Vivere più a lungo è una conquista. Ma può trasformarsi anche in una sfida finanziaria. In un Paese che invecchia e in cui le pensioni pubbliche saranno sempre meno generose rispetto all’ultimo reddito percepito, cresce la necessità di ripensare il rapporto tra patrimonio, reddito e qualità della vita.
Se per anni l’attenzione si è concentrata soprattutto sull’accumulo del capitale, oggi emerge un interrogativo diverso: come utilizzare quel patrimonio in modo sostenibile lungo un orizzonte di vita sempre più esteso?
Ne abbiamo parlato con Andrea Garino, Responsabile Servizio Prodotti, Comunicazione & Marketing di Arca Fondi SGR e autore del libro Longevità & Capitale. Strategie di decumulo per vivere meglio, più a lungo.
Il dibattito previdenziale si è sempre concentrato su quanto risparmiare per la pensione. Voi sostenete che la vera sfida sarà come spendere quel patrimonio. Perché?
Perché non basterà più accumulare: sarà decisivo trasformare il patrimonio in reddito, in modo ordinato e sostenibile. In passato le pensioni pubbliche erano più generose e molte famiglie riuscivano a conservare, se non addirittura accumulare, capitale per gli eredi anche terminata la fase lavorativa. Questo scenario cambierà: l’allungamento della vita e la graduale introduzione del sistema contributivo puro ridurranno il rapporto tra pensione e ultimo reddito, soprattutto per autonomi e redditi medio-alti, per i quali sono previsti tassi di sostituzione anche inferiori al 50% entro il 2040. Nei primi anni di pensione le uscite non diminuiscono necessariamente: salute, casa, tempo libero o sostegno familiare possono creare un divario tra entrate e bisogni. La domanda diventa quindi: quanto posso prelevare ogni anno senza compromettere il mio futuro? Per questo il decumulo è decisivo nella pianificazione previdenziale.
Nello studio emerge una distinzione netta tra il patrimonio destinato a essere lasciato in eredità e quello che dovrebbe invece essere utilizzato per integrare il reddito in pensione. Perché questa distinzione è così importante nella pianificazione finanziaria delle famiglie italiane?
Perché sono due obiettivi diversi. Il capitale per gli eredi ha un orizzonte lungo: va protetto, fatto crescere e trasmesso. Quello per integrare la pensione deve invece generare reddito e può essere progressivamente utilizzato. Senza questa distinzione, molte famiglie gestiscono tutto il patrimonio con una logica prudente, spesso obbligazionaria. Questo approccio può offrire stabilità e cedole, ma i flussi possono non bastare e l’eccesso di prudenza può limitare la crescita di lungo periodo.
Una buona pianificazione separa ciò che si vuole lasciare da ciò che si può usare: una quota per gli eredi, gestita con un’ottica di crescita di lungo termine, e una per la pensione, orientata alla generazione di flussi regolari e duraturi.
Le rendite vitalizie nascono per proteggere dal rischio di longevità, eppure in Italia continuano a essere poco usate. È solo una questione culturale o esistono limiti strutturali che ne frenano la diffusione?
Non solo. Conta molto la componente psicologica: molti risparmiatori temono di perdere il controllo del capitale e vedono la rendita come una scelta definitiva. Si aggiunge il timore che, in caso di decesso precoce, agli eredi resti poco o nulla.
Ci sono però anche limiti strutturali. Le rendite proteggono dal rischio di vivere più a lungo del previsto, ma spesso offrono prestazioni iniziali contenute. Il reddito generato diventa più rilevante nelle età avanzate, quando i consumi però tendono a ridursi. Molti pensionati hanno invece bisogno di più reddito nei primi anni, quando il divario rispetto al precedente tenore di vita è più evidente. Per questo le rendite restano utili, ma non sempre sufficienti.
Nello studio da voi condotto proponete un approccio più dinamico alla fase di decumulo. Quali caratteristiche dovrebbe avere uno strumento capace di trasformare il patrimonio accumulato in un reddito sostenibile senza rinunciare del tutto alla tutela degli eredi?
Deve essere flessibile e costruito sui bisogni della persona. Deve trasformare il capitale in flussi periodici sostenibili, tenendo conto di inflazione, mercati e orizzonte di vita atteso. L’obiettivo non è far crescere il capitale il più possibile, ma trasformarlo in una risorsa utile durante la pensione, capace di generare un reddito stabile e duraturo.
Conta anche la protezione degli eredi: a differenza della rendita vitalizia pura, che in genere si estingue con il decesso, un piano di decumulo finanziario può trasferire il capitale residuo in caso di premorienza. Il decumulo finanziario non copre però il rischio di longevità in senso assicurativo: si basa su un capitale e su un orizzonte stimato. Se si vive più a lungo del previsto, il patrimonio può ridursi o esaurirsi. Per questo, prelievi, durata e profilo di rischio vanno calibrati con prudenza. Il confronto quantitativo aiuta: una rendita vitalizia per un pensionato di 66 anni può generare, a titolo esemplificativo, circa il 4,4% annuo del montante, ma nella forma pura non lascia capitale residuo agli eredi. Un piano di decumulo finanziario può produrre flussi intorno al 5% annuo, rivalutati del 2%, su 20 anni; oppure distribuzioni fino all’8% annuo su 15 anni, mantenendo la trasferibilità dell’eventuale capitale residuo.
Non sono promesse di rendimento, ma esempi per chiarire la logica: usare il patrimonio quando serve, mantenendo flessibilità e tutela per gli eredi.
(Articolo tratto dal magazine n. 92 di luglio-agosto 2026 di We Wealth. Abbonati qui per leggere il Magazine in formato cartaceo o digitale.)
