Come fare margini con gli Etf? Nicchie e “autoproduzione”

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Nel mercato degli Etf passivi dominato da pochi grandi operatori globali, i distributori cercano nuove leve per recuperare margini: dalla creazione di prodotti proprietari agli indici “di casa”, passando per strategie attive meno confrontabili.

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In Italia gli Etf rappresentano ancora oggi appena l’1,8% delle masse del private banking, ma per questi prodotti a basso costo il vento è in poppa. La crescita delle masse gestite in Etf è un fenomeno globale e le strategie di lungo termine delle banche e dei distributori iniziano ad adattare il loro modello, anche nel nostro Paese. Da una parte, le reti si spostano verso il pagamento a parcella, che slega la remunerazione dal prodotto venduto; dall’altra si mettono in campo nuove armi per trattenere più margini possibili da un prodotto come l’Etf che, di margini, ne ha sempre offerti pochi.

Non a caso: negli Etf passivi i primi quattro operatori gestiscono l’87% delle masse complessive, mentre i primi dieci arrivano al 96%, secondo un recente studio della Sec. Una concentrazione ben superiore a quella osservata nell’industria del risparmio gestito nel suo complesso, che comprime strutturalmente i margini per chi distribuisce ma non produce. In un mercato dominato da pochi grandi emittenti globali, competere sul prezzo del beta è di fatto impossibile per gli intermediari che controllano la relazione con il cliente ma non la fabbrica prodotto.

Se il beta è una commodity, il margine si fabbrica

Da qui il crescente interesse verso l’“autoproduzione”. Dopo Fineco AM e Fideuram AM (D-X), anche UniCredit ha ufficializzato entro l’anno il lancio di una propria gamma di Etf nell’ambito di un’estensione dell’offerta che punta a trattenere una fetta sempre più grande delle commissioni versate sui prodotti. Anche Scalable Capital, parlando di concorrenti nativi digitali, ha lanciato l’anno scorso il suo primo Etf, passando la staccionata che divide gli intermediari dalle case prodotto.

“Le grandi banche, le private bank e le piattaforme online stanno lanciando sempre più spesso i propri Etf a marchio, e l’incentivo è evidente”, ha scritto nella sua newsletter Michael O’Riordan, un veterano del settore Etf con un passato fra BlackRock e JPMorgan. “La produzione di ETF si è ormai standardizzata: le infrastrutture esistono, le piattaforme white-label sono collaudate e i fornitori di servizi possono occuparsi di operatività, capital markets, custodia e compliance. Se controlli la distribuzione, perché promuovere il ticker di qualcun altro quando puoi crearne uno tuo e trattenere il margine?”.

Quest’ultimo è esattamente il punto strategico evocato più volte dall’ad di UniCredit, Andrea Orcel: la tendenza a creare prodotti interni (Etf inclusi) è ormai trasversale. Per gli asset manager che non dispongono di prodotti distintivi o di un brand molto forte la vita si farà più difficile. Il controllo della distribuzione diventa infatti una leva competitiva decisiva in un mercato in cui il contenitore-Etf è ormai largamente accessibile.

Dall’indice “di casa” all’attivo travestito: la nuova alchimia degli Etf

D’altro canto, il prodotto “della casa” non è una novità nell’industria finanziaria: la differenza è che con gli Etf è più difficile proporre qualcosa di realmente distinto: si vende un indice, non una strategia. La proliferazione degli indici alla base di Etf sempre più numerosi e di nicchia e la vertiginosa crescita dell’offerta di Etf a gestione attiva sono l’effetto palpabile di questa evoluzione. Negli Stati Uniti, secondo un paper pubblicato dalla Sec, il numero di Etf attivi ha ormai quasi raggiunto quello dei passivi (1.531 contro 1.907 nel 2024), per quanto ancora indietro in termini di masse (768 miliardi contro 7.700). La crescita osservata fra 2020 e 2024, pari al 65% annuo, dimostra tuttavia come l’industria degli Etf attivi stia effettivamente ingranando, offrendo una chance anche ai distributori che intendono entrare nella fabbrica prodotto in un segmento dove la concentrazione resta significativamente più bassa (58% delle masse in capo ai primi quattro operatori).

