A chi sia capitato di leggere i miei precedenti articoli probabilmente non sarà sfuggito quanto, seguendo il fil rouge della cronaca finanziaria, mi appassioni il tema dell’M&A nell’industria bancaria italiana (peraltro non da oggi, avendovi dedicato la mia tesi di laurea nel lontano 2000). In particolare, leggendo il terz’ultimo e l’ultimo articolo pubblicati su questa rubrica online e rispettivamente intitolati “Intesa, MPS e Mediobanca: il risiko che cambia banche e assicurazioni” e “M&A assicurativo: banche, broker e private equity cambiano il mercato” risulta chiaro che, seguendo le ultime, avvincenti novità che riguardano la struttura dell’industria finanziaria italiana, cerco di privilegiare una prospettiva originale, vale a dire quella dell’impatto della concentrazione bancaria sulle quote azionarie nelle compagnie assicurative partecipate e sugli accordi di bancassicurazione.
Intesa-Mps, Unipol e Banco Bpm,: le nuove mosse del risiko bancario
Si è già dato conto, quindi, dell’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps, che prevede l’assegnazione di 16 azioni Intesa Sanpaolo ogni 10 azioni Mps, più un euro in contanti per ciascuna azione Mps, per un complessivo controvalore di 30,6 miliardi di euro. A latere di tale offerta, vi è l’accordo tra l’offerente ed il Gruppo Unipol per la cessione a quest’ultimo di un compendio aziendale costituito dal marchio, dagli altri segni distintivi della banca di Rocca Salimbeni e da 635 filiali per circa due milioni di clienti serviti.
Lo scorso 8 settembre Unipol, che già detiene la partecipazione qualificata del 29,97% di Bper, ha richiesto l’autorizzazione ad incrementare la propria partecipazione fino all’assunzione del controllo esclusivo della banca emiliano-romagnola; successivamente, la compagnia assicurativa intende procedere alla fusione tra Bper e Mps post carve-out.
Come noto, a tale operazione si contrappone l’Ops difensiva della banca senese lanciata contemporaneamente su Banco Bpm e Banca Generali, per costituire, tra gli altri, un rilevantissimo polo del wealth management e del private banking con un’imponente rete di consulenti per Hnwi e Uhnwi – in considerazione del fatto che Mps è intanto in procinto di fondersi con la controllata Mediobanca.
Ad oggi, questa opzione parrebbe comunque in salita, per l’opposizione dell’azionista di controllo relativo di Banco Bpm, Crédit Agricole, che ha già osteggiato una precedente proposta di “merger of equals” con la banca senese, e che, per bocca di Clotilde L’Angevin, deputy general manager della banca francese, lo scorso 25 settembre ha ribadito la propria contrarietà all’operazione.
UniCredit e Crédit Agricole tornano a guardare a Banco Bpm
Anche tale alternativa sembra dunque avere, a sua volta, un’alternativa. Come in un gioco di specchi, o forse un’opera buffa di fine Ottocento, ecco che Mps non è più l’unica banca contesa, ma lo è altresì Banco Bpm, “corteggiata” dalla banca senese, ma anche preda delle mire espansionistiche di UniCredit, che già l’anno scorso aveva lanciato un’Ops sul Banco, successivamente ritirata a seguito dell’esercizio del golden power da parte del Governo, con il Dpcm del 18 aprile 2025 e l’imposizione di condizioni stringenti all’autorizzazione dell’operazione.
Tra queste, vale la pena ricordare almeno che l’Esecutivo chiese il mantenimento del livello di investimento in titoli di società italiane da parte dei fondi comuni gestiti da Anima sgr, di cui Bpm detiene indirettamente il controllo.
In base a quanto riferito dall’agenzia Reuters, sembrerebbe che UniCredit, nel frattempo impegnata nel perfezionamento dell’acquisizione transfrontaliera di Commerzbank, stia (ri)valutando un’operazione di acquisizione su Banco Bpm, questa volta congiuntamente con Crédit Agricole – che, dalla spartizione della banca milanese, potrebbe ricevere circa un terzo del totale delle sue attività e filiali per integrarle con Crédit Agricole Italia. Se tale operazione dovesse andare in porto, si potrebbero registrare importanti ricadute nel settore dell’asset management, con lo sfruttamento di sinergie, fino alla possibile integrazione, tra la già citata Anima sgr ed Amundi, controllata da Crédit Agricole.
Fantafinanza? Non proprio, anche se potrebbe apparire singolare l’intrusivo esercizio del golden power sulla tentata acquisizione di Banco Bpm da parte UniCredit dell’anno scorso, a fronte di interventi meno dirigistici oggi, quando a muovere sulla stessa target sarebbe di nuovo UniCredit con la banca francese.
