Norton Manx, la regina dell'isola di Man

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
6.9.2021
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Costruita nella fabbrica di Birmingham, progettata per sfrecciare tra le curve dell'isola di Man, la Norton Manx è stata uno delle motociclette più amate e vincenti di sempre
Tra i fumi grigi e i mattoni rossi di Birmingham del primo dopoguerra - proprio quando i Peaky Blinders (dell'omonima serie tv) dettavano legge per la città - la Norton faceva uscire dalla sua fabbrica una moto destinata a riscrivere la storia delle corse su due ruote. Moto così veloci e allo stesso tempo maneggevoli non se ne erano mai viste. In sella a piloti dal calibro di Mike Hailwood, Geoff Duke e Phil Read – per citare i più famosi – la Manx tra il 1948 e il 1970 ha vinto tutto quello che si poteva vincere sulle piste e strade di tutto il mondo.

Costruita per vincere: dall'International alla Manx


Il nome Manx era un diretto riferimento all'Isola di Man, dove dal 1907 si correva il Tourist Trophy, una gara motociclistica considerata ancora oggi la gara su due ruote più pericolosa al mondo: il circuito è l'isola stessa e l'asfalto su cui si corre è quello irregolare delle strade, caratterizzate da continui sali e scendi, che passano per i centri abitati. I piloti tra una curva e l'altra devono riuscire a completare la gara nel minore tempo possibile. La Norton alla competizione fu presente fin da subito con quella che può essere considerata a tutti gli effetti la madre della Manx: l'International. Si trattava di un roadster monocilindrico che però dell'anima racing aveva ben poco, tanto da essere ribattezzata dagli stessi piloti come un “cancello da giardino”. La svolta per la casa di Bracebridge Street avvenne a partire dagli anni trenta, un decennio che si rivelò essere pieno di soddisfazioni. Sotto la guida del direttore sportivo Joe Craig e grazie all'apporto del progettista Carrol il motore dell'Intenational fu migliorato fino ad arrivare nel 1936 all'entrata in scena della Manx Gran Prix, una versione speciale da corsa della International, dotata di forcelle telescopiche e sospensione posteriore a stantuffo.
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Il featherbed: correre su un letto di piume


Con l'avvento della seconda guerra mondiale la Manx Gran Prix scomparve da circuiti, per poi ricomparire sei anni più tardi con il più semplice nome Manx. Sempre fedele al proprio monocilindrico e sempre vincente, la Norton iniziò tuttavia a subire la concorrenza di altre case motociclistiche che adottavano motori più potenti, quali ad esempio l'AJS che aveva vinto il mondiale 500 con la sua bicilindrica “porcospino”. La risposta della Norton non si fece attendere. Nel 1950 il progettista Rex McCandless mise a punto un nuovo telaio, il featherbed, che consentiva alla moto di essere più leggera maneggevole e avere un baricentro più basso, il che la rendeva anche molto stabile in curva. L'origine del nome featherbed si deve a un'esclamazione del pilota Harold Daniell, che dopo averla provata, aveva detto che gli era parso di guidare su un “letto di piume”. Insomma tutta un'altra storia rispetto al “cancello da giardino” che erano i primi modelli. Il “piumato Manx” tra il 1950 e il 1953 non ebbe rivali, vincendo in ogni dove. Tuttavia, il primato non durò a lungo complice l'ascesa delle quadricilindriche italiane, in grado di erogare molta più potenza, alla cui corte si presentarono moltissimi piloti inglesi che si erano fatti sulla stessa Manx.
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La moto più vincente del novecento


La versione da 500cc (la Manx fu prodotta anche nella cilindrata da 350cc) arrivò nel tempo ad erogare ben 54 cavalli, ben dieci in più rispetto a qualsiasi altro monocilindrico. Ciò permise alla motocicletta di Birmingham di continuare a lottare contro le multicilindriche fino alla metà degli anni '70. Il Manx concluderà la sua carriera con un totale di 30 vittorie TT e tre titoli mondiali conquistati nei primi anni '50: una delle moto più vincenti del novecento che fece la fortuna di moltissimi piloti. La fama si diffuse fuori dai circuiti. “The Unapprochable” (in italiano “l'inarrivabile”), come fu ribattezzata dalla stessa Norton per identificare gli esemplari destinati alla vendita, divenne in quegli anni il mezzo più popolare ed accessibile per i piloti privati ed oggi una delle moto d'epoca più bramate dagli appassionati. Per questo motivo, nonostante ci sia in giro un discreto numero di esemplari di Manx, le cifre delle quotazioni sono elevate. I collezionisti per privarsi della regina dell'Isola di Man chiedono mediamente non meno di 30.000 sterline.
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Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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