C’è un mercato da non escludere nelle decisioni di investimento, che regge agli urti geopolitici e che, soprattutto, promette crescita. Questo mercato – contro ogni aspettativa di noi europei – è proprio l’Europa. È quanto emerge dal Global Sentiment Survey on Europe 2026 di Deutsche Bank, un’indagine recente, condotta a luglio e agosto su 1.200 dirigenti “con responsabilità strategiche o finanziarie” in società con almeno cento dipendenti, tutte con sede fuori dall’Europa, distribuite in tredici mercati (fra Asia-Pacifico, Americhe e Medio Oriente).
Il campione è selezionato a monte e comprende solo società che già investono o operano in Europa, oppure che stanno pianificando o valutando attivamente un ingresso di qui a cinque anni. I risultati non fotografano quindi l’opinione “media” delle imprese dei tredici mercati, ma l’umore di chi con l’Europa ha già un interesse in gioco.
Investire in Europa è il top, in senso trasversale
Il dato di partenza è netto: il 35% degli intervistati indica l’Europa come la regione oggi più attrattiva per la propria azienda, davanti all’Asia-Pacifico (esclusa la Cina – 24%), al Nord America (19%), al Medio Oriente (10%), alla Cina da sola (6%) e all’America Latina (5%). Allargando lo sguardo alle prime tre posizioni, il Vecchio Continente compare nel 90% delle risposte: nessun’altra area raccoglie un consenso così trasversale.
Gli investitori extra-Ue che già sono qui
Fra le società che in Europa sono già presenti, la quota di chi la colloca al primo posto sale addirittura al 45%. Invece, fra quelle che non vi hanno ancora investito, ma ci stanno pensando, scende al 15%. Come dire: è l’esperienza diretta a convertire. Per l’81% degli intervistati l’Europa conta oggi più di tre anni fa nelle decisioni di investimento: molto di più per il 28%; moderatamente di più per il 53%; solo il 3% la vede in arretramento. Sul fronte della tenuta, il 71% la considera resiliente di fronte agli shock economici e geopolitici, con un picco dell’82% in Medio Oriente e del 65% nelle Americhe.
La posizione sorprendente dell’Italia
La distribuzione delle intenzioni di investimento non è uniforme all’interno dell’Europa. La Germania resta il magnete: il 56% la mette fra i primi tre mercati europei di interesse e il 29% la indica come prima scelta assoluta, davanti a Regno Unito (47% e 23%) e Francia (35% e 9%). Il primato tedesco, spiega il report, non nasce da un singolo fattore, ma da una combinazione di elementi: infrastrutture e logistica (59%), innovazione e intelligenza artificiale (58%), capacità industriale e forza lavoro qualificata (56% ciascuna).
L’Italia si colloca al quarto posto fra le destinazioni d’investimento europee, con il 33% delle aziende intervistate che prevede di investire nel Paese. Dove sono collocate geograficamente le maggiori intenzioni di investimento nei confronti del Belpaese? Al 54% negli Emirati Arabi Uniti, al 46% in Arabia Saudita e al 41% negli Stati Uniti; per le imprese messicane l’Italia è la seconda destinazione europea dopo la Germania. Quando però si restringe il campo alle prime tre scelte, il paese scivola nel gruppo del 20%-22%, insieme a Paesi Bassi e Spagna, con Svizzera, Polonia e Portogallo più indietro.
Crescite, produzione, ricerca e sviluppo. Ma soprattutto stabilità
Oggi il rapporto delle aziende extraeuropee con il nostro continente è soprattutto commerciale: il 73% di chi è già presente vende beni o servizi a clienti europei; il 59% ha proprie strutture di vendita o distribuzione. Ma solo il 19% produce sul territorio.
Le aspettative dichiarate, invece, vanno in tutt’altra direzione. Il 99% considera l’Europa un mercato di consumo importante per la propria crescita nei prossimi tre-cinque anni e il 92% la giudica rilevante come luogo di produzione, ricerca e sviluppo e stabilità delle catene di fornitura, con il 51% che la reputa “molto importante”. Il 61% vi ha già degli investimenti e prevede di espandersi entro cinque anni; il 33% valuta l’ingresso per la prima volta, mentre il 6% non ha progetti in tal senso.
Come avverrebbe l’espansione? Il 41% sposterebbe risorse dal Nord America, il 36% dall’Asia-Pacifico esclusa la Cina, il 28% dal Medio Oriente. Solo il 20% dichiara che non sposterebbe nulla ad altre aree.
Il problema dell’Europa si chiama Europa
L’indagine tuttavia rileva che: il principale ostacolo dell’Europa è l’Europa. Il Mercato Unico viene percepito come compiuto solo dal 20% degli intervistati, mentre il 42% lo considera in larga parte unificato, il 30% prevalentemente frammentato e l’8% del tutto frammentato.
Le frizioni transfrontaliere pesano per il 43% in misura significativa o molto significativa e per un ulteriore 42% in qualche misura: complessivamente le avverte l’85% del campione. Curiosamente il malcontento è più acuto proprio dove l’entusiasmo è massimo, il Medio Oriente, dove l’86% denuncia un impatto elevato, contro il 49% delle Americhe e il 26% dell’Asia-Pacifico.
I punti di debolezza dell’Europa che anche le imprese internazionali riconoscono
Sono poi quattro gli ambiti in cui meno della metà degli intervistati riconosce all’Europa un vantaggio competitivo: costo del lavoro (42%), regime fiscale (44%), costi dell’energia e velocità delle procedure autorizzative (entrambi al 47%). Sull’intelligenza artificiale la richiesta è ancora più esplicita: il 33% chiede regole più semplici e armonizzate, il 31% infrastrutture tecnologiche aggiornate, il 29% competenze digitali e incentivi competitivi, il 28% un accesso più agevole al capitale di crescita.
Banche europee: il vantaggio di giocare in casa
Un passaggio riguarda da vicino l’industria finanziaria del Continente. Il 60% degli intervistati preferirebbe affidarsi a una banca europea per investire in Europa, con una punta del 97% in Medio Oriente, il 57% nelle Americhe e il 49% in Asia-Pacifico.
Soprattutto, conta l’ordine dei criteri di scelta: solidità finanziaria (37%), capacità di gestione del rischio e della conformità normativa (36%), conoscenza del mercato e della regolamentazione locale (33%), qualità della piattaforma digitale (31%), presenza europea diffusa e ampiezza dell’offerta (30% ciascuna). Il prezzo competitivo si ferma al 26% e la relazione bancaria preesistente al 19%. Un mandato che si vince sulla fiducia e sulla competenza, non sullo sconto.
Chi sono gli intervistati
Le società con almeno cinquecento dipendenti sono sovrarappresentate (71% del totale), i dati non sono ponderati e il margine di errore è di circa tre punti percentuali.
Il commento di Alexander von zur Mühlen, membro del management board di Deutsche Bank, presentando i risultati: «L’economia globale ha fiducia nell’Europa. I leader aziendali considerano l’Europa una destinazione d’investimento attraente, un mercato di crescita e un polo di innovazione. Allo stesso tempo, l’indagine mostra come l’Europa debba ancora recuperare terreno sul fronte della competitività e delle condizioni operative per le imprese. Per questo, sono necessarie riforme in grado di liberare un maggiore potenziale di crescita e incentivare nuovi investimenti».

