Il blu Klein alla “guerra dei colori”

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Un barattolo di vernice etichettato "RESSOURCE" con la scritta "Yves Klein" in bianco su uno sfondo blu klein. Sul barattolo si legge anche "MAT VELOUTÉ / VELVET MATTE" vicino al fondo.

Creato dall’artista francese nel 1960, l’International Klein Blue è frutto di una formula depositata in Francia presso l’Istituto Nazionale della Proprietà Industriale. Oggi però Stuart Simple, avvezzo all’attivismo contro l’utilizzo esclusivo dei colori da parte di taluni colleghi, ne contesta proprio l’esclusività, in aperta opposizione all’erede di Yves Klein

Indice

Nel mondo dell’arte contemporanea, la questione della proprietà intellettuale dei colori ha sollevato dibattiti accesi e, talvolta, surreali. Qualche mese fa abbiamo affrontato la controversia insorta tra l’artista britannico Stuart Semple ed Anish Kapoor relativa al diritto esclusivo acquisito da quest’ultimo sull’utilizzo di Pantablack, un colore composto da nanotubi di carbonio che assorbono il 99,965% della luce visibile che conferisce un aspetto bidimensionale agli oggetti rivestiti. Sempre Semple, è stato più recentemente coinvolto in una disputa con l’erede di Yves Klein, incentrata sulla creazione da parte del primo del pigmento “Easy Klein” che richiama l’iconico “International Klein Blue” (IKB), una tonalità di blu ultramarino intensa, profonda e quasi spirituale  sviluppata da Yves Klein.

Nel 1960, Klein depositò la formula di questo colore presso l’Istituto Nazionale della Proprietà Industriale in Francia, proteggendo così la combinazione specifica di pigmento e legante (un particolare tipo di resina sintetica) che conferiva al colore la sua straordinaria luminosità. L’IKB divenne la sua firma artistica, impiegato in dipinti monocromi, performance e sculture.

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Stuart Semple è noto per il suo attivismo artistico e per aver avviato una “guerra dei colori” in risposta all’esclusività  sull’utilizzo di alcuni pigmenti. Dopo aver criticato aspramente l’artista Anish Kapoor per l’acquisizione in esclusiva del super-nero Vantablack, Semple ha iniziato a sviluppare alternative “popolari” a colori elitari. Tra questi: “Pinkest Pink”, “Black 3.0” e, nel 2021, “Easy Klein”, un blu acrilico ispirato all’IKB ma venduto liberamente. La descrizione del prodotto lo presenta come “Incredibly Kleinish Blue”, sottolineando la somiglianza senza rivendicare un’identicità.

Ma ciò che ha attirato ulteriore attenzione — e alimentato la polemica — è stato il packaging del prodotto. “Easy Klein” viene infatti venduto in una confezione minimalista, che ricorda da vicino quella del noto profumo Calvin Klein. Il design gioca ironicamente sull’assonanza tra Yves Klein e il brand americano, mescolando riferimenti all’arte e alla cultura pop. Il font essenziale, le scritte nere su fondo chiaro e l’uso del nome “Klein” rafforzano la dimensione parodica, provocatoria e al tempo stesso estetica del gesto.

Mentre non risulta che Calvin Klein abbia avuto alcunchè da ridire sul packaging dell’opera, il figlio dell’artista, Yves Amu Klein e la sua galleria americana, Pia Gallery, titolare del marchio internazionale “Yves Klein” che protegge pitture e coloranti (Classe 2, Classificazione di Nizza) non ha accolto positivamente questa operazione ed ha avviato una causa davanti il Tribunale di Parigi contro Semple, conclusasi in primo grado favorevolmente per l’erede e la società. In base a quanto risulta dalla stampa, la causa riguarderebbe l’uso del nome “Klein” in contesti che potrebbero generare confusione o diluire il significato storico e artistico dell’IKB. La controversia si è incentrata non tanto sulla formula chimica (che Semple non ha copiato), quanto sull’uso del termine “kleinish blue” e su un’operazione che alcuni hanno interpretato come sfruttamento commerciale di un’icona culturale.

Il caso Semple vs Klein solleva interrogativi interessanti su cosa significhi “possedere” un colore. Può un artista, o i suoi eredi, rivendicare il controllo su una tinta, anche se non brevettano il pigmento stesso? E fino a che punto si può evocare un’estetica o un’eredità visiva senza incorrere in violazioni? Allo stesso tempo, Semple difende la sua operazione come atto di democratizzazione, offrendo agli artisti un colore visivamente simile all’IKB ma economicamente e legalmente accessibile.

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Il gesto di Semple potrebbe sembrare solo una provocazione o un gesto stravagante. In realtà, è un modo intelligente di usare una strategia filosofica che esiste da secoli: la reductio ad absurdum. La sua azione è disarmante e divertente, ma anche sovversiva, perché mette in discussione l’idea che ci si possa appropriare di un colore.

Il lavoro di Semple smonta il concetto che un artista possa rivendicare l’esclusiva su una tonalità, come nel caso del blu di Yves Klein (in realtà inventata da un impiegato di Rhône-Poulenc). Mentre Klein cercava di “possedere” la formula per creare un colore, Semple ci riporta all’idea del colore come risorsa culturale e artistica condivisa. 

Storicamente, colori specifici sono stati associati a singoli artisti – il blu di Vermeer e il rosso di Tiziano, per esempio – non perché questi artisti li possedevano, ma per il loro uso poetico e abile di questi colori. Non si tratta di nomi formali di pigmenti, ma piuttosto di abbreviazioni evocative dei materiali luminosi utilizzati dagli artisti.

