Nel 2025 il mercato azionario indiano è rimasto indietro rispetto alla media degli emergenti asiatici e, con l’introduzione dei nuovi dazi americani al 50%, le prospettive per il Paese – in particolare per le imprese esportatrici – potrebbero complicarsi nel breve termine. La decisione del presidente americano Donald Trump, motivata dalla scelta del governo indiano di continuare a importare ingenti quantità di petrolio russo, colpirà esportazioni per 48,2 milioni di dollari secondo le stime di Nuova Delhi. I settori più penalizzati, fortemente orientati verso l’export negli Stati Uniti, saranno tessile, auto, gioielli, conceria e alimentare, mentre farmaceutica ed elettronica rimarranno esenti. Per l’India, che ha negli Usa il primo mercato di sbocco, la mossa americana rischia non solo un impatto economico immediato, ma anche un allontanamento nei rapporti con una delle potenze considerate strategiche nel contenimento di Cina e Russia.
Azioni, utili e deflussi di capitali
“Dopo l’inasprimento dei dazi USA entrati in vigore quest’estate, che hanno portato la tariffa cumulativa dal 25% al 50%, il mercato azionario indiano ha registrato una fase di debolezza relativa. L’indice MSCI India da inizio anno è in territorio negativo, a fronte di rialzi robusti di MSCI Emerging Markets (+18,9%) e MSCI World (+13,6%). Le nuove tariffe, formalmente giustificate dai massicci acquisti indiani di energia russa, dovrebbero costare all’India uno 0,8% di Pil sia nell’anno fiscale in corso, sia nel prossimo”, ha commentato a We Wealth Annacarla Dellepiane, Head of Southern Europe di HANetf.
La crescita indiana rimane tra le più alte al mondo (+6,5% atteso 2025-26), sostenuta da investimenti pubblici e consumi interni, ma i dazi pesano, aggravati da revisioni al ribasso degli utili e da deflussi esteri consistenti. “Il P/E dell’MSCI India è sceso a 20,5x, tornato sulla media decennale dopo anni a 23-25x: il mercato non gode più del premio di emergente ‘premium’”, ha osservato Gabriel Debach, market analyst di eToro. “La rupia, all’ottavo anno consecutivo di deprezzamento – record dal 1973 – complica il quadro: allontana capitali esteri, ma sostiene competitività e parzialmente gli esportatori”.
Dietro questa debolezza si nasconde però un quadro più sfumato: i settori domestici tengono meglio. “Banche e consumi interni sono tra i pilastri”, spiega Debach, citando HDFC Bank, Reliance, ICICI Bank, Bharti Airtel, Bajaj Finance, Maruti Suzuki, Mahindra & Mahindra e Hindustan Unilever come principali contributori positivi dell’ETF INDA. All’opposto, l’information technology (Infosys, TCS, HCL) e l’industria hanno bruciato oltre 150 punti base, zavorrate dai dazi e da deflussi superiori a 13 miliardi di dollari.
Opportunità o correzione salutare?
In generale il governo Modi ha annunciato una riforma fiscale per razionalizzare le aliquote indirette e sostenere la domanda interna, bilanciando i cali dell’export. La correzione, per alcuni analisti, potrebbe rappresentare un’occasione. “Le valutazioni sono tornate interessanti, con l’IT a multipli forward di circa 18x, e opportunità di lungo termine legate a digitalizzazione e crescita dei consumi”, ha ricordato Dellepiane. “Sul fronte macro, Nuova Delhi lavora a nuove alleanze commerciali – anche con Cina e Russia – mentre la RBI gestisce la rupia per contenere gli effetti dei dazi. La stessa S&P ha alzato l’outlook del rating sovrano dell’India, segnale di fiducia sui fondamentali”.
Secondo Debach, la narrativa sui dazi non deve oscurare la prospettiva di lungo periodo: “La stanchezza che oggi si legge negli indici non è un cedimento strutturale, ma un riequilibrio salutare. L’India resta un gigante in crescita, e chi confonde correzione con declino rischia di leggere il copione sbagliato”.

