A meno di due settimane dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026, a Wall Street la domanda non è tanto chi vincerà, quanto quanto conterà davvero. La risposta di Ubs, emersa nel corso di una tavola rotonda con la stampa internazionale nel pomeriggio del 21 ottobre, è che per i mercati conterà meno di quanto si pensi, e più di quanto si creda per alcuni dossier delicati: la Federal Reserve, il tetto del debito, i data center. A illustrare le attese della banca svizzera sono stati Kurt Reiman, responsabile del reddito fisso per le Americhe del chief investment office di Ubs e autore principale della serie di report Election Watch, e Jonathan Pingle, capo economista per gli Stati Uniti di Ubs Investment Bank.
Tre scenari e un ago della bilancia
Lo scenario di Ubs prevede il passaggio dal governo unificato a un governo diviso. La probabilità che la Camera dei rappresentanti passi ai democratici è stimata intorno al 90%, mentre per il Senato le chance sono sostanzialmente pari. Ne discendono tre ipotesi: un en plein democratico in entrambi i rami del Congresso, al 50%, che costituisce lo scenario di base; un Congresso diviso, con i repubblicani a conservare il Senato, al 40%; la conferma della maggioranza repubblicana, al 10%.
Tra il voto e l’insediamento delle nuove Camere, a gennaio, si aprirà la fase dell’«anatra zoppa» (lame duck), in cui i repubblicani dovranno decidere se sfruttare una finestra stretta per approvare provvedimenti prima del cambio di controllo. Per Reiman, sul piano legislativo tra un Congresso diviso e un en plein democratico non c’è grande differenza. Il Senato pesa invece sulle nomine presidenziali e giudiziarie e sulla procedura di riconciliazione di bilancio.
Lo stallo fa bene alla Borsa?
Gran parte di questo esito, osserva Reiman, è già nei prezzi, viste le indicazioni dei sondaggi. Un margine di sorpresa resta: se i democratici conquistassero il Senato con più di uno o due seggi di vantaggio e la Camera con una o due dozzine, le azioni potrebbero accusare una debolezza di breve durata, legata al timore di una regolamentazione più stringente e alle letture in chiave presidenziali 2028. Volatilità destinata però a rientrare, perché i mercati tornerebbero presto a guardare a economia, politiche monetaria e fiscale, inflazione e soprattutto utili. Per questo Ubs non modifica le allocazioni di portafoglio in vista del voto.
Con una maggioranza a prova di veto fuori portata, si profila una stagione di paralisi. Ma Reiman contesta il luogo comune secondo cui lo stallo sia un bene per i listini: le azioni se la cavano, ma l’idea non trova riscontro nei numeri dell’ultimo secolo. Un governo unificato consente invece riforme ampie, come la legge approvata lo scorso anno, i cui sgravi fiscali hanno compensato in parte i rincari del petrolio legati alla guerra in Iran e i dazi, rendendo permanenti alcune aliquote favorevoli alle imprese. I fondamentali restano comunque solidi: nuovi investimenti nell’intelligenza artificiale, consumi in tenuta, una crescita in moderazione ma ancora a buon ritmo e un’inflazione in rientro.
La rivincita dei tagli rinviati
Le elezioni di metà mandato, spiega Pingle, non comportano cambiamenti paragonabili a quelli di una presidenziale: la Casa Bianca conserverà le leve dell’esecutivo, a partire da commercio e dazi. Con la Camera, però, i democratici acquisiranno potere negoziale sul tetto del debito, sui bilanci e sulle misure necessarie a tenere aperto il governo federale. L’obiettivo sarà ottenere concessioni sui tagli del One Big Beautiful Bill Act che scatteranno nel 2027: il trasferimento agli Stati di parte dei costi di Medicaid, i tagli allo stesso programma, requisiti più severi per l’assistenza alimentare e il ripristino dei sussidi dell’Affordable Care Act scaduti lo scorso anno. Ne potrebbero nascere accordi capaci di attenuare il drenaggio fiscale atteso.
