Dopo 30 record infranti nel corso del 2025, l’oro sembra aver trovato un nuovo catalizzatore per la sua nuova spinta al rialzo, il più classico di tutti: i tagli dei tassi da parte della Federal Reserve. La sforbiciata di mercoledì 17 settembre appare già scontata, con la possibilità che si apra un nuovo ciclo di riduzioni che, da qui a fine anno, dovrebbe abbassare il costo del denaro di altri 75 punti base. Dal 9 settembre l’oro ha superato per la prima volta la soglia psicologica dei 100 euro al grammo, con un massimo in dollari a 3.715 l’oncia. Livelli rimasti poco mossi a inizio settimana, in attesa della decisione di Jerome Powell e colleghi.
Parallelamente, i rendimenti dei Buoni del Tesoro Usa si sono ridotti anche sulle scadenze lunghe, con il decennale in calo di circa 30 punti base nell’ultimo mese (al 15 settembre). Il fatto che l’oro guadagni attrattiva mentre i titoli governativi americani offrono meno rendimento è un movimento di mercato tipico: il metallo giallo, che non paga cedole né dividendi, diventa una protezione relativamente più interessante quando l’alternativa “sicura” per eccellenza, il Treasury, offre rendimenti più bassi. Dal 2022, però, lo schema si era interrotto, con l’oro in poderosa crescita nonostante l’aumento deciso dei rendimenti obbligazionari.
Il ritorno della correlazione inversa tra tassi e oro?
“I tassi reali statunitensi potrebbero diventare più influenti per l’oro nel breve termine, poiché gli investitori Usa stanno raccogliendo il testimone dai mercati emergenti, e tale influenza potrebbe aumentare se i tassi dovessero scendere”, aveva previsto a inizio mese il World Gold Council.
Secondo l’organizzazione, i tassi d’interesse reali statunitensi sono stati strettamente legati ai movimenti dell’oro tra il 2007 e il 2022 proprio a causa della forte domanda di oro proveniente dai mercati emergenti, soprattutto da parte di banche centrali e altri investitori. Questo fattore, aggiungeva, non esclude un ritorno della relazione tra investitori Usa e tassi.
Negli ultimi mesi, però, gli aumenti della domanda di oro non sono stati più guidati dalle banche centrali e dagli investitori asiatici — come osservato nel 2024 — ma da un incremento trainato dagli Etf, gli strumenti che gli investitori individuali utilizzano per esporsi all’andamento del metallo senza detenerlo fisicamente.
Ad agosto gli Etf globali sull’oro fisico hanno attirato 5,5 miliardi di dollari, il terzo mese consecutivo di afflussi netti. A luglio erano stati Europa e Nord America a guidare gli afflussi globali, mentre Asia e altre regioni avevano registrato lievi deflussi. Complessivamente, l’afflusso da inizio anno ha raggiunto 47 miliardi di dollari, il secondo valore più alto mai registrato dopo il picco del 2020, secondo il World Gold Council.
La domanda è ora se l’oro continuerà a superare nuovi massimi, nonostante una performance da inizio anno appena sotto il +40% e un +9,1% messo a segno solo nell’ultima settimana.
Oro, prospettive rialziste e il ruolo della geopolitica
“Riteniamo che il metallo abbia ancora spazio per crescere”, scrive il team di analisti di Ubs WM in una nota del 15 settembre. “Ora ci aspettiamo che l’oro raggiunga 3.900 dollari/oncia entro giugno del prossimo anno, rispetto alla nostra precedente previsione di 3.700 dollari/oncia” — una soglia già brevemente toccata nei giorni scorsi.
Uno degli aspetti cruciali a sostegno della tesi rialzista è che il rendimento reale dei Treasury — cioè al netto dell’inflazione — si eroderà nei prossimi mesi, segnati dai ripetuti tagli dei tassi Fed. Entro fine anno, scrive Ubs WM, tale rendimento potrebbe scendere sottozero, aumentando l’attrattiva dell’altro bene rifugio: l’oro.
“Queste dinamiche dovrebbero anche indebolire il dollaro statunitense, che prevediamo si indebolirà ulteriormente nei prossimi 12 mesi. Poiché la correlazione negativa dell’oro con il dollaro USA continua a mantenersi, il deprezzamento in corso del biglietto verde dovrebbe anche sostenere la domanda d’investimento per l’oro”, hanno aggiunto gli analisti della banca svizzera.
Sullo sfondo, restano inalterate le considerazioni che hanno spinto gli investitori a comprare oro come copertura dai rischi geopolitici, che rimangono elevati.
Non tutti, però, credono che tassi e Etf siano i soli fattori determinanti dell’exploit dell’oro. “Due sono i principali driver del trend: l’andamento dell’offerta globale di moneta e, dal 2022 in avanti, la questione geopolitica, che ha portato a una drastica accelerazione del processo di diversificazione delle riserve valutarie globali”, ha dichiarato in una nota Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte.
“In prospettiva, il trend rialzista dell’oro potrebbe continuare — ha aggiunto — considerando l’aumento dell’offerta globale di moneta, collegato all’invecchiamento della popolazione mondiale, e l’esacerbarsi delle tensioni geopolitiche, con il tema dell’utilizzo dei 200 miliardi di euro di riserve valutarie russe attualmente ‘congelate’ in Belgio”.
Inoltre, le banche centrali di Cina e India — le due grandi economie fuori dal gruppo occidentale — restano lontane dall’avere riserve auree paragonabili a quelle delle economie mature, con una quota del 7% e del 13% rispettivamente sul totale delle riserve. “Se solo questi due Paesi portassero le loro riserve auree tra il 40% e il 50% del totale — ha scritto Cesarano — ciò implicherebbe acquisti per almeno 1.000-1.300 miliardi di dollari, a fronte di una produzione annua globale delle miniere pari a 3.600 tonnellate (nel 2024), circa l’ammontare delle riserve auree tedesche, corrispondenti a 400 miliardi ai prezzi attuali”.

