Una parte dell’esecutivo sta valutando l’introduzione di una nuova tassa sui buyback, i riacquisti di azioni proprie che le imprese usano sempre più spesso in alternativa ai dividendi per remunerare gli azionisti. Non si tratterebbe di una novità: negli Stati Uniti l’amministrazione Biden ha introdotto nel 2022 un’imposta pari all’1% del controvalore riacquistato, a carico dell’impresa. Quest’anno una misura analoga è entrata in vigore anche in Francia, con un’aliquota dell’8%.
Tassare i buyback le esperienze internazionali
Nel caso americano, lo spirito dell’imposta non era quello di fare cassa, bensì di scoraggiare una pratica sempre più diffusa, nella speranza di spingere le aziende a reinvestire utili e creare occupazione. Ma negli Usa il tema è anche fiscale: i dividendi distribuiti agli azionisti stranieri, una gran parte dei detentori di azioni Usa, sono tassati con ritenute, mentre le plusvalenze sui buyback no (si pagano solo nel Paese di residenza dell’investitore). Risultato: se un’impresa sceglie il buyback invece del dividendo, il gettito per le casse federali si riduce. Nonostante questo, la tassa dell’1% non ha frenato i riacquisti, tanto che nel 2023 Joe Biden arrivò a proporne un aumento al 4% nel discorso sullo Stato dell’Unione.
Il buyback, dal punto di vista economico, non è molto diverso da un dividendo, ma ha effetti diversi sulla dinamica del titolo. Riducendo il numero di azioni in circolazione, tende a far crescere il prezzo dei titoli rimanenti: la torta degli utili si spartisce in meno fette. È anche un messaggio di fiducia al mercato: un’azienda difficilmente ricompra azioni che reputa sopravvalutate. E, per i manager legati con i bonus all’andamento in Borsa, il buyback può essere più allettante di un dividendo. Infine, ridurre un programma di buyback è comunicativamente più semplice che tagliare un dividendo.
Il contesto italiano: buyback più contenuti, gettito limitato
In Italia, a ricorrere massicciamente ai buyback sono soprattutto le grandi banche. Unicredit ha annunciato distribuzioni complessive per 30 miliardi nel triennio 2025-2027, di cui solo metà in dividendi cash: il resto in riacquisti. Intesa Sanpaolo nel 2024 ha comprato azioni proprie per 1,7 miliardi e nel 2025 ha già superato 1,1 miliardi su un piano da 2 miliardi. Qualche altro nome: Mediobanca ha previsto un buyback da 385 milioni e anche Enel, a fine luglio, ha lanciato un piano da 1 miliardo.
Per l’Italia l’eventuale tassa non avrebbe gli stessi presupposti strategici degli Stati Uniti, dove serviva a correggere un “buco” fiscale e a stimolare gli investimenti. Qui si tratterebbe soprattutto di ricavare entrate extra dalle aziende che privilegiano la remunerazione degli azionisti rispetto alla crescita interna. Non a caso, alcuni osservatori la definiscono l’erede naturale della tassa sugli extraprofitti bancari, ormai poco percorribile dopo la contrazione dei margini di interesse.
Resta il tema del gettito: un’imposta all’1% come negli Usa porterebbe allo Stato alcune decine di milioni, una cifra simbolica rispetto alle esigenze della manovra in arrivo. Per avere effetti significativi bisognerebbe alzare l’aliquota, con il rischio però di penalizzare l’attrattività del mercato italiano. Non sorprende quindi che l’indiscrezione abbia già acceso divisioni politiche: Forza Italia si è schierata contro, come già avvenuto nei giorni scorsi attorno all’ipotesi di nuove imposte sugli extraprofitti bancari.

