Stablecoin delle banche: a chi convengono davvero

3 MIN
Uomo d'affari con moneta dorata digitale, banconota, carte di credito, smartphone e grattacieli.

Un nuovo consorzio di 21 grandi banche internazionali prepara una stablecoin in dollari per il 2027, mentre in Europa avanza Qivalis. Ma se depositi, carte e bonifici funzionano già bene, perché gli istituti stanno investendo tanto nei token? La risposta potrebbe essere meno nei pagamenti di oggi e più nella difesa della raccolta e della relazione con il cliente di domani.

Indice

Un gruppo di 21 banche dislocate su quattro continenti ha dato vita a un nuovo consorzio per il lancio di una nuova stablecoin ancorata al dollaro nella prima metà del 2027. Nel gruppo compaiono Bank of America, Goldman Sachs, ma anche Deutsche Bank, Crédit Agricole, UBS, Santander e BBVA. La notizia segue di qualche mese il lancio del consorzio europeo Qivalis, composto da 37 banche, fra cui UniCredit e Intesa Sanpaolo, promotore di un progetto di stablecoin denominata in euro.

Il nuovo atteggiamento delle banche verso gli asset digitali

L’atteggiamento delle banche nei confronti degli asset digitali è cambiato radicalmente negli ultimi anni e, in Europa, l’introduzione di una specifica normativa ha reso possibile l’avvio di nuovi progetti, sciogliendo le riserve più coriacee sulle criptovalute.

Il passo verso l’emissione delle stablecoin bancarie, però, non è così intuitivo: perché le banche, che già offrono servizi di pagamento collegati ai propri conti, dovrebbero cannibalizzarsi mettendo a disposizione un’alternativa ai loro clienti che rischia di essere meno redditizia?

Come funzionano le stablecoin

Le stablecoin nascono come mezzo di scambio e non come forma di investimento. L’emittente garantisce il cambio alla pari con una moneta tradizionale, tipicamente il dollaro. Per farlo deve poter contare su attività sufficienti a garantire il rimborso dei token emessi. Nel caso degli emittenti non bancari, alle stablecoin corrisponde quindi un portafoglio dedicato di attività di riserva, a differenza di quanto avviene con i normali depositi, che sono passività sostenute dall’intero bilancio della banca.

Inoltre, il cliente tipico della banca non usa stablecoin nella vita di tutti i giorni. Nella gran parte dei casi l’utilizzo delle stablecoin è collegato al trading delle criptovalute: nel momento in cui un investitore intende vendere Bitcoin, ad esempio, può optare per token come Usdt (Tether) per ripararsi dalla volatilità ed eventualmente rientrare in un momento successivo. La conversione da criptovaluta a stablecoin, infatti, è più fluida e veloce sulle piattaforme di scambio. Secondo uno studio della Bce le stablecoin capitalizzavano oltre 300 miliardi di dollari a fine 2025, ma la penetrazione nei pagamenti al dettaglio era inferiore allo 0,01%.

I limiti delle stablecoin nei pagamenti quotidiani

Nell’esperienza quotidiana, infatti, la fluidità dei pagamenti è già molto elevata anche senza chiamare in causa la blockchain. In fin dei conti, cosa può fare una stablecoin che un bonifico istantaneo gratuito o un pagamento elettronico via smartphone non faccia già nella vita di tutti i giorni? In questo momento, i benefici più tangibili per la clientela al dettaglio si vedono soprattutto nelle rimesse internazionali, abbattendone i costi. Ma l’idea che questi consorzi siano nati per rosicchiare il giro d’affari dei money transfer non regge granché. Per le banche tradizionali, insomma, sembrerebbe poco logico mettere insieme consorzi e investire in un settore che nelle transazioni vale ancora una piccola frazione dei pagamenti.

Tanto più se si considera che incentivare l’abbandono di un pezzo di deposito bancario per convertirlo in stablecoin “della casa” non sarebbe, di suo, un guadagno immediato. La raccolta tramite depositi, infatti, rappresenta per le banche una fonte di finanziamento particolarmente preziosa e può essere impiegata, nel rispetto dei requisiti patrimoniali e di liquidità, anche per finanziare prestiti e altre attività potenzialmente più remunerative.

La redditività per gli emittenti non bancari

Per gli emittenti non bancari di stablecoin, invece, le maglie sono molto più strette. In Europa, per garantirne la convertibilità, la normativa prevede che almeno il 30% dei fondi ricevuti sia depositato presso banche, mentre la quota restante può essere investita in attività sicure, altamente liquide e a basso rischio. Per quanto non paragonabile a una raccolta bancaria diretta, l’emissione di stablecoin resta un business remunerativo. Tether, il più grande emittente di stablecoin, ha realizzato oltre 10 miliardi di dollari di utili nel 2025. Il meccanismo è relativamente semplice: Usdt non riconosce interessi al possessore, mentre Tether investe una parte consistente delle proprie attività di riserva in Treasury e altri strumenti remunerati, trattenendone il rendimento. Tuttavia, non sarebbe il ritorno economico immediato l’incentivo più probabile per la costituzione di nuove stablecoin bancarie.

