La guerra in Iran, dopo aver sfiorato una fase ancora più distruttiva per le infrastrutture energetiche dei Paesi confinanti con la Repubblica Islamica, sembra aver aperto un primo spiraglio al dialogo. Ma mentre l’incertezza continua a crescere sui mercati azionari, l’oro non si sta comportando come il bene rifugio che la teoria finanziaria gli attribuisce.
Nell’ultimo mese segnato dal conflitto, il future sul metallo giallo ha ceduto il 15,8% (al 23 marzo), scendendo a 4.439,50 dollari l’oncia e toccando un minimo intraday di 4.100 dollari. Per confronto, nello stesso periodo l’indice S&P 500 ha perso il 3,29% e lo Stoxx 600 il 7,67%.
Il paradosso è evidente: nel pieno del più grave shock energetico dagli anni Settanta, detenere azioni si è rivelato più protettivo che detenere oro. Un’anomalia solo apparente, dietro la quale si celano dinamiche ben precise.
Tassi, dollaro e prese di profitto: perché l’oro ha perso appeal
“È stato un movimento controintuitivo, ma per capirlo bisogna guardare anche a ciò che è successo nel frattempo sul fronte obbligazionario”, spiega a We Wealth Carlo Alberto De Casa, analista di Swissquote e veterano del mercato dei metalli preziosi.
Il primo fattore chiave è l’aumento dei rendimenti. Nell’ultimo mese il Treasury decennale Usa ha visto salire i tassi di oltre 30 punti base, fino al 4,352%, mentre il Btp decennale è salito di oltre 50 punti base al 3,849%, ai massimi da dieci anni.
Per chi detiene oro questo significa una cosa molto concreta: aumentano le alternative a basso rischio in grado di offrire rendimento. “Il rendimento del principale bene rifugio alternativo all’oro, il Treasury Usa, è aumentato sensibilmente. Di conseguenza cresce il costo opportunità di detenere oro: oggi chi lo tiene in portafoglio rinuncia non più a un 3-3,5%, ma a un 4-4,5% offerto dai titoli di Stato”, osserva De Casa. “Ecco perché la concorrenza all’oro è diventata più agguerrita e si sono visti deflussi verso i bond governativi”.
A sostenere i rendimenti è anche il cambio di aspettative sulla Federal Reserve: se prima del conflitto il mercato prezzava due tagli dei tassi nel corso dell’anno, oggi i future indicano tassi fermi fino a settembre 2027.
A questo si aggiungono due ulteriori elementi. Da un lato, il rafforzamento del dollaro ha attenuato il calo dell’oro in altre valute. Dall’altro, pesa l’effetto base: tra il 2024 e l’inizio del 2026 il metallo giallo aveva registrato una corsa straordinaria, e parte della discesa attuale rappresenta un fisiologico riassorbimento degli eccessi.
Infine, nelle fasi di stress entrano in gioco anche dinamiche tecniche. “Spesso l’oro viene inizialmente venduto per far fronte a margin call, cioè per liberare liquidità e coprire altre posizioni in perdita”, aggiunge De Casa. Una pressione che tende però a esaurirsi rapidamente: “In un secondo momento il mercato razionalizza e si rende conto che l’oro non è affatto un asset da scartare, soprattutto in contesti di incertezza”.
Anche nel 2022 le prime fasi del conflitto in Ucraina non avevano spinto l’oro, che nei mesi immediatamente successivi aveva mostrato un calo.
Supporti, alternative e strategie: è il momento di rientrare?
Secondo De Casa, l’area dei 4.000 dollari rappresenta un primo livello tecnico rilevante. “Su questi livelli si può iniziare a ragionare su un rientro. Per chi è rimasto fuori, ci stiamo avvicinando a valutazioni più interessanti”. Resta però l’incognita principale: capire se la fascia 4.000–4.200 terrà oppure se ci sia spazio per ulteriori ribassi: “Molto dipenderà dall’evoluzione della crisi geopolitica, dall’andamento del petrolio e dalle conseguenze sulle politiche monetarie”.
Nel frattempo, alcuni investitori stanno già guardando ad alternative più “pure” per proteggersi dall’inflazione. “Le obbligazioni indicizzate all’inflazione hanno registrato afflussi positivi in vista dell’impatto energetico, in contrasto con i forti deflussi dagli ETF sull’oro”, osservano gli analisti di Goldman Sachs.
Anche secondo Ubs Wealth Management, il metallo giallo potrebbe tornare a salire qualora i mercati iniziassero a focalizzarsi sull’impatto negativo di prezzi energetici elevati sulla crescita. Tuttavia, nel breve termine la raccomandazione resta prudente: “ridurre parte dell’esposizione azionaria diretta e privilegiare soluzioni con protezione del capitale” — in altre parole, rafforzare la componente obbligazionaria del portafoglio.

