L’aurora viene è il titolo della mostra inaugurale di Thaddaeus Ropac a Milano. La prestigiosa galleria internazionale apre al pubblico sabato 20 settembre 2025 negli spazi di Palazzo Belgioioso (Giuseppe Piermarini, 1772) con una esposizione bipersonale dedicata alle opere di Georg Baselitz (1938) e Lucio Fontana (1899-1968), ripercorrendo il profondo e duraturo interesse dell’artista tedesco per il lavoro del maestro italo-argentino. I dipinti e le sculture di Baselitz sono quelle dell’ultimo decennio, mentre i lavori di Fontana si collocano fra gli anni Trenta agli anni Sessanta. Il titolo della mostra deriva da Aurora viene (2015) serie iniziata nel 2015 in un periodo di intensa riflessione sul lavoro di Fontana – rimandano esplicitamente agli ultimi tagli dell’artista italoargentino.

Thaddaeus Ropac con Elena Bonanno di Linguaglossa, direttrice della sede milanese
I due artisti non si sono mai incontrati, ma Fontana ha esercitato un ruolo fondamentale nel lavoro di Baselitz, che ancora oggi ha uno studio in Italia. Baselitz, all’epoca del suo primo incontro con l’opera di Fontana a Berlino nei primi anni Sessanta, quando gli ambienti artistici parlavano della fine della pittura, «il nero del taglio apriva a un barlume di speranza»; «la speranza cioè che, nel mezzo, potesse esserci qualcosa».
La selezione in mostra da Thaddaeus Ropac a Milano
Le opere di Georg Baselitz in mostra includono una nuova scultura monumentale in bronzo insieme a una recente serie di dipinti caratterizzati da composizioni dai centri vuoti e non illuminati, o da figure sospese che sembrano emergere da fondali oscuri. Lavori che rievocano la ricerca di Fontana su ciò che si estende oltre la superficie della tela, rivelando un’affinità poetica e concettuale tra i due artisti.
I lavori esposti includono le sculture “barocche” databili dal 1937 sino agli anni Cinquanta, così come una selezione di Concetti spaziali e alcune iconiche Attese realizzate a partire dagli anni Sessanta, accanto a esempi significativi delle serie Gessi (1954-1958) e Inchiostri (1956-1959) e a una rara ed eccezionale Fine di Dio (1963-1964).
Un nucleo di opere in mostra è in prestito dalla della Fondazione Lucio Fontana. Nelle parole della presidente della fondazione Silvia Ardemagni, «la proposta di affiancare le opere di Lucio Fontana a opere di Georg Baselitz attiva un confronto ideale e sorprendente. Questo consente di indagare nel profondo le ragioni che sottendono le creazioni artistiche, mettendo in scena un immaginario e una sensibilità comune, sebbene svolta con modalità differenti. Questo progetto dimostra quanto il lavoro di Fontana sia ancora vivo e attuale e le opere di Baselitz – che in molti casi evocano Fontana nel loro titolo – sono state straordinarie alleate in tal senso. Prestare il nucleo di opere che abbiamo accuratamente selezionato all’interno della nostra collezione, opere appartenenti a cicli forse meno noti, ma così intensi e significativi, è sicuramente un’occasione preziosa che si aggiunge alla nostra multiforme e sempre entusiasta attività».
Penetrare le profondità della tela
I ritratti recenti di Baselitz rappresentano figure spettrali con colorazioni pallide che si stagliano capovolte e sospese nello spazio pittorico. Lungo il corso degli ultimi due decenni, l’artista è tornato quasi compulsivamente su questo tema. Il trattamento leggero, talvolta effervescente, della sua pittura richiama lo scavo e la penetrazione delle profondità della tela tipici di Fontana, sempre alla ricerca di una nuova dimensione artistica. Emerge un parallelismo tangibile con le nuove leggi e dimensioni che Fontana, prima di Baselitz, ha stabilito nel suo manifesto sullo Spazialismo.
Fontana credeva che, al fine di realizzare “una nuova arte” in linea con i tempi coevi – un’arte per l’Era Spaziale, come diceva lui stesso – fosse necessario aprire la tela al cosmo infinito che si estende oltre la sua superficie. Nei Concetti spaziali che ne derivarono, Fontana ha raggiunto questo risultato bucando o tagliando la tela: dalle Attese, con i loro caratteristici tagli, o fenditure, ai Gessi, e fino agli Inchiostri, che si uniscono alle costellazioni dei buchi che perforano le tele dalle tonalità velate.
In mostra anche uno straordinario esempio della serie Fine di Dio di Lucio Fontana. L’artista ha realizzato 38 Fine di Dio nel breve periodo che va dal 1963 al 1964. La sua forma ovale rappresenta allo stesso tempo l’origine e l’assoluto; come dichiarava l’artista stesso essa rappresenta «l’infinito, l’inconcepibile, la fine della figurazione, l’inizio del nulla».

Esposta nella sala principale della galleria Thaddaeus Ropac di Milano, la Fine di Dio con il suo rosa intenso entra in dialogo con La rosa riposa di Baselitz del 2019, le cui figure nude si srotolano attraverso una tavolozza cromatica altrettanto sensuale.

Fontana e Baselitz da Thaddaeus Ropac a Milano: l’oggetto della pittura prevale sul soggetto dipinto
Baselitz afferma di essere stato affascinato dal contenuto dell’opera di Fontana perché «è inconcepibile senza forma». Dal canto suo, l’inversione di Baselitz, presente in tutte le opere esposte in mostra, serve a svuotare la forma apparentemente figurativa del suo contenuto. Come scrive Flavia Frigeri nel catalogo che accompagna la mostra, «è nel far prevalere l’oggetto della pittura sul soggetto dipinto» che i due artisti si incontrano.
Come sostiene Luca Massimo Barbero sempre nel catalogo della mostra i due artisti, in definitiva, non sono legati da «una vicinanza formale o da un’affinità di linguaggio, ma da una tensione comune. In altre parole, l’idea che l’arte non rappresenti ma annunci, che non descriva ma evochi, che sia innanzitutto un atto di apertura verso l’origine».
Il taglio è stato l’“aurora” dell’impegno di Baselitz con Fontana: un punto di partenza per un dialogo molto più profondo.

