A gennaio l’antico bene rifugio ha toccato un livello storico: circa 5.300 dollari l’oncia. La guerra in Iran ne ha temporaneamente frenato il rally: a fronte di un’aspettativa di aumento dei tassi, gli investitori hanno spostato l’attenzione verso altri asset. Tuttavia, con il recente accordo di cessate il fuoco, i prezzi dell’oro, pur rimanendo volatili, si sono stabilizzati a un livello di circa 4.600 dollari l’oncia.
I gestori di Capital Group Paul Benjamin, Lisa Thompson e Rob Lovelace analizzano il fenomeno dell’oro e illustrano la loro view futura.
Il ruolo delle banche centrali nella corsa all’oro
Per molti decenni le banche centrali avevano ridotto le proprie riserve auree. Infatti, “non si tratta di un attivo particolarmente redditizio: non paga interessi, non genera rendimento composto e ha un costo implicito legato alla custodia e alla sorveglianza delle riserve”, afferma Lovelace.
Tuttavia, negli ultimi anni, le stesse banche centrali hanno ricoperto un ruolo primario nella domanda di oro, nell’ambito di diverse strategie di asset allocation.
Timori sul dollaro come bene rifugio e sull’indipendenza delle banche centrali
Con l’indebolirsi della fiducia nel dollaro negli ultimi anni, gli acquisti di metallo giallo sono aumentati significativamente.
“Abbiamo assistito, nel 2022, al congelamento delle riserve russe investite in Treasury statunitensi, evento che ha provocato una forte accelerazione degli acquisti di oro da parte delle banche centrali non occidentali”, osserva Benjamin.
Inoltre, verso la fine dello scorso anno, è cresciuta l’attenzione verso il cosiddetto debasement trade. L’espressione fa riferimento alle preoccupazioni fiscali di molti Paesi occidentali, tra cui il rischio che le banche centrali siano influenzate nelle loro politiche dalla necessità di ridurre il peso del debito attraverso l’inflazione.
“I timori connessi a possibili politicizzazioni delle riserve e a possibili perdite di valore di obbligazioni e monete tradizionali hanno alimentato la domanda di oro”, spiega Benjamin.
La domanda di oro delle banche centrali come strategia di asset allocation
Secondo Thompson, le banche centrali sono acquirenti insensibili al prezzo, guidate nelle scelte di asset allocation da altri driver.
“Le strategie di allocazione degli attivi delle banche centrali non sono guidate da obiettivi di battere il benchmark”, afferma Thompson. E aggiunge: “Tendono a concentrarsi su rischio e liquidità”.
Questo ha portato a un’accelerazione della domanda negli ultimi anni, a partire dal congelamento delle riserve russe, estendendosi poi a molti mercati emergenti, con la Cina come esempio particolarmente rilevante. Anche in Polonia, per esempio, si comincia a vedere questo desiderio di diversificare verso l’oro, riducendo l’esposizione al dollaro statunitense.
Prospettive degli esperti
Benjamin è tendenzialmente costruttivo sull’andamento futuro dell’oro, ma “l’entità del movimento dipenderà dal livello del rendimento reale, corretto per l’inflazione, di azioni e obbligazioni”. Infatti, osservando i tassi reali successivamente alla crisi finanziaria globale, si può notare come si siano mantenuti bassi. “L’oro tende a fare bene in questi scenari”, osserva Benjamin.
Secondo Thompson esiste una domanda strutturale di oro che ne sostiene i prezzi, ma questa tendenza non è destinata a durare per sempre.
E Lovelace aggiunge: “A un certo punto le banche centrali potrebbero smettere di aumentare le loro riserve auree, una volta raggiunta la quantità ritenuta adeguata. Poiché l’estrazione continua a immettere nuovo oro sul mercato ogni anno serve una domanda aggiuntiva costante per assorbirlo; in mancanza di questa, il prezzo dell’oro potrebbe indebolirsi”.
Posizionamento in portafoglio
Benjamin ritiene che il metallo giallo svolga un ruolo importante in portafoglio, soprattutto in un fondo bilanciato. Tuttavia, “in Capital Group non acquistiamo oro fisico né ETF sull’oro”, sostiene.
“Preferisco invece investire in società che creano valore e che possono fare meglio di quanto farebbe il semplice possesso dell’oro”, chiarisce. Si tratta delle cosiddette gold streamers, come Wheaton Precious Metals, Royal Gold e Franco-Nevada: non sono società minerarie, ma società finanziarie. Queste società concedono prestiti ai produttori di rame o d’oro, prestiti che vengono rimborsati in oro. Le tre aziende menzionate hanno fatto crescere l’utile per azione a un ritmo annuo superiore di 600-900 punti base rispetto all’aumento del prezzo dell’oro. Hanno quindi fornito la tradizionale copertura del metallo prezioso, contribuendo al contempo in misura significativa alla crescita del capitale.
Anche Lovelace non utilizza l’oro fisico nella sua asset allocation, ritenendolo più un bene di ultima istanza. Ciò non toglie che “nel corso della storia il bene abbia avuto un ruolo importante come riserva di valore, come valuta e come copertura contro l’inflazione”, conclude l’esperto.

