La battaglia dei dazi ha raggiunto il suo primo stadio di certezza, con l’entrata in vigore delle nuove tariffe di ‘base’ su oltre 90 Paesi del mondo. Per molti mesi gli analisti finanziari si sono dovuti esercitare su scenari ipotetici, soggetti da numerosi ripensamenti e variabili politiche: da oggi, 7 agosto, c’è qualche certezza in più.
L’aliquota minima all’importazione è del 10%, ma con numerosi Paesi cui saranno applicati dazi rafforzati (“reciproci”, nella dicitura dell’amministrazione Usa), nonostante le negoziazioni commerciali che da aprile a oggi hanno tentato di ridurne l’impatto. Le importazioni dall’Unione europea, Italia inclusa, da oggi saranno colpite da un’aliquota all’importazione di base del 15%. La stessa aliquota imposta a Giappone e Corea del Sud. Fra i principali partner commerciali degli Stati Uniti, risultano più colpiti Messico, Cina e Canada le cui importazioni saranno soggette al 25, 30 e 35% rispettivamente.
Queste tariffe non escludono aliquote più severe per specifici prodotti. Ad esempio, le importazioni di acciaio dall’Ue continueranno ad essere colpite da un dazio del 50%. Ma la stretta commerciale statunitense potrebbe essere estesa con nuovi dazi su altre categorie di prodotti. In particolare, il presidente Usa Donald Trump ha parlato di dazi sui semiconduttori del 100%, per poi precisare nelle ultime ore che saranno risparmiate le imprese che producono negli Stati Uniti – ma i dettagli sul quanta parte della produzione debba essere made in Usa rende ancora fumoso l’orizzonte di azioni come Tsmc (quotata a Taiwan) e Samsung (Corea del Sud).
L’altra grande incertezza che ancora permane sui dazi riguarda i prodotti farmaceutici su cui l’amministrazione Trump sta lavorando con l’obiettivo di incentivare maggiori investimenti da parte dell’industria pharma sul suolo americano. Secondo quanto affermato martedì in un’intervista a Cnbc, Trump prevede di imporre un “piccolo dazio” iniziale, per poi incrementarlo gradualmente fino al 150% nel giro di 18 mesi e, in una fase successiva al 250%.
Se per la gran parte dell’indice Stoxx 600 europeo l’entrata in vigore dei dazi americani non sembra aver inciso, la partita sul settore farmaceutico, fra i più rilevanti nell’export verso gli Usa, muove decisamente il mercato – verso il basso. Nell’ultima settimana lo Stoxx Pharma ha ceduto il 3,82%, mentre da inizio anno al 7 agosto il rosso è al 13,9% – mentre lo Stoxx 600 nel suo complesso ha visto un rialzo del 6,9%.
L’impatto dei dazi secondo S&P: settori sotto osservazione
Secondo un report di S&P Global Ratings pubblicato il 6 agosto, l’accordo tra Stati Uniti e Unione europea – che ha evitato dazi fino al 30%, fissando un’aliquota “universale” al 15% – riduce ma non elimina l’incertezza per le imprese europee. Alcuni settori restano a rischio, in particolare auto, farmaceutico, chimica e metalli. “Le prospettive di business si sono deteriorate, ma la maggior parte dei settori corporate dell’Ue dovrebbe poter gestire l’impatto”, si legge nel documento, che evidenzia però una pressione crescente per le società speculative-grade in caso di ulteriore deterioramento macro.

Il settore farmaceutico – già penalizzato dalla prospettiva di una riforma dei prezzi negli Stati Uniti – potrebbe vedere un dazio effettivo del 15%, ma con struttura ancora incerta date le previste esenzioni per le compagnie che producono negli Usa. I colossi europei del farmaco (AstraZeneca, Roche, Novartis, Sanofi) mostrano margini e metriche di credito tali da “assorbire anche dazi al 25%”, scrive S&P, pur segnalando la necessità di nuovi investimenti industriali e R&D negli USA. Il settore generici, con margini più sottili, sarebbe invece più esposto. Sul medio termine pesano anche le lettere inviate dall’amministrazione Usa per imporre prezzi allineati alla regola del “most favored nation” entro settembre 2025, con potenziali effetti fortemente negativi sulla redditività.
Più a rischio, nel breve, il comparto auto: “l’aliquota del 27,5% resta valida finché l’accordo non sarà ratificato”, sottolinea S&P, che stima un impatto sui margini operativi industriali fra i 125 e i 200 punti base. Alcuni produttori stanno spostando la produzione negli Stati Uniti, ma “ci vorranno almeno due anni prima che gli effetti siano visibili”.
Sul fronte tecnologia, le società come Ericsson e Nokia, pur esposte sul mercato Usa, beneficiano dell’assenza di concorrenti cinesi e dell’elevata componente software. Per i semiconduttori, l’esenzione dagli attuali dazi è solo provvisoria, in attesa dell’esito della revisione del Dipartimento del Commercio Usa prevista entro il primo trimestre 2026.

