Poste Italiane, con i buoni fruttiferi e i libretti postali è uno dei salvadanai più importanti d’Italia: a fine giugno 2025 erano accumulati in questi strumenti ben 291 miliardi di euro. Le Poste comunicano sicurezza, perché dietro ai Buoni fruttiferi c’è Cassa Depositi e Prestiti, e in ultima analisi lo Stato Italiano. Ma allora il rischio dei Buoni fruttiferi è paragonabile al Btp? Risposta breve: no. E non lo è nemmeno il rendimento, come vedremo in uno degli orizzonti temporali più comuni per il piccolo risparmiatore: 4 anni.
Buono fruttifero come funziona e quanto dura
Il Buono fruttifero esiste in varie forme e scadenze. Tutti però sono garantiti dallo Stato, sono tassati al 12,5% come i titoli di Stato, sono esenti da imposta di successipne, e non sono previsti costi di sottoscrizione e rimborso e può essere acquistato per importi a partire da 50 euro e multipli. Come anticipato in apertura, in questo articolo ci concentreremo sulla durata di quattro anni, terreno in cui opera il Buono fruttifero 4 anni plus.
Chi sottoscrive questo titolo mette da parte una somma e, se tenuto fino a scadenza il titolo restituirà, in un’unica soluzione finale, un rendimento pari all’1,4% annuo lordo.
In caso di sopraggiunte necessità o ripensamenti, il buono fruttifero ha un vantaggio distintivo rispetto al Btp: si può liquidare sempre alla pari. Quindi, c’è sempre la possobilità di ritornare in possesso della somma investita, senza perdita. Ma in questo caso si rinuncia a tutto il rendimento.
Le note dolenti arrivano quando si inizia a guardare il rendimento: un Btp a quattro anni presenta gli stessi vantaggi fiscali, ma rende quasi il doppio al netto delle tasse.
Immaginando di aver investito 10.000 euro il confronto è, a fine corsa, 10.500 euro del buono fruttifero contro 10.916 euro offerti dal Btp.
Il rischio collegato alla solvibilità dello Stato italiano è il medesimo, come si spiega allora questa notevole discrepanza? Di fatto, la possibilità di uscire sempre in pari, per il Buono fruttifero è come un’assicurazione con un prezzo. Vendere un Btp prima della scadenza, al contrario, comporta rischi e opportunità: infatti il prezzo può salire o scendere a seconda di molteplici fattori. Acquistare un Btp richiede quindi maggiore pianificazione e consapevolezza di poterci rimettere in caso di vendita per necessità imprevista. Chi dispone di pochi risparmi e ha bisogno della sicurezza di poter richiamare il proprio cuscinetto di liquidità potrà dunque preferire il Buono fruttifero. Chi cerca un parcheggio remunerativo ma un patrimonio più importante potrà tollerare maggiormente la volatilità del Btp.
E i conti deposito vincolati? In termini di rischio sono l’opzione più azzardata: quelli che oggi offrono rendimenti paragonabili al Btp, al netto delle tasse, hanno due limiti:
– Rischio emittente maggiore: oltre i 100mila euro non esistono garanzie sulla restituzione in caso di dissesto.
– Impossibilità di recuperare le somme prima del termine prestabilito: un vincolo molto duro per chi si trova con budget ristretti. I conti svincolabili o non vincolati, generalmente, rendono meno.
A conti fatti oggi solo il conto deposito vincolato di Cherry Bank “batte” il Btp allo scadere dei quattro anni, con un rendimento netto del 2,59%.

