- L’entità della quota di oro in portafoglio dipende dal livello di rischio, ma secondo Consultique Scf un 5% potrebbe essere un punto di partenza ragionevole
- Menon: “In linea di massima, a meno di situazioni particolari o richieste del cliente, tendiamo a utilizzare Etc a replica fisica”
Meglio mirare a fondi che investono in maniera diversificata sulle società aurifere o comprare lingotti da investimento? E se invece si parlasse di Etc (Exchange-traded commodity) che replicano l’andamento dell’oro? La risposta, in linea di massima, è dipende. Che il metallo giallo abbia continuato a infrangere record nel suo ruolo di porto sicuro, un rifugio naturale quando l’azionario perde il favore degli investitori in momenti di elevata volatilità sui mercati finanziari, è un dato di fatto. Ma quando si valuta di inserirlo in portafoglio, i fattori da considerare sono diversi: è un tema di costi, più o meno contenuti, ma anche di efficienza fiscale.
Le alternative per investire nell’oro
Le opzioni, come anticipato, sono sostanzialmente tre: l’investimento diretto comprando lingotti da investimento, gli Etc che replicano l’andamento dell’oro e infine l’investimento diretto tramite società aurifere. “Con la prima modalità l’investimento esce dal circuito finanziario, il che vuol dire da un lato proteggersi anche da scenari apocalittici di distruzione del sistema finanziario ma dall’altro dover gestire in proprio alcuni aspetti come la sicurezza dell’investimento e la dichiarazione dei redditi”, spiega a We Wealth Piermattia Menon, senior financial analyst di Consultique Scf. “Generalmente, quindi, si consiglia l’investimento rimanendo all’interno degli strumenti finanziari”, aggiunge l’analista.
Gli Etc che replicano l’andamento dell’oro, per esempio, sono considerati “molto più gestibili”, afferma Menon. Si aprono però due possibilità: quella degli Etc a replica fisica, che acquistano direttamente la materia prima, per cui il valore riflette il prezzo reale del bene detenuto; e quella degli Etc a replica sintetica, che non detengono fisicamente la materia prima, ma ne replicano la performance tramite derivati. “Consigliamo sempre di utilizzare Etc a replica fisica (ormai quasi la totalità) poiché in questo caso l’emittente compra effettivamente dei lingotti d’oro a garanzia completa del valore dello strumento. Inoltre l’Etc mantiene l’efficienza fiscale, dato che le plusvalenze che genera sono redditi diversi e quindi compensabili con eventuali minus pregresse”, suggerisce Menon.
L’investimento indiretto tramite società aurifere
C’è infine l’investimento indiretto tramite società aurifere, ovvero società che fanno estrazione di oro. In questo caso, si sfrutta la teorica correlazione tra l’andamento del business di queste realtà con la quotazione dell’oro. “Ci sono sia Etf (Exchange-traded fund) che fondi che consentono di investire in maniera diversificata in questo tipo di società. Tuttavia, la teorica correlazione non è una replica perfetta e l’andamento dei titoli di queste società potrebbe essere influenzato da una serie di altri fattori e quindi risultare significativamente diverso da quello del prezzo dell’oro”, sostiene l’analista. In questo caso, continua, si perde anche l’efficienza fiscale, dato che le plusvalenze da fondi ed Etf sono redditi da capitale e, quindi, non compensabili.
I migliori strumenti per investire nell’oro
Proviamo ad analizzarne le performance. We Wealth ha chiesto a Consultique Scf di individuare i migliori strumenti per investire nell’oro, tra Etf, fondi azionari ed Etc. Come evidenziato nelle tabelle sottostanti, ad aver garantito il miglior rendimento a 1 anno tra i prodotti individuati dalla società di consulenza finanziaria è l’Etf “L&G Gold Mining Acc” da oltre 267 milioni di asset under management, con il +53,57%. Sul podio anche due fondi azionari, il “Franklin Gold & Prec Mtls N(acc) Eur”, con ha offerto una performance nell’ultimo anno del +51,11%, e l’“EdR Goldsphere A Eur” con il +49,14%.
Il primo Etc è l’“Xtrackers Physical Gold Securities Acc”, con il +35,08%. “In linea di massima, a meno di situazioni particolari o richieste del cliente, tendiamo tuttavia a prediligere l’utilizzo di Etc a replica fisica, poiché costituisce il miglior compromesso di efficienza in termini di costi contenuti e di assenza di complicazioni per il cliente”, dichiara Menon.
Oro: dove può arrivare il metallo giallo
“Per quanto riguarda l’andamento dell’oro sono molti i fattori da considerare che potrebbero influire”, prosegue. Per un certo periodo, fino all’invasione dell’Ucraina, si osservava una correlazione inversa con i tassi reali a lungo termine. Nell’ultima fase di tensioni geopolitiche sembra invece che abbiano maggiormente influito il fattore di bene rifugio e gli acquisti da parte delle banche centrali come riserva di valore. “Anche il processo di deglobalizzazione iniziato dalle politiche di Donald Trump e la possibile perdita di centralità del dollaro come valuta di scambio internazionale potrebbe favorire le quotazioni dell’oro”, afferma l’analista. “Ovviamente su questo punto la volatilità degli annunci e delle politiche dell’amministrazione americana è tale che è sostanzialmente impossibile fare qualche tipo di previsione razionale”, avverte.
Un ulteriore elemento a favore delle quotazioni dell’oro sul lungo periodo, secondo Menon, è la svalutazione delle valute da inflazione, sostanzialmente forzata dall’ammontare del debito pubblico. “In questi mesi è tornato centrale l’elemento della dimensione del debito americano e soprattutto del deficit delle amministrazioni americane”, ricorda. “A meno di contrazioni importanti della spesa, piuttosto improbabili nonostante i tentativi abbastanza goffi di Elon Musk, il debito Usa non è destinato a diminuire. In sostanza la nostra view è abbastanza positiva sul lungo termine, però non ci aspettiamo la continuazione della corsa nel breve termine. Anzi, potrebbero anche esserci correzioni con l’attenuarsi delle tensioni geopolitiche e della guerra commerciale”, afferma Menon.
Fatta questa premessa, per l’esperto l’oro mantiene comunque un ruolo di protezione e diversificazione del rischio centrale nella dinamica di portafoglio, ragion per cui una quota sarebbe stabilmente da tenere. “L’entità dipende da quanto rischio ha il portafoglio nel suo complesso, ma un 5% potrebbe essere un punto di partenza ragionevole”, conclude Menon.
(Articolo tratto dal n° di giugno di We Wealth.
Abbonati subito qui per leggere ogni mese il tuo Magazine in formato cartaceo o digitale)

