Articolo tratto dal numero di We Wealth – febbraio 2026
Tra i grandi rischi che accompagnano l’allungamento della vita, quello della non autosufficienza in età avanzata è oggi uno dei meno affrontati e, al tempo stesso, dei più dirompenti. Eppure una soluzione di tipo assicurativo per questo grande rischio dell’equilibrio finanziario nella fase finale della vita esiste. Ma pochi, ancora, vi ricorrono. Secondo i dati Ivass pubblicati nel 2023, la raccolta delle polizze Long Term Care (LTC) ammontava a circa 178 milioni di euro, appena lo 0,2% dei premi Vita complessivi. L’idea diffusa è di cavarsela, in caso di bisogno, attingendo ai propri risparmi. Ma i conti, se fatti con attenzione, sono tutt’altro che rassicuranti.
Le Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) presentano rette medie comprese tra i 2.000 e i 4.000 euro al mese, con forti differenze tra strutture pubbliche e private, si legge in un rapporto della Fondazione Gimbe dell’ottobre 2025. Di norma circa la metà della spesa è coperta dal servizio sanitario regionale, mentre la restante quota sociale resta a carico dell’assistito o dei familiari. L’alternativa più diffusa è l’assistenza domiciliare, spesso affidata a una badante: in questo caso il costo annuo può oscillare tra i 18.000 e i 20.000 euro, cui si sommano vitto, alloggio, contributi e la gestione dei periodi di ferie e riposo. Esistono anche servizi di assistenza domiciliare integrata, con oneri più contenuti – intorno ai 1.500 euro al mese – ma si tratta di soluzioni non sempre adeguate.
Accanto ai costi diretti, vanno poi considerati quelli indiretti, spesso sottovalutati: la riduzione o l’abbandono dell’attività lavorativa da parte di un familiare che assume il ruolo di caregiver, con un impatto immediato sul reddito e riflessi negativi anche sulle future prospettive pensionistiche. Il quadro si inserisce in una tendenza di lungo periodo che vede la spesa sanitaria pubblica in rapporto al Pil restare bassa nel confronto internazionale e destinata a ridursi nelle previsioni, mentre quella privata cresce in modo strutturale ed è sostenuta quasi interamente da spese “di tasca propria”. In termini finanziari questo significa una cosa sola: aumenta il rischio, rispetto al passato, di erodere o azzerare i risparmi per far fronte a una malattia cronica o a una condizione di non autosufficienza prolungata.
Per queste situazioni “l’unica risposta dello Stato rimane l’indennità di accompagnamento – poco più di 550 euro al mese nel 2026 – indipendente dal reddito ma insufficiente a coprire il costo effettivo dell’assistenza continuativa”, spiega Renato Antonini, amministratore delegato di Zurich Investments Life, “la conseguenza è una dipendenza elevata dall’assistenza dei familiari – i cosiddetti caregiver – e dei badanti privati, con significativi riflessi negativi sia economici sia personali”.
Ma come funzionano, in concreto, le soluzioni assicurative dedicate? L’assicurato versa un premio periodico e, per la durata del contratto, la compagnia si impegna a erogare una rendita vitalizia nel caso in cui venga diagnosticata una patologia che comporti la perdita dell’autosufficienza. Come per le polizze sanitarie, prima si sottoscrive il prodotto, più contenuto risulta il costo. Resta però una domanda centrale: perché le polizze LTC sono ancora così poco diffuse?
“Spesso si tende a sottovalutare la possibilità di trovarsi, nel corso della vita, in una condizione di non autosufficienza, e si preferisce affrontare eventuali spese future piuttosto che sostenere il pagamento di un premio assicurativo ancora troppo spesso ritenuto a fondo perduto”, osserva Antonini. “È il risultato di una scarsa conoscenza del fenomeno e di un certo fatalismo, che non aiuta a gestire per tempo il problema”.
Per Alessandro Santoliquido, Global Head of Group Insurance di UniCredit, CEO di UniCredit Life Insurance e UniCredit Vita Assicurazioni, “c’è una scarsa consapevolezza del rischio di non autosufficienza, spesso percepito come lontano nel tempo e comunque gestibile affidandosi alla rete di sostegno familiare e del welfare. Una percezione che viene però smentita dal vissuto quotidiano delle migliaia di caregiver che toccano con mano la pesantezza, fisica e psicologica, di un ruolo assunto non per scelta, ma per necessità”.
Esiste poi una barriera psicologica ulteriore: è difficile confrontarsi con il tema della perdita dell’autonomia proprio nella fase della vita in cui sottoscrivere una copertura è più conveniente. “Spesso ci si avvicina a queste soluzioni in età avanzata, quando il costo è più elevato e le condizioni di salute possono limitare l’accesso”, spiega Santoliquido, che individua tra i 40 e i 55 anni la finestra temporale ideale per valutare una LTC. Alcuni prodotti, come quelli offerti da UniCredit, consentono inoltre di definire in anticipo il numero di anni di pagamento dei premi, rendendo più prevedibile l’impegno finanziario.
Antonini spinge ancora più in là il concetto di prevenzione: “Il momento migliore per sottoscrivere una LTC è il prima possibile”. Superata la soglia dei 50 anni, il rapporto costi-benefici tende a deteriorarsi e aumenta il rischio di incontrare vincoli rilevanti: rifiuti per motivi sanitari, premi più elevati, esclusioni di patologie preesistenti, rendite di importo contenuto o durate che lasciano scoperti proprio nel momento del bisogno. Non a caso, oltre i 65-70 anni molte compagnie pongono limiti stringenti o escludono del tutto la possibilità di sottoscrizione.
Accumulare risparmi attraverso fondi pensione o altri strumenti di pianificazione di lungo periodo, concordano Antonini e Santoliquido, resta fondamentale per sostenere il tenore di vita. Ma non è detto che il cuscinetto finanziario sia sufficiente a coprire i costi di una malattia cronica o di una non autosufficienza prolungata. La pianificazione più efficace, conclude Antonini, è quindi un approccio integrato: “finanziaria per le spese correnti e la flessibilità, assicurativa – attraverso una LTC – per far fronte a un rischio elevato, concentrato e potenzialmente devastante per il patrimonio”.

