Sostenibilità: la transizione verde è (anche) nelle mani delle banche

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Ecco come le banche possono accompagnare imprese e famiglie nel cammino verso la transizione verde. Evitando di chiudere i rubinetti ai soggetti “brown”

Un italiano su quattro è deciso a promuovere azioni per il cambiamento climatico mentre sei imprese su dieci ritengono che la sostenibilità ricopra un ruolo centrale

Eppure, il 46% degli istituti di credito non considera i criteri Esg sistematicamente nell’ambito della strategia di business

Gianluca Randazzo, Mediolanum: “Le banche svolgono un ruolo straordinario nel responsabilizzare la clientela”

Gli italiani sono pronti al cambiamento “green”? A che punto sono le banche? E in che modo possono accompagnarli lungo questo cammino, mentre si preparano a uscire dal tunnel della crisi pandemica? A rispondere a queste e ad altre domande sono stati gli esperti del settore nell’ambito dell’evento “Esg in Credit&Finance: dall’economia reale all’economia sostenibile” organizzato da T.W.I.N. e Credit Village. Un’occasione anche per fare un punto sull’evoluzione normativa a livello europeo e i suoi impatti sulla strategia degli istituti finanziari e delle aziende.
Secondo alcuni dati raccolti da Crif in collaborazione con Nomisma e presentati dall’executive director Simone Capecchi, un italiano su quattro è “decisissimo a promuovere azioni per il cambiamento climatico” mentre sei imprese su dieci ritengono che la sostenibilità ricopra “un ruolo centrale”. Eppure, aggiunge Capecchi sulla base di un recente studio del Politecnico di Milano che ha coinvolto 13 gruppi che rappresentano oltre il 71% degli attivi totali, il 46% degli istituti di credito non considera i criteri Esg sistematicamente nell’ambito della strategia di business. Tutto questo nello scenario dei 68,8 miliardi di euro assegnati alla Transizione verde dal Piano nazionale di ripresa e resilienza.
A raccontare il proprio esempio di transizione green è innanzitutto Patrizia Sferrazza, head of communication, media relations & marketing di Banca Sistema, che spiega come l’istituto non rientri ancora tra le banche per le quali è previsto a livello normativo un obbligo di disclosure sul tema ma ha “deciso volontariamente di intraprendere questa strada” pubblicando il suo primo report di sostenibilità. “È chiaro che la volontarietà in questo momento paga”, interviene PierMario Barzaghi, partner di Kpmg Advisory. “Questo approccio è da favorire perché allarga sempre più il mercato e le informazioni disponibili. La banca non è un ente a sé stante ma è tutto quello che genera nell’indotto e fa da traino per tutte quelle aziende, di qualunque dimensione, che devono ancora comprendere come la sostenibilità rappresenti un fattore competitivo”.

Diverso è il caso di Banca Mediolanum, che ha scelto di mettere a diretto riporto dell’amministratore delegato green e innovazione. “Noi abbiamo iniziato a produrre il bilancio di sostenibilità anche prima del decreto legislativo che obbliga alla Dnf (Dichiarazione non finanziaria, ndr)”, spiega Gianluca Randazzo, head of sustainability dell’istituto. “Il tema è condividere il valore della sostenibilità, aiutando le aziende a comprenderne l’impatto, entrando nei loro meccanismi e accompagnandole nel percorso di trasformazione. L’imprenditore spesso ci chiede come fare in modo che il suo sistema produttivo possa restare in utile perché è diffusa l’ipotesi che intervenire sulla supply chain possa determinare un prezzo per i clienti e, conseguentemente, incidere sull’utile. Ma questo accade perché spesso i piccoli e medi imprenditori hanno un approccio rapido, mentre lo switch che stiamo vivendo richiede tempo”.

Secondo Randazzo, “le persone intimamente erano pronte da tempo alla sostenibilità” ma avevano “bisogno di una spinta”. E il tema regolamentare e normativo ha rappresentato una spinta importante, necessaria e che non deve arrestarsi. Le banche, conclude, “svolgono un ruolo straordinario nel responsabilizzare la clientela”. Mentre i regulator, aggiunge Barzaghi, “hanno acceso un faro molto importante su queste tematiche” e non cogliere questo trend rischia di determinare anche dei rilevanti “danni reputazionali”.

In questo contesto, però, bisogna fare attenzione a non chiudere completamente i rubinetti ai soggetti considerati “brown”, avverte la direttrice comunicazione e sostenibilità di illimity Isabella Falautano. “L’obiettivo delle banche deve essere quello di accompagnarli tutti nella transizione, sviluppando ogni lettera dell’acronimo. A partire dalla diversity. La diversity è un motore di energia, ma ovviamente va governata. E le banche sono particolarmente indietro in termini di diversità di genere, specie se si considerano le realtà non quotate, il management, i comitati di direzione e, in generale, chi partecipa ai tavoli decisionali. Ci troviamo di fronte a delle piramidi rovesciate, con tante donne che partono e poi non arrivano alla vetta. In questo modo, si rinuncia a del talento prezioso”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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