Dopo anni di tassi compressi e reddito quasi scomparso, le obbligazioni tornano a parlare il linguaggio che gli investitori conoscono meglio: quello del rendimento. Ma non è un ritorno al passato. Con l’inflazione in rallentamento e le banche centrali entrate in una fase più leggibile, la partita si sposta dalla direzione dei tassi alla struttura dei portafogli: durata, qualità del credito, visibilità dei flussi. È qui che si gioca oggi il vero equilibrio del reddito fisso.
Federico Pons, country head Italy di Janus Henderson Investors, spiega quali driver contano davvero in questa fase e perché le strategie a scadenza fissa stanno tornando al centro delle scelte degli investitori.
Con la BCE ferma al 2% e un’inflazione in Eurozona scesa all’1,7%, l’obbligazionario torna al centro della costruzione di portafoglio. Quali sono oggi i driver che state monitorando con più attenzione?
In questo momento monitoriamo soprattutto tre driver che, secondo noi, definiranno il comportamento del mercato obbligazionario nei prossimi mesi. Primo, il percorso dei tassi delle banche centrali. Con l’inflazione ormai in forte rallentamento in Eurozona e segnali più accomodanti da parte della nuova Fed, il mercato sta iniziando a prezzare un ciclo di tagli più vicino nel tempo. Questo rende la parte breve della curva – fino a tre anni – particolarmente interessante, perché consente di bloccare rendimenti ancora elevati prima che inizino a comprimersi.
Secondo: l’inflazione e i suoi trend sottostanti. Il fatto che l’inflazione europea sia scesa ai minimi degli ultimi anni riduce la probabilità di ulteriori rialzi e rafforza la visibilità sulla traiettoria dei tassi. Per noi questo supporta una preferenza netta per la componente corporate di alta qualità, prevalentemente investment grade, affiancata da una selezione mirata di high yield con fondamentali solidi.
Terzo: gli spread creditizi. Pur non essendo ai massimi, restano su livelli coerenti con un buon rapporto rischio/rendimento. Nella parte breve della curva offrono ancora un buffer interessante e permettono di costruire portafogli a scadenza ben diversificati, con volatilità contenuta e buona visibilità sul flusso cedolare.
Tradotto nella nostra view, preferiamo soluzioni in euro, ben diversificate sul credito di qualità, con orizzonte massimo tre anni e, quando opportuno, utilizziamo la copertura valutaria per catturare eventuali differenziali di rendimento senza aggiungere volatilità indesiderata. È una fase in cui il rapporto rendimento/rischio è particolarmente efficiente e proprio per questo potrebbe non durare a lungo.
Negli ultimi mesi i rendimenti del credito investment grade a breve scadenza sono tornati su livelli interessanti. Cosa vi fa pensare che possa essere un buon punto d’ingresso oggi?
I dati sull’inflazione dimostrano un raffreddamento significativo. In Eurozona l’inflazione è scesa all’1,7% a gennaio 2026, mentre negli Stati Uniti, nonostante un contesto più incerto, la nuova guida della Fed appare più propensa a un atteggiamento accomodante: questo aumenta la probabilità di tagli dei tassi già nel breve periodo.
Una volta che i tassi iniziano a scendere, queste finestre tendono a richiudersi rapidamente, perché i rendimenti disponibili sulle emissioni di alta qualità si comprimono in fretta. Pensiamo quindi che questo sia uno degli ultimi momenti in cui è possibile bloccare rendimenti interessanti su scadenze brevi con soluzioni buy & hold. È una combinazione che non si verifica spesso: tassi ancora elevati oggi, ma con una traiettoria futura inclinata verso il basso.
In cosa un fondo obbligazionario a scadenza fissa è diverso dall’acquisto di una singola obbligazione e da un fondo obbligazionario tradizionale?
Un fondo obbligazionario a scadenza fissa è una soluzione pensata per combinare la prevedibilità tipica di un’obbligazione con la diversificazione e la gestione professionale di un fondo.