Il blu di Vermeer è spesso associato al blu oltremare che si trova in “La ragazza con l’orecchino di perla”. Questo blu derivava dal lapislazzuli, un pigmento più costoso dell’oro, importato dall’Afghanistan. La sua ricca profondità spirituale conferiva alle sue figure una presenza quasi sacra, che ricordava le vesti della Madonna nell’arte religiosa, simboleggiando la purezza, il mistero e la luce divina. Allo stesso modo, il rosso caldo e vellutato di Tiziano, evidente nei suoi ritratti e le sue scene mitologiche, era ottenuto attraverso complesse tecniche di velatura che conferivano alle sue opere un bagliore interiore. Queste tonalità sono diventate segni distintivi associati agli artisti, ma non esclusivamente a loro.

Al contrario, nel secondo dopoguerra, gli artisti hanno iniziato a usare il colore in modo intenzionale come strumento di branding personale. Il blu distintivo di Klein o il Vantablack di Kapoor non sono solo scelte estetiche, ma anche segni di identità. Il mero desiderio di possedere questi colori suggerisce che viviamo in una cultura visiva satura, in cui l’artista sente il bisogno di distinguersi attraverso la proprietà del colore. Il colore diventa non solo un mezzo di espressione, ma anche una forma di marchio esclusivo. Sebbene le innovazioni tecniche alla base di tali pigmenti possano offrire ricche possibilità creative al mondo, i colori vengono considerati proprietà intellettuale.

Nel “mercificare” il blu, si finisce per cercare di ridurlo a un semplice marchio commerciale. Ma il blu resisterà sempre a questo tentativo di controllo. Fin dall’antichità, ha simboleggiato l’immensità e l’ineffabile: il cielo, la divinità, la purezza, l’umiltà. Evoca profondità emotiva e desiderio: il cielo, il mare, l’irraggiungibile. Dal Periodo blu di Picasso a “Kind of Blue” di Miles Davis, il blu ha espresso malinconia, mistero e anima, emozioni che tutti condividiamo.

In definitiva, il gesto di Semple non è solo satira, ma rivendicazione filosofica. Spingendo l’affermazione di Klein all’assurdo, Semple cerca di restituire il blu al mondo.

Articolo orginariamente apparso su We Wealth Magazine n. 80. Abbonamenti qui.

Domande frequenti su Il blu Klein alla “guerra dei colori”

Quali sono le implicazioni finanziarie dell'acquisizione di un diritto esclusivo su un colore come Pantablack nel mondo dell'arte?

L'acquisizione di un diritto esclusivo su un colore conferisce un vantaggio competitivo significativo all'artista o all'entità che lo detiene. Questo può influenzare il valore delle opere d'arte create con tale colore e limitare la concorrenza, potenzialmente aumentando il valore di mercato delle creazioni esclusive.

Qual è la causa principale della 'guerra dei colori' menzionata nel titolo, in relazione agli aspetti finanziari?

La 'guerra dei colori' è alimentata dalla questione della proprietà intellettuale e dei diritti esclusivi sui colori, che rappresentano un asset di valore nel mercato dell'arte. L'ottenimento di tali diritti può generare un monopolio artistico e commerciale, con evidenti ricadute economiche.

Cosa rende Pantablack un colore di particolare interesse per l'acquisizione di diritti esclusivi, dal punto di vista del suo valore?

Pantablack è composto da nanotubi di carbonio che assorbono il 99,965% della luce visibile, conferendo agli oggetti un aspetto bidimensionale unico. Questa proprietà distintiva ne accresce il valore artistico e, di conseguenza, il potenziale valore commerciale per chi ne detiene i diritti esclusivi.

Chi erano i protagonisti della controversia su Pantablack e quando è emersa questa disputa, dal punto di vista commerciale?

La controversia, emersa 'qualche mese fa', ha visto contrapporsi l'artista britannico Stuart Semple e Anish Kapoor, quest'ultimo avendo acquisito il diritto esclusivo sull'utilizzo di Pantablack. La disputa riguardava il controllo commerciale e artistico su un materiale innovativo, con implicazioni sulla libertà creativa e sul mercato.

Come la proprietà intellettuale sui colori può influenzare le strategie di investimento e il mercato dell'arte contemporanea?

La proprietà intellettuale sui colori può creare nicchie di mercato esclusive, rendendo certi materiali o tecniche unici e potenzialmente più preziosi. Gli investitori potrebbero considerare l'esclusività di un colore come un fattore che aumenta il valore e la rarità delle opere d'arte che lo utilizzano.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Sharon Hecker

Storica dell’arte e curatrice americana (laurea alla Yale University, dottorato alla UC Berkeley), esperta di arte italiana moderna e contemporanea. Ha collaborato con musei come la Peggy Guggenheim Collection. Ideatrice di The Hecker Standard fornisce consulenze su due diligence a collezionisti, studi legali, wealth manager e family office. Membro dell’Advisory Board, International Catalogue Raisonné Association (ICRA), Vetting Committee TEFAF NY (Committee Chair) e Maastricht, e coordina l’Expert Witness Pool della Court of Arbitration for Art (CAfA).

di Giuseppe Calabi

Senior partner dello studio legale CBM & Partners, è esperto di diritto dell’Arte ed ha partecipato ai lavori di riforma del Codice dei Beni Culturali.
È consulente legale di Consorzio Netcomm. È inoltre membro della commissione sul diritto d’autore dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e del comitato per lo sviluppo e la tutela dell’offerta legale di opere digitali costituito dall’Agcom.

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