Intesa-Mps, gli effetti su assicurazioni e risparmio gestito
In ogni caso, ciò che appare più verosimile, qualora tali manovre di UniCredit e Crédit Agricole sulla banca milanese siano confermate, è che, indirettamente, esse favoriscono l’Opas di Intesa su Mps. Ed è proprio questa operazione, che ha dichiaratamente posto al centro lo sviluppo del wealth management (secondo Intesa l’entità aggregata raggiungerebbe circa 1.700 miliardi di euro di attività finanziarie della clientela) e che, tra le alternative, è quella ad uno stadio un po’ più avanzato, che offre qualche maggiore spunto concorrenziale con particolare riferimento alle sue implicazioni per i comparti assicurativo e del risparmio gestito.
L’istruttoria Antitrust e i legami tra Intesa Sanpaolo e Generali
Lo scorso 14 settembre l’Autorità Garante per la Concorrenza (Agcm) ha deliberato l’avvio dell’istruttoria antitrust: in generale, la cessione degli sportelli Mps ad Unipol è suscettibile di rettificare il tasso di concentrazione anticompetitivo nei mercati provinciali della raccolta bancaria, degli impieghi alle famiglie e alle Pmi.
L’attenzione dell’Autorità, tuttavia, si concentra, tra gli altri mercati analizzati, anche su quelli delle gestioni patrimoniali mobiliari (Gpm) e delle gestioni in fondi, nonché delle assicurazioni, rami vita e danni. In tal caso, pare non guardare tanto alla target Mps in sé, quanto piuttosto alla sua partecipazione, attraverso Mediobanca, nelle Assicurazioni Generali. E sia per i mercati del risparmio gestito, sia per quelli assicurativi, l’Agcm “ritiene opportuno tenere conto anche di possibili criticità concorrenziali derivanti dai legami strutturali tra Intesa Sanpaolo e Generali, nonché dei rischi connessi agli scambi di informazioni sensibili”. Gli effetti anticoncorrenziali dell’operazione di Intesa su MPS sui mercati assicurativi e del risparmio gestito, pertanto, potrebbero essere il prodotto di uno specificamente elevato tasso di concentrazione su tali mercati, ma anche di eventuali intese o concerti per la loro spartizione tra Intesa e Generali.
Il Danish Compromise e l’asimmetria regolamentare tra banche e Assicurazioni
Al di là della specifica Opas di Intesa Sanpaolo su Mps, ho già osservato che, dal punto di vista della regolamentazione bancaria, il Danish Compromise, di cui all’art. 49 del Regolamento (Ue) 575/2013 (Capital Requirement Regulation o Crr), può senz’altro essere indicato quale ulteriore fattore incentivante le concentrazioni tra istituti di credito nel caso in cui questi detengano partecipazioni in compagnie assicurative. Ciò in considerazione del trattamento prudenziale più favorevole rispetto alla deduzione integrale dai fondi propri – a condizione però che sussistano determinati requisiti di vigilanza supplementare a livello di conglomerato finanziario. Il framework normativo vigente non prevede tuttavia una simmetria di trattamento agevolato in senso contrario. Infatti, ai sensi della Direttiva Solvency II, le compagnie di assicurazione che detengano partecipazioni qualificate nel capitale sociale di enti creditizi sono soggette a un regime di trattamento prudenziale che non contempla un meccanismo analogo di mitigazione patrimoniale.
Il reverse Danish Compromise: la possibile svolta per le compagnie assicurati
Ne deriva un’asimmetria regolamentare strutturale: mentre la banca capogruppo può attenuare l’impatto della partecipazione assicurativa grazie al Danish Compromise, l’impresa di assicurazione che detenga una partecipazione bancaria strategica subisce un trattamento penalizzante in termini di requisiti di solvibilità, nonostante che la logica economica e la ratio prudenziale sottostante — evitare il double counting del capitale regolamentare all’interno di un medesimo gruppo — siano sostanzialmente identiche.
Pertanto, associazioni di categoria come Insurance Europe e singoli gruppi assicurativi europei hanno sollecitato, nell’attuale contesto della revisione di Solvency II, l’introduzione di una disposizione speculare che consenta alle imprese di assicurazione di applicare un trattamento patrimoniale più favorevole alle partecipazioni bancarie qualificate, subordinatamente a requisiti di vigilanza supplementare analoghi a quelli previsti dall’art. 49 Crr.
La questione è stata oggetto di dibattito anche nelle sedi co-legislative europee durante i negoziati in corso sulla riforma di Solvency II, sebbene la formulazione finale adottata non abbia ancora introdotto un pieno reverse Danish Compromise. Ciò nonostante che parrebbe cogliersi un progressivo orientamento verso una maggiore coerenza cross-settoriale della regolamentazione prudenziale dei conglomerati finanziari. Quel che si può convintamente rilevare in conclusione della presente esposizione, però, è che, nel caso in cui il reverse Danish Compromise sia adottato, il già vivace momentum che si sta registrando anche in Italia sui mercati assicurativi (per cui rinvio al mio precedente contributo) potrebbe diventare addirittura tanto effervescente quanto l’appassionante risiko bancario di questi mesi.

