L’oro ha raggiunto un nuovo record storico nelle quotazioni intraday (a seduta aperta), con un picco del future a 3.534,20 dollari l’oncia: è l’effetto di un nuovo dazio trapelato dalle colonne del Financial Times, sulla base di un documento interno dell’autorità doganale statunitense, che attribuisce ai lingotti da un chilo e da 100 once un codice d’importazione soggetto a dazio, contrariamente a quanto atteso dagli operatori del settore. Nei mesi scorsi le importazioni di oro negli Stati Uniti erano aumentate proprio per il timore di una possibile stretta commerciale sul metallo giallo; tuttavia, lo scenario prevalente restava che l’oro sarebbe rientrato fra le importazioni esenti dai nuovi dazi previsti dalla stretta commerciale americana.
A livello operativo, questa decisione colpisce principalmente la Svizzera, da cui i lingotti transitano per essere rifusi nella pezzatura da un chilo, quella tipicamente richiesta negli Stati Uniti, contro la più massiccia misura da 400 once troy scambiata a Londra. La stessa Svizzera era già stata colpita duramente dalle nuove politiche commerciali entrate in vigore giovedì, con una tariffa base del 39%, fra le più severe imposte dall’amministrazione USA. Con questa combinazione, i lingotti d’oro – che rappresentano una delle principali esportazioni elvetiche verso gli Stati Uniti – arriverebbero con un ‘ricarico’ del 39%.
Anche Londra e Hong Kong, tuttavia non sarebbero risparmiate da esportazioni di lingotti soggette a nuovi dazi.
“Reputo possa essere uno shock nel mercato globale dell’oro. Perché un dazio al 39% (oltre 1.000 dollari per oncia, giusto per intendersi) vuol dire escludere completamente la Svizzera dal mercato con gli USA”, ha commentato a We Wealth Carlo Alberto De Casa, analista di Swissquote.
“Francamente non capisco la mossa, anche perché non è così semplice superare del tutto il passaggio dalla Svizzera”.
Per il momento la notizia ha avuto un effetto rialzista sull’oro e, se l’incertezza sulle politiche commerciali dovesse permanere,
“la domanda di lingotti resterà alta, sia da parte delle banche centrali sia da parte dei privati (che vogliono coprirsi da eventuali – e ormai probabili – storni autunnali delle Borse dopo tanta corsa)”, ha dichiarato ancora De Casa.
“La decisione sconvolge il flusso commerciale globale consolidato, che tradizionalmente prevede lo spostamento di grandi lingotti tra Londra, la Svizzera e gli Stati Uniti”, ha affermato Neil Welsh, responsabile dei metalli presso il broker multi-asset Britannia Global Markets, in una nota.
“La riclassificazione implica che le raffinerie e gli esportatori svizzeri dovranno affrontare costi più elevati, con il rischio di una riduzione dei volumi esportati verso gli USA e un aumento dell’incertezza nei mercati. Diverse raffinerie hanno già risposto sospendendo o riducendo le spedizioni a causa della confusione legata alla classificazione dei dazi”.
Le incertezze restano elevate in questa fase, data la portata potenzialmente distorsiva dei nuovi dazi sul mercato dell’oro fisico. Alcuni trader hanno persino messo in dubbio che una trasformazione di tale portata possa essere reale, ipotizzando un errore della stessa autorità doganale. Altri hanno evocato un nuovo “momento TACO”, acronimo con cui si indicano i ripensamenti in senso accomodante dell’ex presidente Trump (Trump Always Chickens Out).
In ogni caso, con quest’ultima fiammata, l’oro si porta a +32,2% da inizio anno, confermando il suo primato sui mercati azionari: +8,6% quello americano, +7% quello europeo.

