Fondo pensione, da negoziale ad aperto: la portabilità conviene?

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Un uomo in camicia bianca è seduto al tavolo di un bar all'aperto, con un giornale in una mano e il mento appoggiato sull'altra. Una tazza di caffè è sul tavolo di fronte a lui. Guarda pensieroso in lontananza.

La Legge di Bilancio 2026 introduce il principio di portabilità piena del Tfr e del contributo datoriale, consentendo il passaggio dai fondi negoziali a quelli aperti o ai Pip senza perdere i diritti contrattuali. Una nuova libertà che amplia le opzioni di investimento, ma che va valutata alla luce di costi, profilo di rischio e orizzonte temporale.

Indice

Dal 1° luglio i lavoratori dipendenti che destinano il Tfr a un fondo pensione negoziale “di categoria” potranno liberamente scegliere un altro fondo pensione aperto o un Pip, senza dover rinunciare al contributo datoriale. Ossia al reddito extra che il datore di lavoro versa nel fondo pensione, contribuendo a massimizzare i benefici fiscali e il montante finale.
La Legge di Bilancio 2026, intervenendo sulla disciplina della previdenza complementare definita dal d.lgs. 252/2005, introduce così una responsabilità in più che – se utilizzata bene – potrebbe consentire ai lavoratori di selezionare un fondo più allineato alle proprie aspettative di rendimento (e alla tolleranza al rischio), mantenendo il “bonus” del contributo datoriale.

Come tutte le libertà, tuttavia, va esercitata con giudizio. Infatti, i fondi negoziali di categoria sono mediamente meno costosi delle alternative aperte: secondo i dati dell’ultima relazione Covip, l’indice sintetico dei costi a 10 anni per i fondi negoziali era pari allo 0,49% annuo, contro l’1,35% dei fondi pensione aperti e il 2,17% dei Pip (che rappresentano l’equivalente assicurativo dei fondi pensione aperti).

Costi, rendimenti e differenze tra fondi pensione

Anche se i costi più bassi mettono i fondi negoziali in vantaggio, i rendimenti degli ultimi 10–20 anni non sono molto distanti rispetto a quelli dei fondi aperti.
Il punto, come abbiamo approfondito nel periodico confronto fra i rendimenti di fondi pensione aperti e Pip, è che all’interno dell’offerta di mercato ci sono differenze molto marcate. Il Pip azionario più performante, ad esempio, ha reso nell’ultimo decennio (rilevazioni Covip) l’8,79% annuo, mentre il peggiore solo il 2,22%. Tradotto in termini pratici, un contributo da 3.000 euro per 20 anni avrebbe prodotto un capitale di 156.139 euro nel primo caso e di 74.680,11 euro nel secondo. Una differenza che invita a riflettere sull’importanza di una rotta impostata correttamente nel momento della destinazione dei capitali al fondo pensione.

A chi conviene la nuova libertà di scelta

I maggiori vantaggi della nuova portabilità saranno particolarmente rilevanti per i lavoratori più giovani e propensi al rischio. In molti casi, infatti, i fondi negoziali mancano di un comparto azionario più spinto: questo, per chi si trova di fronte a decenni di vita lavorativa, permetterebbe di optare per fondi pensione con un profilo rischio-rendimento in grado di massimizzare le probabilità di crescita del capitale nel lungo periodo (in sintesi, incrementando la quota azionaria).
Una possibilità che diventa concreta proprio grazie al principio di portabilità piena introdotto dalla manovra 2026, che consente il trasferimento della posizione previdenziale senza la perdita dei diritti contrattuali legati al contributo datoriale.

Oggi questo aspetto è spesso limitato: ad esempio, il fondo Cometa dei lavoratori metalmeccanici – il più grande in termini di masse e numero di iscritti – consente, nella sua veste più aggressiva, di optare per un comparto bilanciato la cui componente azionaria può scendere fino al 45%.
Questo approccio rischia di limitare le possibilità di successo della strategia di lungo periodo.

Viceversa, fra i fondi pensione aperti è possibile innalzare più facilmente la quota minima azionaria, portandola in alcuni casi anche al 70%.
Meno interessante, invece, l’idea di optare per un fondo pensione aperto o un Pip se il comparto designato è a basso rischio: con una minore componente azionaria, infatti, cresce l’incidenza dei costi sui risultati, e qui i fondi negoziali hanno mediamente un vantaggio. Negli ultimi 20 anni il rendimento del comparto “obbligazionario misto” (non più del 30% in azioni) è stato del 3,2% annuo per i fondi negoziali e del 2,1% per i fondi aperti. Tornando al confronto concreto di prima, con 3.000 euro versati per 20 anni, parliamo di 82.670 euro di capitale finale contro 73.771 euro.

Spostare il capitale pensionistico complementare da un fondo negoziale ritenuto troppo prudente a una gestione più azionaria, senza rinunciare al contributo datoriale previsto dal proprio contratto di lavoro, è una libertà che potrà sicuramente risultare interessante per i lavoratori più attenti alla pianificazione, a patto di sapere esattamente cosa si sta sottoscrivendo e a quali costi.

Qui il nostro confronto completo sui fondi pensione.

Domande frequenti su Fondo pensione, da negoziale ad aperto: la portabilità conviene?

Qual è la principale novità introdotta per i fondi pensione?

A partire dal 1° luglio, i lavoratori dipendenti che destinano il TFR a un 'fondo pensione negoziale di categoria' potranno scegliere liberamente di trasferirlo a un 'fondo pensione aperto' o a un 'PIP'. Questa nuova portabilità è possibile senza rinunciare al contributo datoriale.

Quando entra in vigore la nuova libertà di scelta per i lavoratori?

La nuova libertà di scelta per i lavoratori dipendenti diventa effettiva a partire dal 1° luglio. Da questa data sarà possibile trasferire il proprio TFR da un fondo pensione negoziale ad altre tipologie di fondi complementari.

Qual è l'importanza del contributo datoriale in relazione a questa novità?

Il contributo datoriale è un reddito extra che il datore di lavoro versa nel fondo pensione e che i lavoratori non dovranno rinunciare con la nuova portabilità. Questo contributo è fondamentale per massimizzare i benefici fiscali e l'ammontare finale del montante pensionistico.

Quale legge introduce questa modifica alla disciplina della previdenza complementare?

La modifica alla disciplina della previdenza complementare, definita dal d.lgs. 252/2005, è introdotta dalla Legge di Bilancio 2026. Questa legge interviene per consentire una maggiore libertà di scelta nella gestione del proprio fondo pensione.

Chi sono i principali beneficiari di questa nuova opzione di portabilità?

I principali beneficiari di questa nuova libertà di scelta sono i lavoratori dipendenti che attualmente destinano il loro TFR a un 'fondo pensione negoziale di categoria'. Essi potranno ora scegliere un 'fondo pensione aperto' o un 'PIP' senza perdere il contributo del datore di lavoro.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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