Per i distributori oltreoceano, dove la consulenza a parcella è già ben radicata, gli incentivi del sistema sono così passati dal fondo della casa all’indice costruito in casa. Non più i classici indici creati da S&P Dow Jones o MSCI, ma versioni personalizzate che non pagano a questi colossi le relative commissioni, che pesano per circa il 30% dei costi sostenuti dagli investitori finali sotto forma di commissioni di Etf.

Da qui il fenomeno degli Etf “auto-indicizzati”, che oggi rappresentano quasi il 20% degli Etf all’interno di stili di investimento popolari come l’azionario broad market e il large cap, si legge nello studio Index Disruption: The Promise and Pitfalls of Self-Indexed ETFs, firmato da due ricercatori dell’Università di Oxford. Scorrendo le pagine dello studio emergono tuttavia nuove forme di inefficienza in quello che è sempre stato definito il prodotto efficiente per eccellenza: “La proliferazione degli indici […] consente agli emittenti di vendere portafogli quasi omogenei [alle alternative disponibili] a commissioni più elevate”, affermano gli autori, che hanno calcolato un sovrapprezzo del 10-13%.

“Queste vendite sono facilitate dal fatto che alcuni emittenti di Etf auto-indicizzati sono anche gestori di private wealth, il che permette loro di promuovere i propri prodotti auto-indicizzati all’interno delle attività di consulenza”. Una tesi che è già stata verificata empiricamente nello studio in questione: gli Etf auto-indicizzati presentano in media una self-ownership del 14%, significativamente superiore al 2% osservato per i peer indicizzati pubblicamente, e l’80% di questa differenza è guidato dagli Etf auto-indicizzati emessi da consulenti per gli investimenti.

La battaglia per trattenere commissioni nel nuovo mondo degli Etf, insomma, non sarà fatta solo di parcelle trasparenti e prodotti super competitivi. In un contesto in cui la competizione sui costi resta appannaggio di un pugno di fornitori globali, la proliferazione di indici proprietari e strategie attive rappresenta anche un modo per aumentare i costi di ricerca degli investitori e rendere meno immediato il confronto tra prodotti. Complicare ciò che è nato semplice, l’Etf che replica un indice largamente noto, diventa così una possibile via per recuperare margini lungo la catena distributiva.


Articolo tratto dal numero di aprile 2026 di We Wealth

Domande frequenti su Come fare margini con gli Etf? Nicchie e “autoproduzione”

Qual è la quota di mercato attuale degli ETF nel private banking italiano e quale tendenza si osserva?

In Italia, gli ETF rappresentano ancora solo l'1,8% delle masse gestite nel private banking. Tuttavia, si osserva una forte crescita per questi prodotti a basso costo, indicando un trend positivo e un interesse crescente.

Come stanno adattando le banche e i distributori il loro modello di business in relazione agli ETF?

Le reti si stanno spostando verso modelli di pagamento a parcella, che separano la remunerazione dalla vendita di specifici prodotti. Questo approccio mira a incentivare strategie di lungo termine e a offrire nuove soluzioni ai clienti.

Cosa si intende per 'autoproduzione' nel contesto degli ETF menzionato nell'articolo?

L'articolo suggerisce che il concetto di 'autoproduzione' nel contesto degli ETF potrebbe riferirsi alla creazione di strategie di investimento personalizzate o alla gestione attiva di portafogli che includono ETF, permettendo di 'fabbricare' margini.

Qual è il significato di 'beta come commodity' e come si lega alla creazione di margini con gli ETF?

Se il beta, che rappresenta la sensibilità di un investimento ai movimenti del mercato, viene considerato una commodity, ciò implica che il suo valore è standardizzato e facilmente replicabile. Questo scenario apre la possibilità di creare margini attraverso strategie che sfruttano questa standardizzazione.

Quali sono le 'nuove armi' che le reti stanno mettendo in campo per trattenere i clienti nel contesto degli ETF?

Le reti stanno implementando nuove strategie per fidelizzare la clientela, tra cui il passaggio a modelli di remunerazione a parcella. Questo approccio mira a offrire un servizio più trasparente e orientato al lungo termine, distaccandosi dalla mera vendita di prodotti.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.