Parlare di CLO, o Collateralized Loan Obligation, significa far riferimento a strumenti cartolarizzati costruiti a partire da un portafoglio di prestiti corporate, i cui flussi di cassa vengono suddivisi in diverse tranche, caratterizzate da differenti livelli di rischio e rendimento. Eppure, gli investitori tendono spesso a considerarli più complessi di quanto sia necessario.
In un contesto segnato dall’incertezza sui tassi d’interesse, dalle tensioni geopolitiche e dai cambiamenti nella politica monetaria, i CLO possono contribuire alla diversificazione del portafoglio e, grazie alla loro natura a tasso variabile, ridurne la sensibilità alle oscillazioni dei tassi. È la view di John Kerschner, global head of securitised products e portfolio manager di Janus Henderson Investors.
CLO: i falsi miti su rischio e liquidità
Tra i principali luoghi comuni che circondano i CLO, secondo il gestore, ci sono soprattutto quelli legati al rischio di credito e alla liquidità.
Sul primo fronte, la diversificazione rappresenta un elemento centrale. Un singolo CLO può infatti racchiudere centinaia di leveraged loan, mentre i fondi o gli ETF che investono in CLO possono essere a loro volta composti da numerose posizioni. Di conseguenza, eventuali situazioni di stress o default su singoli prestiti tendono a interessare solo una porzione limitata del portafoglio. Di conseguenza, secondo Kerschner, il default di un singolo prestito non si traduce necessariamente in un impatto significativo sull’intero CLO o sull’ETF che vi investe.
Anche sulla liquidità, secondo il gestore, la percezione degli investitori non sempre riflette le dimensioni effettive del mercato. Quello globale dei CLO vale infatti circa 1.300 miliardi di dollari e registra scambi giornalieri nell’ordine di miliardi di dollari, caratteristiche che ne fanno un segmento molto più liquido di quanto comunemente si possa pensare.
Tra Stati Uniti ed Europa: cosa cambia
Guardando alle diverse geografie, la prima differenza riguarda le dimensioni del mercato. In Europa e nel Regno Unito, infatti, quello dei CLO è circa un terzo rispetto al mercato statunitense, che resta quindi l’universo più ampio. A distinguere le due aree è però anche la composizione settoriale. Negli Stati Uniti, in particolare, i CLO presentano mediamente un’esposizione del 14-15% al software, all’AI e alla tecnologia, quota sensibilmente inferiore in Europa.
La minore esposizione al comparto software rappresenta un elemento che Janus Henderson considera particolarmente rilevante nelle tranche più basse della struttura del capitale, come quelle con rating BBB e A.
Secondo il gestore, la combinazione tra maggiore credit enhancement, spread più elevati e una minore esposizione al software rappresenta quindi uno degli elementi distintivi dei CLO europei nell’attuale contesto.
I vantaggi di un approccio globale e attivo
La gestione attiva assume un ruolo particolarmente importante nell’universo dei CLO, dove i diversi gestori possono adottare approcci al rischio molto differenti. Alcuni tendono a concentrarsi sulle componenti più rischiose della struttura del capitale, mentre altri mantengono un’impostazione più prudente, come accade spesso nel caso di gestori che lavorano per compagnie assicurative. Per Janus Henderson, la selezione passa quindi dalla comprensione della storia del gestore, della sua propensione al rischio e dalla verifica che l’approccio dichiarato trovi effettivamente riscontro nella composizione del portafoglio.
L’obiettivo è costruire un portafoglio orientato al rendimento corretto per il rischio, valutando attentamente i gestori selezionati, la tipologia dei prestiti sottostanti e, soprattutto, il livello di rischio assunto. “Bisogna capire la storia del gestore e assicurarsi che ciò che ci sta dicendo si rifletta effettivamente nel portafoglio”, conclude Kerschner.

