Da Stellantis a Bmw: la spada dei dazi Usa incombe sulle auto Ue

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Una berlina nera danneggiata con la parte anteriore accartocciata è assicurata su un rimorchio a pianale parcheggiato sulla strada. L'auto è vicino a una recinzione metallica e a un edificio con grandi finestre, all'ombra di un albero.

Le case automobilistiche europee sono vulnerabili ai dazi, ma non tutte nella stessa misura. Il settore resta sotto pressione dopo mesi di sottoperformance

Indice

Cosa poteva andare peggio per i costruttori europei dopo la costosa transizione forzata all’auto elettrica imposta dall’Unione Europea? A Bruxelles ha risposto Washington: tassare le auto esportate negli Stati Uniti, colpendo anche quelle che danno ancora buoni margini, le endotermiche. L’amministrazione Trump minaccia nuovi dazi nell’ambito della sua svolta protezionistica, aggiungendo un ulteriore colpo a un’industria già sotto pressione e sempre più nel mirino degli analisti finanziari.

“Abbiamo milioni di auto in ingresso, BMW e Mercedes-Benz e Volkswagen e molte altre”, ha dichiarato Trump lo scorso 3 febbraio, “e non facciamo nulla al riguardo”.

Nuove difficoltà su un settore già sotto pressione

Negli ultimi tre mesi, i gestori di fondi europei hanno riportato un sottopeso netto nel loro portafoglio, fra il 35% e il 50% – e l’ultima rilevazione eseguita da Bank of America, il 16 gennaio, precedeva ancora l’entrata in carica del nuovo presidente americano, Donald Trump.

A livello settoriale, l’indice Stoxx Auto ha guadagnato il 5,1% da inizio anno all’11 febbraio, restando un po’ indietro rispetto al progresso complessivo del 7,1% segnato dallo Stoxx 600. Ciò che questo confronto non mostra è che, negli ultimi 12 mesi, il comparto auto europeo ha perso il 23,2% del valore, mentre il mercato azionario europeo, nello stesso periodo, ha guadagnato il 12,3%.

Se l’amministrazione Trump dovesse estendere i dazi alle importazioni dall’Unione Europea, dopo averli messi in sospeso, per ora, su Messico e Canada, l’impatto sulle vetture esportate oltreoceano sarebbe diretto, ha sottolineato Scope Ratings, ricordando come questo flusso di merci abbia generato vendite per 54 miliardi di dollari nel 2023. In ogni caso, i veicoli rappresentano il principale settore di esportazione del Messico verso gli Stati Uniti, con un valore di circa 130 miliardi di dollari nel 2023, mentre per il Canada questo flusso vale 56 miliardi e per la Cina 18 miliardi.

Cedere alle richieste di Trump o subire nuovi dazi

Il nodo politico non è dei più semplici da sciogliere. L’Ue, infatti, applica un dazio del 10% sulle auto importate, rispetto al 2,5% degli Stati Uniti. Se l’obiettivo di Trump fosse quello di minacciare dazi per livellare questo squilibrio, l’Ue dovrebbe far scendere al 2,5% il dazio sulle auto importate da tutti i Paesi, concedendo un clamoroso vantaggio alla Cina, che otterrebbe senza fare concessioni.

Questo principio è il cardine dell’Organizzazione Mondiale del Commercio: senza una valida giustificazione, non è possibile imporre dazi discriminatori tra Paesi membri. Di conseguenza, Cina e Stati Uniti devono essere soggetti agli stessi dazi, salvo eccezioni previste da specifici accordi commerciali che ne prevedano la riduzione o l’eliminazione.

Considerando che le vetture elettriche cinesi sono già nettamente più economiche di quelle europee, grazie alla supremazia nella produzione delle batterie, abbattere il dazio generale sarebbe un’altra tegola per i costruttori auto europei.

E lo scenario opposto, ovvero l’aumento dei dazi sulle auto esportate negli Usa (che avvenga attraverso il Messico, la Cina o il Canada, o direttamente dall’Ue), non sarebbe privo di conseguenze.

Dazi dagli Usa, i costruttori auto più colpiti in Europa

“I dazi statunitensi sulle importazioni di veicoli da Messico, Canada e Cina colpiranno più duramente Stellantis e Volkswagen”, hanno affermato gli analisti di Scope Ratings in una nota, “mentre BMW e Mercedes-Benz potrebbero essere meno influenzate grazie a un maggiore potere di determinazione dei prezzi e a una maggiore elasticità della domanda”.

Grafico a barre intitolato "Esposizione dei produttori europei al mercato USA (% dei ricavi totali)" con le percentuali: Stellantis 46%, BMW 20%, Mercedes-Benz 26%, Volkswagen 21%, Volvo AB 25%. Fonte: valutazioni dell'ambito.

I costruttori auto europei hanno scelto il Messico per ridurre i costi e sfruttare la vicinanza agli Stati Uniti, ma ora questa strategia rischia di ritorcersi contro di loro. Stellantis è il gruppo più esposto, con il 46% delle vendite negli Usa e una forte dipendenza dagli impianti messicani e canadesi.

Volkswagen, con il 21% delle sue vendite negli Stati Uniti, ha un’esposizione simile a quella di BMW e Mercedes, ma, essendo un produttore di massa e fornitore di veicoli commerciali, è probabile che venga colpita più duramente dai dazi su Canada e Messico, oltre che da un possibile aumento dei dazi sulle importazioni europee, hanno affermato gli analisti di Scope.

I marchi premium, invece, sarebbero in una migliore posizione. “BMW e Mercedes hanno un’esposizione significativa al mercato statunitense, che ha rappresentato rispettivamente il 20% e il 26% dei loro ricavi nel 2023, ma con una minore importanza del Messico nella catena d’offerta: il che rende meno problematici i dazi che potrebbero colpire il Paese.

I costruttori di auto di lusso, poi, sono “in una posizione relativamente migliore per assorbire i costi aggiuntivi attraverso l’adeguamento dei prezzi, poiché la loro clientela tende ad accettare più facilmente gli aumenti” avendo anche meno alternative in un mercato premium “dominato da Audi AG, BMW, Mercedes, Porsche e da produttori di lusso più piccoli come Aston Martin” – un club di cui fa parte anche Ferrari.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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