Invece di acquistare un singolo bond, l’investitore entra in un portafoglio composto da decine di obbligazioni con una scadenza comune, selezionate e monitorate da un team dedicato. Questo riduce il rischio specifico del singolo emittente e offre un profilo di reddito più stabile nel tempo.
La differenza rispetto a un’obbligazione singola è proprio questa: con il bond singolo si ha visibilità sulla cedola, ma ci si assume tutto il rischio dell’emittente. Con un fondo a scadenza fissa, invece, si ottiene una diversificazione immediata e una gestione attiva del rischio di credito e di mercato, con un approccio buy & maintain.
Rispetto a un fondo obbligazionario tradizionale, la differenza principale è la presenza di una scadenza definita. Nei fondi aperti la duration resta più elevata nel tempo ed è più sensibile ai movimenti dei tassi. In un fondo a scadenza fissa, invece, la duration si accorcia progressivamente man mano che ci si avvicina alla scadenza, riducendo la volatilità e aumentando la visibilità sul profilo rischio/rendimento.
Il capitale non è garantito e il valore può oscillare nel tempo, ma la struttura del fondo mira a portare l’investitore a scadenza con un percorso il più possibile lineare.
Uno dei dubbi più frequenti riguarda il rischio default: cosa succede se un’emissione non rimborsa il debito?
Il cuore della strategia è la diversificazione, che serve proprio a evitare che il default di un singolo emittente comprometta il risultato dell’intero fondo.
Quando un investitore compra un’obbligazione singola, si assume tutto il rischio legato a quell’emittente. In un fondo a scadenza fissa, invece, il portafoglio è costruito per spezzare questo rischio: parliamo tipicamente di 90-110 obbligazioni, diversificate per settore, area geografica e rating. L’eventuale default di un singolo emittente ha quindi un impatto molto limitato sul valore complessivo del fondo. In più, il team effettua analisi approfondite del credito e monitora continuamente gli emittenti. Se un rischio aumenta, si può intervenire prima che diventi un problema. Il rischio non scompare, ma viene gestito in modo professionale e diluito su un universo ampio di emittenti.
In un portafoglio a scadenza fissa quanto conta l’approccio buy & hold e quanto invece la gestione attiva?
L’approccio è prevalentemente buy & hold: il portafoglio viene costruito all’inizio e mantenuto stabile per tutta la durata, con un turnover molto basso. Questo però non significa gestione passiva. La componente attiva entra in gioco quando serve proteggere gli investitori: se un emittente mostra segnali di deterioramento o un’obbligazione diventa troppo rischiosa, il team può intervenire sostituendo il titolo per preservare il flusso cedolare e la stabilità complessiva del portafoglio. In sintesi, il buy & hold rappresenta la struttura di base, affiancata da una gestione attiva mirata quando necessario.
Quali soluzioni buy & hold possono avere più senso in questa fase di mercato?
In questa fase, le soluzioni buy & hold di breve duration, come i portafogli a scadenza fissa a tre anni, possono essere particolarmente adatte agli investitori che oggi tengono molta liquidità sui conti correnti o si limitano ai Titoli di Stato.
L’idea è bloccare rendimenti ancora interessanti per un orizzonte definito, in un momento in cui le curve corporate a breve restano su livelli storicamente elevati.
Una soluzione a tre anni consente di offrire un rendimento potenzialmente superiore alla liquidità o ai governativi di pari durata, con maggiore visibilità sul percorso e minore rischio di reinvestimento in caso di tagli dei tassi nei prossimi anni.
Per questo riteniamo che soluzioni buy & hold di durata triennale possano rappresentare un’alternativa efficace per trasformare liquidità infruttifera in un rendimento competitivo.
Articolo tratto dal n° di marzo del Magazine di We Wealth. Abbonati qui per leggere il Magazine in formato cartaceo o digitale.
