Welfare aziendale: una domanda sempre più esplicita
Quasi 9 dipendenti su 10 che non dispongono di piani di welfare aziendale vorrebbero averli. Più precisamente, l’87%, secondo l’Osservatorio Sanità di UniSalute, condotto a ottobre 2025 su un campione di 1.200 italiani.
Secondo questa ricerca, a rendere disponibili misure di welfare per tutti i dipendenti è circa il 42% delle aziende italiane, mentre un 22% lo fa solo per determinate categorie di lavoratori. Il che vuol dire che, al momento, circa il 36%, cioè più di un’azienda su tre, non ha nessuna iniziativa al riguardo.
Il divario tra aspettative dei dipendenti e risposte delle aziende
Questa distanza tra le aspettative dei dipendenti in termini di welfare e i comportamenti effettivi delle aziende non va interpretata solo da un punto di vista sociale, ma anche strategico. La pressione sul Servizio sanitario nazionale, con le note lunghe liste di attesa, l’aumento dei costi sanitari privati e la crescente competitività del mercato del lavoro sono le principali variabili destinate ad alimentare questa domanda di welfare latente, ma non troppo.
Una domanda che ha un impatto importante sulle dinamiche del mondo del lavoro, sia in termini di attrazione sia di mantenimento di figure chiave aziendali.
Sanità integrativa al primo posto tra i benefit desiderati
Il benefit più desiderato, come è facile immaginare date queste premesse, è l’assistenza sanitaria, cioè convenzioni per prestazioni e rimborso di spese mediche, indicata dal 64% degli intervistati. Seguono, con un buon distacco, i fringe benefit vari – dall’auto aziendale ai buoni spesa – al 29%, e la previdenza integrativa al 27%.
Chi ha già un piano di welfare, inoltre, dichiara di avere usufruito soprattutto di agevolazioni sulle cure mediche, come visite oculistiche (57%), test dell’udito (40%) e visite dermatologiche (40%).
Un benefit diffuso, ma non ancora davvero soddisfacente
Dalla ricerca è emerso anche che il livello di gradimento del welfare aziendale offerto non è particolarmente elevato: solo il 38% del campione si dice soddisfatto, a cui si aggiunge un timido 7% di molto soddisfatti. Percentuali che inducono a pensare alla necessità di un cambiamento nella gestione di questi temi.
Una prima riflessione è che i piani di welfare non possono più essere percepiti solo come un extra e come un costo aziendale da minimizzare. Nell’attuale mercato del lavoro, la retribuzione non è più l’unica variabile di competizione tra le aziende, soprattutto per imprese familiari e PMI, dove il legame tra imprenditori e collaboratori è spesso diretto e basato sulla fiducia.
Welfare sanitario come leva strategica per competitività e continuità
Un piano di welfare ben fatto può essere utile per costruire un legame che non si limita all’importo dello stipendio. Può dare evidenza dell’attitudine di un’azienda a considerare il capitale umano una risorsa su cui puntare nel lungo termine. Se questa impostazione è corretta, allora la scelta del partner assicurativo con cui realizzare un piano di welfare efficace non può essere solo una gara al ribasso tra fornitori.
Chi prende queste decisioni aziendali – l’imprenditore insieme agli advisor che lo accompagnano nella crescita, come consulenti del lavoro e banker – deve quindi capire come rispondere in maniera concreta a un bisogno reale. Ma soprattutto deve comprendere che questa risposta avrà un impatto non solo economico, ma anche in termini di reputazione, attrattività sul mercato del lavoro e, infine, di continuità aziendale.
“Oggi il welfare sanitario non è più un benefit accessorio, ma una leva strategica per la competitività delle imprese”, dichiara Giovanna Gigliotti, AD UniSalute. “Investire nella salute delle persone significa aumentare l’engagement e rafforzare la capacità di attrarre talenti. Con UniSalute affianchiamo aziende di ogni settore e dimensione e Fondi sanitari integrativi di categoria con soluzioni flessibili e servizi concreti, perché il benessere dei dipendenti diventi un valore condiviso e duraturo, capace di sostenere crescita, reputazione e continuità nel tempo”.
(Articolo tratto dal magazine n. 89 di aprile 2026 di We Wealth)

