In questi giorni c’è un tema ricorrente, che è l’incertezza economica, un tema che sembra fresco, ma in realtà non ci ha mai abbandonati. In un momento simile, per gli investitori è fondamentale capire come agire nel pratico, cosa guardare, comprendendo come le crisi attuali che siano elezioni o tensioni geopolitiche ed economiche possano impattare e quali di questi impatti cambieranno in modo definitivo il mercato e quali, invece, tra qualche anno verranno ricordate come un rumore di fondo che forse potevamo anche ignorare.
In soccorso è arrivato Mattia Rossetti, Head of Advisory di Ersel Banca Privata, per far luce sulle ombre che stanno attraversando I portafogli degli investitori.
Dal breve al lungo termine, cosa sta cambiando sul mercato e, soprattutto, si tratta di cambiamenti duraturi? Il mercando sta andando incontro a cambiamenti strutturali?
Partendo dal breve termine stiamo vedendo molta volatilità e, andando avanti, probabilmente questo sarà un rumore di fondo che non verrà dimenticato facilmente. Infatti, comunque vada, abbiamo assistito a delle giornate con picchi e cali molto importanti sul mercato. Probabilmente sarà un periodo che troveremo nei libri di storia, considerando che già se ne parla come dei giorni tra i migliori e i peggiori mai registrati, soprattutto sugli indici americani.
Per quanto riguarda i cambiamenti strutturali, a Ersel riteniamo che la credibilità degli investimenti sia il fattore primario. Abbiamo assistito a giornate di cali dei mercati azionari americani e contestualmente calo del dollaro è risalita dei rendimenti, quindi due safe haven, due rifugi sicuri per gli investitori come dollaro e treasury bond non hanno funzionato. È vero che ci sono soprattutto sul treasury dei fattori tecnici legati a operazioni di hedge fund, soprattutto in derivati, però è anche vero che sta un po’ cambiando la percezione del mercato e se c’è sfiducia difficilmente si va verso questi asset. In tal senso, guardando al futuro, potrebbe esserci una parziale de-dollarizzazione del sistema, non totale, perché il dollaro rimane la riserva valutaria. Un altro cambiamento da analizzare è, sicuramente, il processo di deglobalizzazione. Processo che, di fatto è iniziato nel 2008 quando c’è stato il picco del commercio globale come rapporto al Pil.
Quindi, guardando verso questi fattori, secondo noi potrebbero rivelarsi come trend più strutturali e non rumore di breve termine.
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Guardando al lungo termine, quindi non nell’immediato neanche solo ai prossimi 5 anni, accanto alla deglobalizzazione, ci sono altri trend che saranno in grado di riformulare il mercato e che un investitore lungimirante può iniziare a considerare già oggi?
Per rispondere a questa domanda, è necessario guardare a due dimensioni diverse: una geografica e una settoriale.
Partendo dall’aspetto geografico, negli ultimi anni il mercato azionario ha visto investimenti quasi esclusivamente in America, senza considerare gli ultimi mesi, quando l’Europa col tema della difesa è tornata alla ribalta. Quindi andando avanti potremmo assistere a meno America nei portafogli e meno sovra-performance degli indici americani. Per dare dei numeri: circa 5 volte e mezzo i flussi negli ultimi anni, dal Covid a prima di questa situazione di crisi e di incertezza, sono andati nei fondi americani rispetto a quello che è stato investito non solo nei fondi europei, ma anche in quelli emergenti e giapponesi. Per essere più concreto, un 1.200miliardi sono stati investiti nei fondi americani e circa 215miliardi in Europa, Giappone e Paesi emergenti.
In tal senso, spazio per diminuire il peso dell’America nei portafogli ce n’è. Secondo noi questo è un trend da cavalcare soprattutto verso l’Europa, soprattutto in luce del nuovo Make Europe Great Again sul tema della difesa.
É però necessario fare un lavoro all’interno dei confini europei, infatti attualmente tra i Paesi membri ci sono barriere molto alte, si parla di dazi medi del 45%, che nel settore manifatturiero si alzano al 110%. Quindi un autogol pazzesco per dirla in termini calcistici. É necessaria maggiore coesione, coesione che già stiamo iniziando ad avere perché l’Europa sta trattando come blocco unico con gli Stati Uniti sul tema dei dazi. Qualora ci sia anche un intento comune di spesa, che, come abbiamo visto c’è già sul tema della difesa, allora sicuramente si apre un potenziale.
La Commissione europea ha stimato che ci sono circa 11mila miliardi di euro nei conti correnti delle famiglie europee, quindi fermi. Un terzo della ricchezza privata ferma senza investimenti. Manca il via per far partire tutto.
Guardando invece alla dimensione settoriale, nonostante i recenti cali, è l’intelligenza artificiale. Però per gli investitori è importante andare oltre i semi-conduttori, e pensare intelligenza artificiale soprattutto nella vita quotidiana, come con la domotica o, per esempio, guardando verso I grandi progressi nell’ambito dell’healthcare, sia con nuovi farmaci, sia con la sperimentazione.
In generale, però, a qualsiasi dimensione dell’intelligenza artificiale guardiamo c’è sempre un denominatore comune: il consumo di energia.
In questo settore, però, utilizziamo reti e infrastrutture molto vecchie o assenti, che quindi devono essere sviluppate. Questi sono un po’ a livello settoriale, i temi che guarderemmo.
Abbiamo chiaramente parlato di intelligenza artificiale, ma c’è un trend o qualche evento che il mercato non ha ancora pesato ma che, dal tuo punto di vista potrebbe avere un effetto duraturo sul mercato?
Strutturalmente sì, nel senso che soprattutto lo vediamo anche in Italia ma comunque vada in Europa è comune questa cosa. Ci sono molti investimenti in titoli di stato a breve termine dove se andiamo poi a vedere il potere d’acquisto degli individui come viene eroso è proprio un gioco a perdere di meno.
Quindi strutturalmente secondo noi ha senso, soprattutto su un orizzonte temporale elevato e medio, dedicare parte di questa locazione dei portafogli in titoli azionari che pagano dividendo. Perché, è vero che sono due asset class diverse, però se andiamo a vedere la qualità, non c’è paragone. Prendendo qualsiasi Paese sviluppato, i rating delle agenzie non riflettono quasi mai il reale valore, d’altro canto le società che pagano dividendi costanti, anche crescenti, sono sinonimo di qualità. Quindi, nel lungo termine, si guarda alla generazione di un surplus vincente, perché nel lungo termine la qualità viene sempre fuori.

