L’inflazione Usa ha rallentato a settembre, con un dato inferiore alle attese che rafforza in modo definitivo lo scenario di un taglio dei tassi da parte della Fed nella riunione di mercoledì prossimo — aumentando le probabilità che l’allentamento monetario possa proseguire anche oltre.
Il tasso annuo si è attestato al 3% contro il 3,1% atteso dagli economisti sondati dal WSJ, con un incremento dei prezzi energetici controbilanciato da un rallentamento delle componenti legate ai servizi e ai costi abitativi: entrambe sono scese dallo 0,3% e 0,4% mensile allo 0,2% congiunturale. Anche l’inflazione di fondo, che esclude le componenti più volatili, ha registrato un tasso annuo del 3% con un rallentamento del ritmo mensile dal +0,3% al +0,2%.
L’S&P 500 ha aperto in accelerazione dopo i dati, salendo dello 0,8%, mentre il Nasdaq ha guadagnato oltre l’1%. Il mercato scommette che il rallentamento dell’inflazione, unito all’indebolimento del mercato del lavoro, possa convincere la Fed a tagliare i tassi nonostante un’inflazione ancora superiore al target del 2% — una scelta giustificata dal tentativo di evitare un atterraggio duro dell’economia, ossia le recessioni che storicamente seguono le fasi di stretta monetaria.
Le decisioni della Fed, sottolineano gli analisti, arriveranno inoltre senza poter contare su molti nuovi dati macroeconomici. Prima del dato di oggi, “una riduzione dei tassi questo mese era già praticamente scontata prima dello shutdown ed è stata di fatto interamente prezzata dai futures fin dalla pubblicazione, a inizio agosto, del pessimo report sull’occupazione di luglio. Non c’è nulla nei dati ritardati che avrebbe potuto impedire un taglio a ottobre, e i funzionari della Fed possono sentirsi tranquilli nel tagliare i tassi questo mese senza possedere necessariamente una visione completa sullo stato dell’economia Usa”, ha commentato Matt Ryan di Ebury.
Il dato di settembre ha confermato questo scenario. “L’inflazione complessiva è risultata inferiore alle aspettative degli economisti, dando una spinta agli asset ‘risk‐on’ come azioni e criptovalute”, ha dichiarato Bret Kenwell, US Investment Analyst di eToro. “Gli investitori stanno guadagnando fiducia non solo in un taglio dei tassi d’interesse da parte della Fed la prossima settimana, ma anche nella possibilità di un ulteriore taglio a dicembre. A dire il vero,” aggiunge, “ci sarebbe voluto un rapporto sorprendentemente negativo per mettere in dubbio il taglio di ottobre; tuttavia, in un periodo in cui i dati economici sono piuttosto scarsi, gli investitori accolgono con favore qualsiasi elemento di chiarezza”.
Apettative ridefinite sui prossimi tagli ai tassi Fed
Secondo il FedWatch Tool del CME, aggiornato dopo la pubblicazione dei dati, per la riunione del 29 ottobre i mercati prezzano con il 94,6% di probabilità un taglio verso la fascia 375–400 punti base. Per dicembre la banda 350–375 pb domina con oltre il 92% delle attese.
Il primo vero snodo di incertezza arriva invece a gennaio 2026: le probabilità sono oggi quasi divise a metà tra un ulteriore taglio e una pausa, segnando il primo bivio effettivo sulle prossime mosse della Fed. O quantomeno questo è ciò che prezzano i mercati: l’attuale dot plot della banca centrale racconta ancora una traiettoria differente.
“Sebbene resti un chiaro divario tra le aspettative sui tassi della Fed (altri tre tagli fino a fine 2026) e quelle dei futures (cinque), non ci aspettiamo che Powell cerchi in alcun modo di avallare la visione del mercato in questa fase”, prosegue Ryan. “Powell dovrà ancora una volta camminare su una linea sottile tra il segnalare ulteriori tagli e il tenere a bada le aspettative. Più che mai, pensiamo che manterrà un tono non impegnativo, che in sostanza lanci ai mercati il messaggio: ‘non c’è nulla da vedere qui’.”
L’ipotesi di una seconda ondata inflazionistica alimentata anche dai tagli dei tassi attesi nei prossimi mesi è una delle più temute dai gestori. “Riteniamo che la Fed abbia un compito arduo. A nostro avviso, lo stato del mercato del lavoro statunitense sostiene con forza ulteriori riduzioni dei tassi, ma i rischi inflazionistici al rialzo impongono cautela”, conclude Ebury. “Prima dello shutdown federale, prevedevamo due ulteriori tagli quest’anno, uno in ottobre e uno in dicembre — previsione che non è cambiata vista l’assenza di nuovi dati ufficiali in grado di modificarla. Il percorso di politica monetaria nel 2026 è meno chiaro e dipenderà fortemente dai dati in arrivo, quando e se arriveranno.”

