L’arte di vendere sui mercati: quando dire “basta” è la scelta giusta

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Un cartello verde di uscita di emergenza su una parete scura mostra una figura che corre attraverso una porta con una grande freccia bianca rivolta a destra, che indica la direzione dell'uscita più vicina.

Nella gestione di portafoglio, saper comprare bene non sempre è sufficiente, così come la perseveranza non è necessariamente una qualità: a volte, il valore di una buona gestione si misura nel saper lasciare andare un titolo al momento giusto. Gli esperti di Vontobel IC ci spiegano come riconoscere i giusti segnali

Nel mondo della finanza tutti parlano di quando entrare sul mercato, pochi di quando uscirne. Eppure è proprio in quel momento che si decide la sorte di un portafoglio: proteggere il capitale o vederlo eroso da perdite difficili da recuperare. Vendere, infatti, non è una resa, ma un atto di lucidità che testimonia la capacità di riconoscere quando una tesi non regge più e di indirizzare le risorse verso opportunità più solide. Rob Hansen e David Souccar, rispettivamente Portfolio Manager, Senior Research Analyst e David Souccar, Chief Investment Officer Quality Growth, di Vontobel Institutional Clients ci spiegano come e perchè.

Il valore del quit

In un contesto in cui la perseveranza viene spesso celebrata come virtù, il gesto di fermarsi può sembrare controintuitivo. Eppure, riconoscere quando è il momento di abbandonare un investimento non è segno di debolezza, ma di forza. Significa saper leggere i cambiamenti, adattarsi a nuove informazioni e ricalibrare la rotta.

“Vendere è lo strumento che ci permette di reagire quando la realtà si modifica – spiega Hansen – e Il concetto di quit diventa così una chiave di lettura centrale nella gestione di portafoglio. Non è un fallimento, ma una decisione attiva, che libera risorse e consente di cogliere nuove opportunità”.

Perché comprare è più facile che vendere

Ogni analista ha una tesi convincente su un titolo destinato, almeno sulla carta, a battere il mercato. L’atto di comprare appare dunque naturale, quasi scontato. Ma la realtà è più sfumata: solo poco più della metà delle idee, nel tempo, riesce davvero a generare outperformance. Eppure, l’atto di vendere resta marginale nei discorsi e nei processi decisionali.

“Il mercato premia chi sa comprare bene – osserva Souccar – ma è la capacità di vendere che distingue una gestione di qualità. Sebbene spesso sia una qualità che si tende a celare, è sicuramente tra quelle che un gestore deve possedere per poter fare la differenza sui risultati di lungo periodo”.

Le trappole psicologiche più comuni quando si investe

A rendere difficile la decisione di vendere non sono solo le valutazioni numeriche, ma anche i bias cognitivi.

“Tendiamo a sopravvalutare ciò che possediamo già (dellendowment bias) – sottolinea Hansen – e a rimanere incastrati negli sforzi passati (sunk cost fallacy) o, ancora a temere di perdere un’occasione (FOMO)”.

Così facendo, invece di riconoscere segnali negativi, molti investitori finiscono per aumentare l’impegno, giustificando dati contrari o prolungando l’attesa.

È una ritrosia naturale, ma rischiosa, perché ci tiene agganciati a titoli che hanno perso la loro prevedibilità. Essere disciplinati e vendere quando i presupposti lo richiedono, al contrario, obbliga a guardare ai dati senza indulgere in giustificazioni”.

Il rischio della perdita permanente

Ogni venditore sa che le sue decisioni non potranno mai poggiare su informazioni perfette, ma non sempre è consapevole che non agire può essere molto più pericoloso di una scelta fatta in condizione di parziale incertezza.

