Dall’approccio “alternativo” al portafoglio core
Per Mediobanca Private Banking è tempo di superare l’etichetta “alternativi” quando si parla di private markets.
Nell’intervento di Greta Teot, Executive director e Head of private markets di Mediobanca, all’Ipem Wealth 2026 a Cannes, la tesi è chiara: i mercati privati non sono un accessorio, ma una componente sempre più strutturale della strategia di portafoglio.
Il focus, per wealth manager, private banker e family office, è integrarli con diversificazione, trasparenza e un impianto core-satellite.
Dal prodotto alla costruzione di portafoglio: la svolta per il wealth
La traiettoria descritta da Teot segue l’evoluzione del settore: dalla logica della “vendita” del singolo strumento a una visione davvero olistica del portafoglio.
Mediobanca ha iniziato con club deal e fondi verticali, soluzioni apprezzate perché consentono di investire in operazioni specifiche e “selezionate”.
Il punto operativo è che costruire un’allocazione ampia e continuativa – ad esempio 20% – usando solo club deal o solo fondi chiusi è difficile.
Continuità dell’esposizione, tempi di investimento e gestione della liquidità richiedono una struttura più “industriale” e meno episodica.
L’effetto evergreen: continuità dell’esposizione e impiego del capitale
La discontinuità arriva con i fondi evergreen, che spostano l’attenzione dalla singola raccolta a portafogli costruiti sui mercati privati lungo più asset class e più orizzonti temporali.
Per chi gestisce patrimoni, l’impatto è concreto: la struttura evergreen riduce il rischio di “tempo non investito” e rende più gestibile l’allocazione nella pratica quotidiana.
Questo passaggio rende la componente privata meno tattica e più core, con una logica di portafoglio replicabile e monitorabile.
A livello di mercato, Mediobanca Private Banking ha annunciato iniziative evergreen in partnership, come la strategia sulle royalties con Partners Group annunciata a novembre 2025.
Il modello core-satellite: come si costruisce l’architettura secondo Mediobanca
Per integrare i private markets nei portafogli, Teot descrive un impianto core-satellite che rende leggibile e governabile la componente illiquida.
La parte core si appoggia a fondi evergreen pensati per consentire un’allocazione più rapida e stabile. Nel suo intervento, Teot indica una piattaforma di 12 fondi “in crescita”, con strategie tra private equity, private credit, infrastrutture e secondari.
La parte satellite aggiunge specializzazione e personalizzazione, combinando fondi chiusi su gestori di nicchia e la costruzione su misura dei club deal.
Club deal: Italia in autonomia, estero in co-investimento per controllare il rischio
Sui club deal, la distinzione tra domestico e internazionale è uno snodo rilevante per la gestione del rischio. In Italia, Teot spiega che il team opera in modo diretto: ricerca opportunità, incontra i fondatori e struttura operazioni flessibili.
Le strutture possono essere di maggioranza o minoranza, con l’obiettivo di allineare interessi dell’imprenditore e del cliente.
Fuori dall’Italia, negli Stati Uniti o in Asia, l’accesso passa attraverso co-investimenti con partner per combinare qualità del deal flow e controllo del processo.
Allocazione: niente formule standard, forchetta operativa 5%-30%
Sul tema “quanto allocare”, Teot esclude formule rigide valide per tutti. Nel suo intervento richiama portafogli modello sviluppati da Mediobanca che, per profilo di rischio, spaziano da 5% in private markets a 30%.
Queste percentuali sono presentate come linee guida e non come prescrizioni, perché dipendono da vincoli, obiettivi e orizzonte del singolo investitore.
Il dato più forte, per la consulenza, è che alcuni clienti arrivano in casi limite a portafogli anche 100% private markets, cercando in banca una specializzazione quasi esclusiva su questa componente.
Selezione dei gestori: rischio overlap e diversificazione “vera”
Un passaggio chiave, in ottica consulenziale, riguarda trasparenza e costruzione della diversificazione effettiva.
Teot indica che la piattaforma si arricchirebbe di circa un nuovo fondo ogni due mesi, senza un numero massimo prestabilito di gestori. La condizione è che ogni inserimento aggiunga complementarità reale, non semplice moltiplicazione di esposizioni simili.
Il punto tecnico è misurare l’overlap tra portafogli sottostanti: nel private credit, l’analisi entra nel merito di nomi e pesi delle posizioni per evitare sovrapposizioni che creano rischio “mascherato”.
Due diligence: il track record resta centrale, ma sugli evergreen non basta
In chiusura, la posizione di Teot resta rigorosa: il track record è un cardine di due diligence e monitoraggio.
Ma l’evoluzione degli strumenti evergreen richiede un set di valutazioni più ampio rispetto ai fondi chiusi tradizionali. Cambiano la struttura, la gestione del capitale nel tempo e le dinamiche di composizione del portafoglio, aumentando la complessità da governare.
Per private banker e wealth manager non basta raccontare l’idea dei private markets, bisogna misurarla e integrarla con liquidità e obiettivi patrimoniali, senza zone d’ombra.

