I salari hanno recuperato terreno nel 2025, ma gli ultimi dati ufficiali su quanto guadagnano mediamente gli italiani, rilevato da Istat è ancora relativo al 2022 (prima del grande balzo dell’inflazione). La retribuzione lorda media annua dei lavoratori dipendenti si attestava a 37.302 euro, pari a circa 16,4 euro l’ora. Sempre nel 2022, gli uomini percepivano in media 39.982 euro annui contro i 33.807 euro delle donne.
A livello settoriale, le retribuzioni più elevate si concentrano nelle attività finanziarie e assicurative, con una paga media oraria pari a 25,9 euro, seguite dai servizi di informazione e comunicazione e dalle attività professionali, scientifiche e tecniche. Sul versante opposto, i livelli retributivi più contenuti si registrano nei servizi di alloggio e ristorazione, con una media di 10,9 euro l’ora.
L’impatto dell’inflazione sui salari contrattuali
Se il dato di livello fotografa la struttura salariale, le dinamiche più recenti restituiscono invece una traiettoria disomogenea. Nel 2025 le retribuzioni orarie contrattuali sono cresciute in media del 3,1% su base annua, con un incremento del 3,2% nel settore privato e del 2,7% nella pubblica amministrazione. All’interno del comparto industriale, gli aumenti hanno raggiunto il 3,4%, mentre nei servizi privati si sono attestati al 3%.
La crescita si è tuttavia concentrata in specifici comparti. Tra quelli che hanno registrato gli incrementi più marcati figurano, funzionari dei ministeri (+6,3%) i militari e la difesa (+5,1%), l’agricoltura (+5%), l’estrazione di minerali (+4,7%) e il comparto energetico, con energia e petroli (+4,6%) ed energia elettrica (+4,5%). Nel settore pubblico, i ministeri hanno registrato un aumento del 6,3%. Di contro, la dinamica salariale si è rivelata decisamente più contenuta nel Servizio sanitario nazionale (+0,7%) e nelle amministrazioni regionali e locali (+0,6%), a conferma di una crescente divergenza tra comparti.
I settori in cui gli stipendi sono saliti di più
A scattare la fotografia per settori è anche un nuovo paper della Banca d’Italia intitolato L’occupazione in Italia dopo la pandemia, a cura di Emanuele Ciani, Salvatore Lattanzio, Graziella Mendicino ed Eliana Viviano. Ciò che si evidenzia, negli ultimi due decenni, è un ampliamento dei divari retributivi tra le imprese: a parità di caratteristiche della forza lavoro, in oltre la metà delle aziende analizzate i guadagni retributivi reali sono stati nulli o addirittura negativi, complice anche l’inflazione; parallelamente, però, le realtà al vertice in termini di distribuzione dei salari hanno ulteriormente ottimizzato le proprie condizioni retributive. Nel dettaglio, le dinamiche retributive risultano migliorate nei servizi Ict (information and communications technology) e nelle attività professionali, tecniche e scientifiche. Gli andamenti retributivi risultano invece più contenuti nell’industria e negativi nel commercio, nell’alloggio e nella ristorazione.
La corsa dell’intelligenza artificiale
Da evidenziare in particolare la corsa del tech: il peso delle imprese che forniscono servizi tecnologici è salito dal 3% del 2005 al 6% del 2022 fra quelle che pagano stipendi più elevati. L’indagine Invind di Bankitalia mostra tra l’altro che nel 2023 le aziende che utilizzano l’intelligenza artificiale sono sovrarappresentate tra quelle che offrono migliori condizioni salariali. Allo stesso modo, oltre un terzo delle imprese nel top 5% delle politiche retributive dichiarano di utilizzare l’Ai, a fronte di meno di un quinto tra le altre realtà. Non solo: le aziende del comparto assumono relativamente anche più addetti. Al contrario, l’adozione di tecnologie robotiche – maggiormente diffusa nei settori manifatturieri – non sembrerebbe correlata alle politiche retributive aziendali.
Qual è il divario salariale tra donne e uomini in Italia
Sul fronte della parità di genere, i dati ISTAT indicano per il 2022 un gender pay gap medio pari al 5,6% su base oraria. Il divario risulta tuttavia più marcato nel settore privato, dove raggiunge il 15,9%, e tende ad ampliarsi al crescere della qualifica: tra i dirigenti arriva al 30,8%, mentre tra i lavoratori laureati si attesta al 16,6%. Si tratta di un’indicazione coerente con l’evidenza secondo cui la distanza retributiva tra uomini e donne tende ad aumentare proprio nelle posizioni più qualificate e meglio retribuite.
L’impatto dell’inflazione sui salari
Come risulta evidente dal grafico sottostante, il Belgio riporta livelli identici di crescita mediana e inflazione (3,5%). Di conseguenza, la crescita reale degli stipendi risulta pari allo 0%. Segue la Svezia, dove le retribuzioni reali sono cresciute di appena lo 0,3%, e la Spagna, con il +0,7%. A registrare l’aumento della retribuzione reale più consistente sono i Paesi Bassi che, a fronte di una crescita mediana del 6% e un’inflazione al 2,7%, riportano una crescita reale pari al 3,3%. Sul podio anche la Germania, con un incremento dei salari reali del +2,2%.
Per il confronto a livello globale sugli stipendi, consideriamo l’ultimo rapporto Ocse dal titolo Taxing wages 2025 che evidenzia come l’italiano medio, single senza figli, percepisse nel 2024 una retribuzione annua lorda pari a 35.616 euro. I “cugini” francesi incassano invece uno stipendio medio di 44.968 euro lordi annui, mentre per gli spagnoli si parla di 31.698 euro. Ben distanti gli statunitensi che, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, vantano uno stipendio lordo pari a 70.627 dollari, ovvero circa di 61mila euro; per non parlare degli svizzeri, che guadagnano mediamente 99.430 franchi, pari a oltre 105mila euro. In questo contesto, il cuneo fiscale in percentuale sul costo del lavoro in Italia sale al 47,1% nel 2024: il Belpaese si colloca così al quarto posto, dopo Belgio (52,6%), Germania (47,9%) e Francia (47,2%).
Verso nuove regole sulla trasparenza retributiva
Intanto, continua a scorrere il countdown dell’entrata in vigore della Eu pay transparency directive, la nuova direttiva sulla trasparenza retributiva approvata in via definitiva dal Parlamento europeo nel 2023. A partire dal 2027, tutte le aziende con oltre 50 dipendenti saranno tenute a fornire informazioni sulle buste paga e a intervenire laddove il divario retributivo di genere superi il 5%. La direttiva include anche risarcimenti per le vittime di discriminazione retributiva e ammende per i datori di lavoro inadempienti. Stando a un’altra analisi di WTW condotta su oltre 500 aziende a livello europeo per un totale di circa 13 milioni di dipendenti, il 66% ha avviato valutazioni sul tema. Una percentuale che sale al 75% per le pmi italiane. Ma non mancano perplessità. Nel Belpaese, infatti, il 18% delle aziende afferma che l’assenza di un sistema di classificazione dei livelli di carriera chiaro e diffuso in tutta l’organizzazione rallenta l’adozione di programmi di trasparenza retributiva. Inoltre, il 33% ritiene sia necessaria una revisione delle politiche di gestione e progressione retributiva.
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(Articolo aggiornato il 13 febbraio 2026)

