì. Il punto di origine può essere un’idea, persino una singola parola, ma in genere sviluppo questi pensieri attraverso il disegno e la sperimentazione sulla materia.
Nel suo lavoro la memoria non appare mai nostalgica, ma piuttosto viva e in continua trasformazione. Qual è il suo rapporto con la memoria nel mondo contemporaneo? Ritiene che l’arte abbia ancora la capacità di conservare o trasmettere le memorie collettive?
È un tema che ho affrontato in Curriculum Vitae, un’opera del 2021, per la quale ho chiesto ad alcuni artigiani di tessere motivi appartenenti ai loro repertori individuali.
Ogni tessitore ha utilizzato la lana nera per indicare i motivi dei quali ricordava il nome e la lana bianca per quelli il cui nome era stato dimenticato. La trasmissione funziona proprio in questo modo: si ricorda un motivo attraverso la ripetizione, ma si può averne dimenticato, o non averne mai conosciuto, il contesto e il significato originari.
L’opera era costituita da lunghe fasce tessute che, una volta assemblate, potevano essere lette come un manoscritto dal quale mancavano alcune parole. Credo che l’arte serva anche a comprendere questa perdita e a ricordarci quanto sia importante preservare la memoria collettiva.
La sua formazione è legata all’architettura, eppure nel suo lavoro lo spazio sembra essere concepito quasi come un organismo vivente. Ha immaginato il Padiglione Marocco alla Biennale di Venezia come un ambiente da attraversare e sperimentare, più che come qualcosa da osservare?
Assolutamente sì. Il concetto originario di Asǝṭṭa era quello di una sorta di membrana, o di una seconda pelle. Concepisco sempre le installazioni pensando allo spazio al quale sono destinate, e quest’opera del Marocco è stata immaginata specificamente per l’Arsenale di Venezia alla Biennale.
La storia racchiusa nelle sue pareti, i colori della pietra e la patina del tempo hanno una presenza talmente tangibile che desideravo conservarla intatta. L’idea era quindi quella di innestare un altro mondo all’interno di questo spazio, come attraverso un trapianto di pelle.
Il contrasto tra i materiali naturali della pietra medievale e la lana viva è naturale e, allo stesso tempo, produce un effetto sorprendente. Siamo avvolti da questa membrana, da un’energia protettiva che ci accoglie e ci fascia.
Nel mio lavoro ricorrono spesso simboli di protezione: bozzoli, talismani, henné. In Asǝṭṭa, questi elementi formano un’architettura intenzionale composta da una successione di soglie.
Per il progetto espositivo abbiamo collaborato con Cookies Architecture.
Lei ha spesso sottolineato l’importanza di non “utilizzare” gli artigiani, ma di riconoscerli come depositari di conoscenze. Come si può costruire, nella pratica, una collaborazione etica all’interno del sistema dell’arte contemporanea?
La mia prima installazione collaborativa di grandi dimensioni è stata Skin, realizzata nel 2011. Da tempo conducevo ricerche sul campo e avevo organizzato workshop con gli artigiani per incoraggiarli a preservare le tecniche e i materiali tradizionali, continuando al tempo stesso a innovarli. Mi è sempre piaciuto trascorrere del tempo all’interno delle cooperative, conoscere individualmente gli artigiani e imparare da loro. In questo modo ho costruito relazioni con molti di loro. L’etica della collaborazione si basa sulla fiducia e sulla comprensione reciproca. Può assumere la forma di una semplice partecipazione, di una coproduzione o di una commissione. Utilizzo il termine “partecipativo” perché ciascuno di noi prende parte a un processo collettivo, pur ricoprendo ruoli differenti.
Le creature che compaiono nell’installazione — scorpioni, leoni e lucertole — sembrano collocarsi in uno spazio sospeso tra protezione, mito e memoria. Quale ruolo svolgono nell’immaginario del Marocco alla Biennale di Venezia?
Per me è importante lavorare proprio all’interno di questo spazio fatto di protezione, mito e memoria. Il tempo e la materia sono elementi essenziali dell’opera. La lana è un materiale vivo, dotato di proprietà fonoassorbenti, morbidezza e traspirabilità. È viva, eppure è circondata dal passato: quello custodito nelle pareti dello spazio fisico e quello appartenente alla tradizione artigianale. Spero che i visitatori, entrando in questo ambiente, possano avvertire il tempo rallentare. Una delle opere si intitola L’Guelssa ed è un’interpretazione su larga scala del materasso basso da pavimento che si trova in ogni atelier e cooperativa del Marocco. È un luogo in cui riposare, permettendo al corpo di rispondere alla sensazione di protezione e alla mente di vagare.

