La ritirata del comparto tecnologico non si è fermata venerdì. Dopo il brusco scivolone innescato dai conti di Microsoft, il Nasdaq 100 ha lasciato sul terreno un ulteriore 0,6%, confermando che il mercato sta entrando in una fase più selettiva nei confronti delle Big Tech. Il messaggio che arriva da Wall Street è ormai esplicito: non basta più investire nell’intelligenza artificiale, bisogna dimostrarne la redditività.
Alla base delle vendite c’è innanzitutto lo scetticismo crescente sui costi dell’infrastruttura AI, sempre più elevati e concentrati su pochi gruppi. Il tonfo di Microsoft — che in una sola seduta ha bruciato oltre 350 miliardi di dollari di capitalizzazione — ha messo a nudo la fragilità dell’equilibrio: spesa in accelerazione su data center e chip, ma segnali di rallentamento nel cloud, il segmento che dovrebbe finanziare quella stessa corsa agli investimenti. Un cortocircuito che ha riacceso il dibattito su quanto di questo ciclo dell’AI sia già “prezzato alla perfezione”.
Trimestrali a due velocità: Meta convince, Microsoft arranca
La stagione delle trimestrali racconta così una storia a due velocità. Da un lato Meta Platforms, che ha convinto il mercato di saper trasformare l’AI in crescita tangibile: ricavi in aumento del 24% su base annua, trainati dalla pubblicità, guidance solida e un piano di investimenti ambizioso ma credibile. Il gruppo spenderà tra 115 e 135 miliardi di dollari per l’AI nel 2026 — quasi il doppio rispetto al 2025 — con il via libera implicito degli investitori, che hanno premiato il titolo con un rialzo a doppia cifra e oltre 176 miliardi di dollari di valore aggiunto in Borsa.
Dall’altro lato, Microsoft, che pur restando centrale nell’ecosistema AI, fatica a giustificare il ritmo della spesa in assenza di un’accelerazione proporzionata dei ricavi.
Tesla–SpaceX: la fusione che riaccende il titolo
In questo contesto si inserisce anche il dossier Tesla–SpaceX. All’indomani della notizia del primo calo di fatturato annuale di Tesla (-3%), è trapelata un’indiscrezione che ha immediatamente rimesso benzina sul titolo a Wall Street: la possibile fusione tra il costruttore auto e la compagnia spaziale di Elon Musk, SpaceX. In alternativa, sarebbe allo studio un’integrazione con xAI, la società che sviluppa il chatbot Grok. A rivelarlo è stata Bloomberg News, citando fonti vicine ai dossier. A dare sostanza all’ipotesi non c’è solo la tempistica, ma anche un segnale formale: il 21 gennaio scorso, in Nevada, sono state costituite due entità legali con la dicitura “merger sub” nel nome; tra i dirigenti indicati figura Bret Johnsen, direttore finanziario di SpaceX.
IPO SpaceX: il perno finanziario dell’operazione
Il tutto avviene mentre Musk lavora alla quotazione in Borsa di SpaceX, un’operazione che secondo stime preliminari potrebbe raccogliere fino a 50 miliardi di dollari, con una valutazione intorno ai 1.500 miliardi. Numeri che farebbero dell’IPO la più grande della storia. I mercati hanno colto il segnale: Tesla guadagna circa il 5% a Wall Street, recuperando gran parte delle perdite accumulate da inizio anno, ora ridotte a un marginale -0,1%.
Dall’auto all’ecosistema: la svolta industriale di Musk
Sul piano strategico si intrecciano due traiettorie convergenti. Da un lato, l’allontanamento progressivo di Tesla dal perimetro tradizionale dell’auto elettrica, schiacciato dalla fine degli incentivi federali negli Stati Uniti, dalla pressione competitiva dei produttori cinesi e da margini sempre più volatili. Dall’altro, la costruzione di un ecosistema tecnologico integrato, nel quale una fusione con SpaceX — ipotesi vista con favore da una parte degli investitori — permetterebbe di ridefinire completamente la narrativa industriale del gruppo.
Sinergie futuristiche: data center nello spazio e robot umanoidi
Le sinergie ipotizzate hanno un carattere apertamente futuristico. L’idea di fondo è quella di spostare nello spazio i data center necessari all’intelligenza artificiale, notoriamente energivori. In questo schema, i sistemi di accumulo energetico di Tesla consentirebbero di sfruttare l’energia solare per alimentare infrastrutture orbitali o lunari, mentre i razzi Starship di SpaceX renderebbero possibile il trasporto di hardware, moduli e — in prospettiva — anche dei robot umanoidi Optimus. Non a caso, proprio Optimus è destinato a diventare il fulcro della riconversione dello stabilimento di Fremont, in California, dove a partire dal secondo trimestre di quest’anno cesserà la produzione dei modelli S e X.
xAI come collante: investimenti incrociati e integrazione
A chiudere il cerchio ci sono infine gli investimenti incrociati di Tesla e SpaceX in xAI, che rendono sempre meno teorica l’ipotesi di un’integrazione strutturale dell’impero Musk. SpaceX ha investito 2 miliardi di dollari in xAI già lo scorso anno, mentre Tesla ha replicato a gennaio con un ulteriore investimento da 2 miliardi, nonostante il sostegno tiepido degli azionisti. Una decisione arrivata dopo una risoluzione assembleare non vincolante, approvata a novembre, che spingeva esplicitamente verso un maggiore coinvolgimento nell’AI. Il messaggio è netto: l’intelligenza artificiale è il collante industriale e finanziario dell’intero disegno.
La corsa a OpenAI e il dubbio finale dei mercati
L’AI resta al centro degli investimenti anche per le altre Big Tech. Secondo The Information, Nvidia, Microsoft e Amazon sarebbero in trattative per investire complessivamente fino a 60 miliardi di dollari in OpenAI, all’interno di un maxi round che potrebbe toccare i 100 miliardi, a cui si aggiungerebbero i circa 30 miliardi pianificati da SoftBank.
Operazioni di questa scala servono a tamponare il forte consumo di cassa di OpenAI e a posizionarsi in vista di una possibile IPO futura. Ma alimentano anche il dubbio che ora pesa sui listini: si sta investendo troppo rispetto al guadagni potenziali?