La prospettiva di un cambiamento ai vertici della Fed
Un Senato democratico avrebbe un’altra conseguenza: il controllo delle nomine. Dall’amministrazione Reagan in poi, ricorda Pingle, dopo il voto di metà mandato si registra di solito almeno una dimissione a livello di gabinetto, fisiologica dopo due anni di incarichi logoranti. Il caso più rilevante, però, riguarda la Federal Reserve: con un Senato democratico chiamato ad approvare le nomine, i timori sull’indipendenza della banca centrale si ridurrebbero, e fino a quattro membri del Board of Governors e del Fomc potrebbero lasciare prima dell’inizio del 2028, in un ricambio fisiologico ma forse accelerato.
Data center, i cantieri non chiudono
Nella sessione di domande e risposte, è stata l’intelligenza artificiale a catalizzare l’attenzione. I data center, osserva Reiman, sono diventati rapidamente un tema centrale per gli elettori, la «manifestazione fisica e tangibile» delle loro preoccupazioni sull’Ia: bollette, ambiente, posti di lavoro. Al punto che pochi politici, se non in collegi blindati, ne parlano bene. Eppure verranno costruiti, forse altrove e a condizioni diverse: meno incentivi fiscali, più accordi con le comunità locali, energia prodotta in loco anziché prelevata dalla rete. La crescita degli investimenti nel 2027 resta uno scenario condiviso, mentre una regolamentazione dell’Ia, senza un’emergenza di sicurezza, appare improbabile anche per il veto presidenziale.
Pingle aggiunge che la Casa Bianca ha finora favorito l’autoregolamentazione del settore. Il Ratepayer Protection Act, pensato per evitare che i costi della corsa all’Ia ricadano sulle bollette delle famiglie, ha superato la Camera ma non il Senato, anche perché i democratici volevano spingersi oltre.
Difesa e corsie d’ospedale
Sul tetto del debito i ruoli tradizionali potrebbero invertirsi, con i democratici a usare la leva negoziale, mentre i repubblicani hanno valutato di alzarlo durante la sessione lame duck. Reiman ipotizza uno scambio: più spesa per la difesa, cara ai repubblicani, in cambio del rinvio dei tagli a Medicaid e all’assistenza sociale. Ne beneficerebbero industriali e parte della sanità, settori che Ubs già predilige, pur precisando: «Non consigliamo agli investitori di comprarli per via dell’esito delle elezioni».
Obbligazioni, quel 6% che fa gola
Sui conti pubblici, i clienti sono molto preoccupati. Ma per Reiman il clamore estivo sul rialzo dei rendimenti, coinciso con il superamento dei 40mila miliardi di dollari di debito, sopravvaluta il peso dei timori fiscali: a spingere i tassi sono state crescita e inflazione superiori alle attese e una Fed da cui il mercato si aspetta ormai tre o quattro rialzi. Con un portafoglio relativamente sicuro, a scadenza media e con un po’ di rischio di credito, si ottiene facilmente il 6%. Ubs privilegia obbligazioni societarie investment grade e ad alto rendimento e cartolarizzazioni, e ha allungato leggermente la duration con le azioni privilegiate.
Per Pingle le prospettive fiscali sono «piuttosto cupe e minacciose»: lo spostamento dei rendimenti da inizio anno rispetto alle ultime stime del Congressional Budget Office implica oltre 2.500 miliardi di dollari di interessi aggiuntivi in dieci anni.
Dazi, la palla passa ai giudici
L’unico freno all’esecutivo, nota Reiman, è arrivato dalla Corte Suprema, che a febbraio ha bocciato i dazi fondati sull’ International Emergency Economic Powers Act (Ieepa): entrate su cui si contava e che ora escono sotto forma di rimborsi. Ricorsi analoghi potrebbero colpire anche i dazi sostitutivi, come quelli della Sezione 301, peggiorando i conti. Quanto al Messico, per Pingle conta soprattutto il negoziato sull’Usmca, l’accordo commerciale nordamericano, che resterà «in prima battuta non direttamente influenzato da questo risultato elettorale».