La difesa dall’ingresso di nuovi concorrenti

È più probabile che iniziative come il nuovo consorzio e Qivalis puntino soprattutto a creare un’infrastruttura con largo anticipo per prevenire l’eventuale minaccia di nuovi attori sul terreno dei pagamenti. Anche se l’esperienza della moneta di Facebook, Libra/Diem, è tramontata, non si può escludere che un nuovo attore tecnologico o finanziario possa tentare di concentrare su di sé le transazioni, offrendo incentivi commerciali legati all’utilizzo, come cashback, sconti o programmi fedeltà compatibili con la normativa. A fronte di una convenienza visibile, i consumatori sono pronti a cambiare circuito di pagamento, come ha dimostrato, a suo modo, il caso di Satispay in Italia.

Anche l’euro digitale, sebbene progettato proprio per limitare l’impatto sui depositi bancari, potrebbe rappresentare una pressione parallela sulla raccolta qualora modificasse le abitudini di pagamento e di detenzione della liquidità dei consumatori. Meglio quindi giocare d’anticipo: emettere una stablecoin di casa, con la rassicurazione del brand consolidato di un consorzio bancario, potrebbe prevenire e limitare la perdita di ricavi che si osserverebbe in caso di migrazione verso stablecoin emesse da altri attori.

Non solo. Mantendo visibilità sulla liquidità utilizzata per scambi e transazioni la banca continuerebbe a presidiare la “materia prima” per la propria offerta commerciale, come i prodotti finanziari e il wealth management. Insomma, oltre ai minori ricavi della raccolta diretta, lasciare fuoriuscire parte dei depositi verso stablecoin esterne implicherebbe anche perdere opportunità di vendita incrociata.

Il primo utilizzo sarà rivolto ai clienti commerciali

In una prima fase, finché la minaccia degli attori esterni non sarà concreta, le banche avranno pochi incentivi a incoraggiare i clienti al dettaglio a convertire i propri depositi in token. Lo stesso consorzio che comprende BofA e Goldman prevede un primo lancio prevalentemente orientato ai clienti commerciali: i più interessati a transazioni internazionali in cui lo scambio via blockchain può offrire valore aggiunto.

Ma la stessa Bce vede un potenziale futuro concreto nell’uso delle stablecoin come mezzo di pagamento, con tutta una serie di possibili implicazioni per la trasmissione della politica monetaria. Se questo dovesse accadere, anche per le banche private la cosiddetta disintermediazione potrebbe diventare un problema più tangibile.

Una stablecoin bancaria a prova di futuro

Portare sul mercato nuove stablecoin di emissione bancaria, allora, non è tanto un tema di miglioramento del servizio nella vita quotidiana, né un modo per rendere più redditizio il deposito. Il valore di una stablecoin bancaria non deve necessariamente essere superiore a quello di un deposito: è sufficiente che sia superiore al valore che la banca conserverebbe lasciando migrare quel deposito verso l’infrastruttura di un concorrente.

Un po’ come per l’euro digitale, il vero tema è essere “a prova di futuro” e, soprattutto, a prova di concorrenti futuri.

Domande frequenti su Stablecoin delle banche: a chi convengono davvero

Quando è previsto il lancio della nuova stablecoin ancorata al dollaro promossa dal consorzio di 21 banche?

Il lancio della nuova stablecoin ancorata al dollaro è previsto nella prima metà del 2027. Questo progetto vede la partecipazione di importanti istituzioni finanziarie globali.

Quali sono alcune delle banche che fanno parte del consorzio per il lancio della stablecoin in dollari?

Il consorzio include banche di rilievo internazionale come Bank of America, Goldman Sachs, Deutsche Bank, Crédit Agricole, UBS, Santander e BBVA. Queste banche operano su quattro continenti.

Esiste un progetto simile in Europa che coinvolge banche e stablecoin?

Sì, pochi mesi prima di questo annuncio è stato lanciato il consorzio europeo Qivalis, composto da 37 banche tra cui UniCredit e Intesa Sanpaolo. Questo consorzio sta promuovendo un progetto di stablecoin denominata in euro.

Qual è il principale obiettivo finanziario delle banche nell'adozione delle stablecoin?

Le banche sembrano interessate a difendersi dall'ingresso di nuovi concorrenti nel settore degli asset digitali. L'adozione di stablecoin potrebbe rappresentare una strategia per mantenere il controllo su nuovi flussi finanziari.

A quale tipo di clientela sarà inizialmente rivolto l'utilizzo delle stablecoin bancarie?

Il primo utilizzo delle stablecoin bancarie sarà orientato verso la clientela commerciale. Questo suggerisce un focus iniziale su transazioni B2B e servizi finanziari per le imprese.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

Non sai come far rendere di più la tua liquidità e accrescere il tuo patrimonio? Scrivici ed entra in contatto con l’advisor giusto per te!

Compila il form ed entra in contatto gratuitamente e senza impegno con l’advisor giusto per te grazie a YourAdvisor.