Fed, taglio a settembre quasi certo: come investono ora i gestori

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Banconote in dollari USA stratificate con una sovrapposizione trasparente di un grafico azionario a candele, simbolo dei mercati finanziari, del trading o delle tendenze economiche.

I fund manager scommettono contro dollaro e azioni. Intanto Trump nomina il fedelissimo Miran nel board della Federal Reserve

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Il deterioramento del mercato del lavoro statunitense e la probabile entrata nel board della Fed di Stephen Miran, attuale capo del Consiglio dei Consulenti Economici della Casa Bianca, hanno aumentato drasticamente le probabilità di un taglio dei tassi a settembre da parte di Jerome Powell e colleghi. Questa decisione, se portata a compimento, potrebbe contribuire a rafforzare ulteriormente l’euro sul dollaro, con implicazioni sia sull’inflazione europea sia sulle strategie di portafoglio di breve termine.

Il CME FedWatch Tool, lo strumento che ricava l’orientamento dei mercati sulle future decisioni di politica monetaria americana, attribuisce quasi il 90% di probabilità a un taglio della Fed a settembre, il primo nel 2025, che porterebbe il range dei tassi al 4-4,25%. Soltanto giovedì 31 luglio, prima della pubblicazione degli ultimi dati occupazionali, le chance erano ampiamente sotto il 40%.

Secondo il nuovo sondaggio di Bank of America sui gestori di fondi globali (realizzato tra l’1 e il 6 agosto), la combinazione di mercato più probabile da qui a fine anno sarà, per il 67% degli intervistati, un calo delle azioni americane associato a un indebolimento del dollaro, in aumento rispetto al 53% rilevato a luglio. In parallelo, l’esposizione sull’euro si è parzialmente ridotta, pur rimanendo in territorio rialzista.

Nel frattempo, gli analisti di JPMorgan hanno rivisto le proprie previsioni, anticipando il primo taglio dei tassi Fed da dicembre a settembre – una mossa a cui seguiranno altri tre tagli da un quarto di punto, prima di raggiungere il nuovo livello terminale, ossia il tasso su cui il ciclo di allentamento si interromperà.

A corroborare questa previsione si è aggiunta la nomina, annunciata giovedì 7 agosto da Donald Trump, di Stephen Miran al Board of Governors della Fed. Miran sostituisce Adriana Kugler, che ha deciso di anticipare la fine del suo mandato, in scadenza a gennaio. Per quanto temporanea, la presenza di Miran nel board potrebbe estendersi oltre la scadenza di Kugler, anche se Trump ha affermato che “continuerà a cercare un sostituto permanente” per quella posizione nei prossimi mesi.

In passato, Miran aveva accusato le politiche monetarie adottate da Powell di essere troppo accomodanti, ma ormai l’orientamento è passato da falco a colomba, e JPMorgan interpreta la sua nomina come un tentativo dell’amministrazione Trump di accelerare i tagli dei tassi. “Le politiche economiche dal lato dell’offerta del presidente Trump abbasseranno l’inflazione in modo significativo”, scriveva Miran su X. “Così come molti non capivano l’importanza delle politiche fiscali e regolatorie nel 2021-2022, oggi continuano a sottovalutarla.”

Come economista, un paper pubblicato da Miran nel novembre 2024 aveva in qualche modo fornito la base teorica al pensiero economico di Trump, compresa l’idea che un dollaro forte non sia negli interessi degli Stati Uniti – poiché strutturalmente sopravvalutato rispetto ai fondamentali dell’economia americana, dato il suo ruolo centrale nel sistema finanziario globale, con conseguenze negative su competitività e delocalizzazioni.

Per il momento, la conferma di Miran al nuovo incarico – soggetta all’approvazione del Senato, attualmente in pausa estiva – potrebbe non arrivare in tempo per la riunione di politica monetaria del 16-17 settembre. Anche se i tempi non fossero sufficienti a completare la nomina, secondo JPMorgan le divisioni all’interno del FOMC della Fed potrebbero comunque aumentare.

Come si stanno posizionando ora i gestori

Secondo il sondaggio di Bank of America, il posizionamento più convinto tra i gestori resta quello contro il dollaro: la scommessa su un indebolimento del biglietto verde si basa sull’idea che il vantaggio competitivo degli Stati Uniti — l’“eccezionalismo americano” — stia venendo meno, mentre crescono i dubbi sull’indipendenza della Fed e sulla solidità della politica fiscale americana. Molti investitori stanno infatti aumentando le coperture sul rischio cambio, segnale che il sentiment ribassista sul dollaro resta diffuso. Anche sull’euro il giudizio rimane costruttivo, pur con aspettative piuttosto basse sull’Europa: ciò significa che eventuali sorprese positive potrebbero avere un effetto amplificato.
Tuttavia, la scommessa contro il dollaro potrebbe essere messa in discussione se si materializzasse un rallentamento della crescita globale, come temono diversi gestori. In questo contesto, stanno emergendo altri due temi forti per il resto dell’anno: il primo è una preferenza per i titoli di Stato a lunga scadenza (bond di durata elevata, da inserire in portafoglio per beneficiare di eventuali tagli dei tassi); il secondo è un atteggiamento più prudente verso i mercati azionari, con una riduzione dell’esposizione al rischio. In altre parole, meno azioni e più obbligazioni: un segnale che i gestori stanno tornando sulla difensiva.

Domande frequenti su Fed, taglio a settembre quasi certo: come investono ora i gestori

Quali sono i principali aspetti da considerare quando si investe in Fed, taglio a settembre quasi certo: come investono ora i gestori?

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Quali sono le prospettive future per Fed, taglio a settembre quasi certo: come investono ora i gestori?

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di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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