“Un titolo che perde il 50% – prosegue Hansen – dovrà raddoppiare per tornare al punto di partenza: una strada incerta, che spesso resta teorica. È qui che emerge la differenza tra la paura di perdere un’occasione e quella di bruciare il proprio capitale capitale (FOLM). Siamo convinti che l’obiettivo di un buon gestore non sia tanto quello di inseguire ogni rialzo, ma piuttosto quello evitare perdite permanenti di capitale. In altre parole, il vero rischio non è restare fuori da un rally, ma compromettere la solidità del portafoglio non sapendo quando dire basta”.

Una guida pratica: i kill criteria di Vontobel

Come trasformare una decisione dolorosa in una procedura replicabile? Gli esperti della divisione AM della banca elvetica suggeriscono due domande guida. La prima è controfattuale: se non avessi già quel titolo, lo comprerei oggi? La seconda riguarda il costo-opportunità: ci sono alternative migliori, già nel portafoglio o nella lista d’acquisto?

“Per dare concretezza – spiega Souccar – entrano in gioco i cosiddetti kill criteria, ovvero parametri chiari che, se violati, impongono la vendita. Un esempio? un titolo dei Consumer Staples quando il rischio regolatorio aumenta e la concorrenza cambia. Oppure lasciare una società attiva nel settore della materie prima quando si indebolisce la fiducia nella disponibilità futura di crediti di carbonio”.

In conclusione

“Il filo conduttore è uno solo: quando la prevedibilità si deteriora, i kill criteria vengono superati o la tesi cambia, il compito del gestore non è resistere, ma uscire. Non per timore di perdere un rialzo, ma per proteggere il capitale e sostituire debolezza con solidità. Stabilire criteri oggettivi ci permette di ridurre la componente emotiva e rendere ripetibile il processo, riconducendolo a una regola semplice nella formulazione che, sebbene difficile da mettere in pratica, diventa tuttavia uno dei segreti per una vera gestione di qualità”.


di Antonio Murtas

Laureato in Giurisprudenza presso l’Università Bocconi di Milano. Ha scritto per We Wealth di private insurance, asset management, private banking e private markets.

Domande frequenti su L’arte di vendere sui mercati: quando dire “basta” è la scelta giusta

Perché l'articolo sottolinea l'importanza di sapere quando uscire dal mercato, dato che solitamente si parla di quando entrare?

L'articolo evidenzia che il momento dell'uscita dal mercato è cruciale per la sorte di un portafoglio, poiché determina la protezione del capitale o la sua erosione. Vendere al momento giusto è visto come un atto di lucidità che permette di riconoscere quando una tesi d'investimento non è più valida.

Cosa significa l'affermazione che 'vendere, infatti, non è una resa, ma un atto di lucidità' nel contesto degli investimenti?

Questa frase indica che uscire da un investimento non va interpretato come un fallimento, ma come una decisione consapevole. È la capacità di valutare oggettivamente una situazione e reindirizzare le risorse verso opportunità più promettenti.

Quali sono le principali insidie psicologiche che gli investitori affrontano, secondo l'articolo?

L'articolo menziona le trappole psicologiche comuni nell'investimento, suggerendo che la difficoltà nel vendere può derivare da queste. Sebbene non vengano dettagliate in questo estratto, implicano una tendenza a mantenere posizioni perdenti o a non agire tempestivamente.

Cosa sono i 'kill criteria' di Vontobel citati nell'articolo e a cosa servono?

I 'kill criteria' di Vontobel rappresentano una guida pratica per definire quando è il momento di uscire da un investimento. Servono a stabilire condizioni precise che, una volta verificate, giustificano la vendita per proteggere il capitale.

Qual è il rischio principale associato al non saper quando uscire da un investimento, secondo l'articolo?

Il rischio principale è la 'perdita permanente' del capitale, ovvero vedere il proprio portafoglio eroso da perdite che diventano sempre più difficili da recuperare. Questo sottolinea l'importanza di una strategia di uscita ben definita.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

Saper comprare non basta per costruire un portafoglio vincente. Alle volte occorre anche individuare il momento giusto per farlo. Ecco perchè è fondamentale affidarsi a gestori esperti