Nata nel 2013, diventata nota al grande pubblico nel 2020 con la creazione di Immuni, l’app promossa dal governo italiano per il tracciamento dei contagi Covid, Bending Spoons ha debuttato al Nasdaq e oggi, nonostante il calo registrato nella seduta del 2 luglio, vanta una capitalizzazione superiore ai 20 miliardi di euro. Sono numeri che collocano la software house milanese, spesso ancora raccontata come una ex startup, accanto ad alcune delle maggiori società quotate italiane. Se fosse trattata a Piazza Affari, Bending Spoons sarebbe oggi intorno al 19esimo posto per valore di Borsa: vicina a Terna e Unipol, non distante da Mediobanca, che capitalizza circa 21 miliardi, e sopra Banca Mediolanum, a 16,3 miliardi.
Come accade per molte società growth, gli investitori non stanno comprando soprattutto una traiettoria di crescita futura. Il prospetto presentato alla Sec mostra una società in forte accelerazione: nel primo trimestre Bending Spoons ha generato 75,7 milioni di dollari di cassa operativa, contro i 21,4 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente; i ricavi sono più che raddoppiati a 601,3 milioni di dollari e il risultato operativo è passato da una perdita di 4,6 milioni a un utile di 120,2 milioni.
La crescita corre, ma il debito pesa sui margini
A trainare questa espansione sono state però soprattutto acquisizioni finanziate con nuovo debito. Nello stesso trimestre, infatti, gli interessi passivi sono saliti da 19,3 a 93,2 milioni di dollari, assorbendo quasi l’80% dell’utile operativo. Il grado di maturità dell’azienda è raccontato bene dalla distanza fra margine operativo e margine netto: 20% contro 4,6%. Insomma, la struttura finanziaria assorbe ancora una parte rilevante del risultato.
Al netto delle acquisizioni, Bending Spoons resta comunque in crescita, ma con numeri meno spettacolari di quelli headline. La crescita organica indicata nel prospetto è stata del 13% nel 2025, mentre nel primo trimestre 2026 si è fermata al 6% a perimetro comparabile. Più che una tech company pura, Bending Spoons assomiglia a una piattaforma acquisitiva applicata al software, ma non è un segreto: sono gli stessi fondatori a sottolinearlo.
Più private equity permanente che software house tradizionale
“Il nostro playbook, acquisire, trasformare e ottimizzare, poi reinvestire, è rimasto sostanzialmente invariato dal 2013”, si legge nel prospetto. “Ciò che è cambiato in modo significativo è la nostra comprensione di cosa serva per eseguirlo bene. Un’esecuzione efficace si riduce a tre elementi: persone, tecnologie proprietarie e dati proprietari”. La tecnologia, in questa narrazione, non è solo il prodotto finale: è lo strumento con cui selezionare cosa comprare, migliorare gli asset acquisiti e reinvestire i flussi generati. Una logica più vicina al private equity permanente che alla software house tradizionale.
Al netto di questa radiografia, resta il fatto che il debutto ha convinto Wall Street. Il prezzo dell’azione è salito dai 31 dollari dell’apertura oltre quota 40 dollari, prima di ritracciare intorno ai 36 dollari nella seconda giornata di scambi. Il Nasdaq, ancora una volta, ha dimostrato di essere disposto a riconoscere a una storia di crescita multipli che Piazza Affari difficilmente concederebbe a una società con utili netti ancora limitati e una crescita organica tutt’altro che esplosiva.
Il senso del confronto con le capitalizzazioni dei big di Piazza Affari, allora, non sta tanto nei numeri puri: Wall Street e Milano viaggiano su binari valutativi molto lontani. Una domanda suggestiva è: quanto sarebbe stata valutata Bending Spoons se avesse scelto Milano invece del Nasdaq. La risposta dice qualcosa di più sulla salute delle Borse europee e non a caso si parla sempre più spesso di desertificazione dei listini del Vecchio Continente. Difficile immaginare che il mercato italiano avrebbe riconosciuto alla società gli stessi multipli concessi da Wall Street, dove una piattaforma globale di software e acquisizioni può essere valutata soprattutto sulla promessa di utili ancora di là da venire.

