Nel mondo, quasi un terzo dei lavoratori si metterà alla ricerca di un nuovo lavoro se gli sarà imposto il ritorno in ufficio full time dopo la pandemia
Parallelamente, i 67% manager americani concordano nel giudicare chi lavora da casa come una risorsa “più facilmente sostituibile”
Sullo smart working le posizioni dei datori di lavoro e dei dipendenti stanno per scontrarsi. Ora che diverse società hanno ormai pianificato il rientro in ufficio, le aspettative di poter salvare una parte della propria routine lavorativa fra le mura di casa, o comunque fuori dall’ufficio, si dovranno misurare con le preferenze delle imprese. Una serie di recenti sondaggi, infatti, ha messo in luce come, da un lato, una fetta consistente dei lavoratori si dica pronta a cercare una nuova occupazione se gli sarà impedito di poter lavorare a distanza almeno qualche giorno alla settimana; dall’altro, è emerso come per i manager siano proprio gli smart worker i lavoratori giudicati “più sostituibili” nelle logiche aziendali.
Secondo un sondaggio pubblicato il 26 luglio dalla Society for Human Resource Management e condotto su 817 manager (593 dei quali supervisori di smart worker) il 67% degli amministratori ritiene il lavoratore da casa “più facilmente rimpiazzabile” rispetto a chi lavora in sede. Non solo: il 42% ammette inoltre di aver dimenticato qualche volta i lavoratori a distanza nel momento dell’assegnazione dei compiti e un altro 55% afferma di aver avuto difficoltà a gestire una squadra che lavora da remoto.
MarketWatch ha raccolto una testimonianza interessante su quanto tutto questo possa influenzare la carriera lavorativa dell’individuo: “Moltissime persone stanno ottenendo promozioni e la maggior parte di esse sono in ufficio”, ha dichiarato un’assistente amministrativa presso un’agenzia di personale di Cincinnati (Ohio) “anche se ti presenti in orario alla scrivania di casa tua e timbri il cartellino, lavori tutto il giorno e stai facendo molto… se non possono vederti mentre lo fai di persona, è come se non fosse reale, in qualche modo“.
Sul versante opposto, i lavoratori hanno imparato ad apprezzare tutti i vantaggi del lavoro da remoto e una quota consistente di loro si dice pronta a tutto pur di mantenere questo benefit.
I dati estratti dal Survey of Working Arrangements and Attitudes dello scorso giugno hanno evidenziato come il 35,8% degli americani si dica pronto a cercare un nuova occupazione se il suo attuale datore di lavoro, a partire da agosto, imporrà il ritorno in ufficio per tutti i giorni della settimana. Un ulteriore 6,4% afferma che procederà a licenziarsi, anche in assenza di un’immediata alternativa.
Ad altre simili rilevazioni hanno ulteriormente corroborato questo scenario. Secondo un sondaggio della University of Chicago Becker Friedman Institute for Economics, quattro lavoratori americani su dieci inizieranno a cercare un altro lavoro nel caso gli sarà negata l’opzione smart working.
Secondo un sondaggio Ipsos/Wef, che ha raggiunto 12.500 lavoratori in 29 Paesi, il 30% degli intervistati considererà la ricerca di un altro lavoro (con parità di salario e responsabilità) se gli sarà imposto l’ufficio full time. Percentuale che sale al 35% fra gli under 35. Secondo i dati di quest’ultima ricerca internazionale ben due terzi dei lavoratori nel mondo intendono lavorare in modo flessibile, alternando casa e ufficio, anche dopo il termine della pandemia Covid-19.
Smart working, le preferenze in Italia
In Italia, la media degli intervistati preferirebbe lavorare da casa 2,2 giorni alla settimana dopo la pandemia, così come in Germania, Svezia e Giappone, ma assai meno rispetto alla media globale (3,4 giorni). Il 17% degli italiani, infine, vorrebbe lavorare da casa tutti i giorni feriali – anche qui, un dato nettamente inferiore alla media globale (25%). I datori di lavoro difficilmente saranno aperti a soddisfare queste aspettative: negli Stati Uniti, secondo il già citato sondaggio condotto a giugno le imprese prevedono di concedere, dopo il Covid, 1,2 giorni di smart working settimanale.
Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.
Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).
Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.
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