Milano vs Parigi: dove conviene investire nell’immobiliare

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Duomo di Milano, grattacieli moderni, cupole e Torre Eiffel sotto un cielo nuvoloso.

Prezzi, tasse e liquidità ridisegnano il confronto tra Milano e Parigi per investitori immobiliari e family office

Indice

Il confronto tra Parigi e Milano è tornato d’attualità per gli investitori transfrontalieri e i family office che valutano l’allocazione patrimoniale immobiliare nelle due principali piazze dell’Europa continentale occidentale, entrambe percepite come destinazioni sicure ma soggette, negli ultimi due anni, a dinamiche normative e fiscali sempre più divergenti.

Confrontati su tre piani — prezzo di ingresso, fiscalità della plusvalenza e rigidità normativa legata alla classe energetica — Milano offre oggi un profilo di capital efficiency difficilmente eguagliabile da Parigi. Non si tratta di un giudizio sulla qualità intrinseca dei due mercati, entrambi solidi nel confronto europeo, ma di una lettura del rendimento reale al netto del tempo e delle regole: a parità di capitale investito, Milano libera valore prima, con meno vincoli legali e a un costo di ingresso strutturalmente inferiore.

Il primo vantaggio: il prezzo di ingresso

Il divario di prezzo tra le due piazze resta ampio anche dopo la correzione parigina degli ultimi anni. Il prezzo medio al metro quadro a Parigi è tornato, per la prima volta dal 2019, sotto la soglia simbolica dei 10.000 euro, con punte che nei quartieri centrali (1er, 6e, 7e arrondissement) superano i 14.000 euro e toccano i 16.000-18.000 euro per il patrimonio di pregio. A Milano, la media cittadina si attesta poco sotto i 6.000 euro al metro quadro, con il semicentro sopra i 6.000 euro e punte di 7.000-12.300 euro per il segmento prestige; solo il Quadrilatero della moda raggiunge livelli prossimi a quelli del centro parigino, con picchi intorno ai 27.000 euro.

Il risultato è che, a parità di capitale allocato, un investitore compra a Milano una superficie e una diversificazione di portafoglio significativamente maggiori rispetto a Parigi, senza necessariamente rinunciare alla qualità della localizzazione. Questo differenziale — strutturale, non congiunturale — è il primo elemento che rende l’euro investito a Milano più efficiente dell’euro investito a Parigi, prima ancora di considerare la fiscalità o la regolamentazione energetica.

Anche la dinamica dei flussi recenti conferma la maggiore vivacità della domanda su Milano. Le proiezioni per il 2026 indicano una crescita media dei prezzi in Italia intorno al 3,1%, con Milano che resta la città più cara del Paese ma continua a salire, spinta anche dall’effetto delle Olimpiadi invernali 2026, che ha già determinato incrementi marcati in alcuni sub-mercati come Santa Giulia (+28%) e lo Scalo di Porta Romana (+40%), trainati da una domanda in aumento. A Parigi, l’esperienza dei Giochi estivi del 2024 ha mostrato un pattern diverso e meno favorevole alla liquidità: nei comuni interessati dagli investimenti olimpici (Saint-Denis, Île-Saint-Denis, Saint-Ouen) i prezzi sono saliti del 22%, ma il numero delle transazioni è calato del 13% — un segnale tipico di mercato meno liquido, dove il rialzo dei valori si accompagna a una contrazione degli scambi anziché a un aumento della domanda effettiva.

Classe energetica: divieto legale a Parigi, mercato a Milano

La legge Clima e Resilienza del 22 agosto 2021 ha introdotto in Francia un calendario progressivo di divieti di locazione per gli immobili meno performanti: dal 1° gennaio 2025 gli immobili in classe G non sono più locabili, salvo riqualificazione; la stessa sorte toccherà alla classe F dal 2028. A Parigi il DPE orienta ormai la decisione d’acquisto per circa tre quarti dei compratori e ha aperto un divario di prezzo strutturale tra immobili «passoire thermique» e immobili efficienti, con margini di negoziazione più ampi sui primi.

In Italia, anche dopo l’entrata in vigore del nuovo APE armonizzato a livello europeo (29 maggio 2026) e dei nuovi Requisiti Minimi (3 giugno 2026), non esiste alcun divieto di vendita o locazione legato alla classe energetica, né sanzioni per il proprietario di un immobile in classe F o G: il recepimento nazionale della direttiva EPBD resta peraltro incompleto. A Milano la penalizzazione degli immobili meno efficienti è quindi demandata interamente al mercato, non alla legge — ma il mercato la sta già prezzando con decisione: le rilevazioni CRIF 2025 indicano un premio di circa 500 €/mq per le classi A-B rispetto alle classi intermedie C-E, e fino a 700 €/mq rispetto alle classi F-G, con i mutui green che scontano oggi circa 46 punti base in meno rispetto ai mutui ordinari. È un meccanismo di svalutazione reputazionale e finanziaria, non giuridica: l’immobile “brown” resta pienamente commerciabile, ma diventa meno liquido e meno finanziabile.

Plusvalenza: cinque anni contro trenta

Il divario più marcato riguarda però la fiscalità della cessione. In Italia la finestra speculativa si chiude dopo soli cinque anni di detenzione: oltre questa soglia la plusvalenza non è imponibile, salvo l’eccezione tecnica degli immobili oggetto di Superbonus 110%, per cui il periodo si estende al decimo anno. Entro i cinque anni si può optare per l’imposta sostitutiva del 26% al rogito, oppure per la tassazione IRPEF ordinaria; dal 2026 non è più possibile frazionare la plusvalenza su più annualità fiscali.

In Francia la cessione di un immobile diverso dall’abitazione principale resta soggetta a un doppio prelievo — imposta sul reddito al 19% e prelievi sociali al 17,2% — applicato sulla plusvalenza al netto di abbattimenti progressivi: l’esenzione dall’imposta sul reddito si raggiunge dopo 22 anni, quella dai prelievi sociali solo al trentesimo anno, con una sovrattassa aggiuntiva del 2-6% oltre i 50.000 euro di plusvalenza imponibile. Il contrasto è netto: a Milano la variabile temporale smette di incidere sulla fiscalità della cessione dopo un sesto del periodo richiesto a Parigi. Per un investitore transfrontaliero questo significa un profilo di rischio radicalmente diverso: a Milano la componente fiscale è gestibile con un orizzonte ordinario di 5-10 anni, mentre a Parigi la stessa componente richiede una pianificazione patrimoniale di lunghissimo periodo, spesso intergenerazionale, per essere neutralizzata.

Considerazioni operative

Per chi opera su entrambe le piazze, la due diligence pre-acquisto dovrebbe trattare la classe energetica come una variabile di rischio-liquidità, non come un mero dato tecnico da allegare al compromesso: a Parigi perché incide su un divieto legale di locazione, a Milano perché condiziona il valore di rivendita e le condizioni di finanziamento. Allo stesso modo, la pianificazione della durata di detenzione andrebbe integrata sin dalla fase di acquisto, distinguendo a Parigi le operazioni con orizzonte inferiore a 22 anni — che sconteranno comunque l’imposta sul reddito sulla plusvalenza — da quelle strutturate per superare la soglia dei trent’anni, spesso più efficaci se attuate tramite trasmissione generazionale. A Milano, la finestra dei cinque anni consente invece di programmare la rotazione del portafoglio con un orizzonte ordinario, mantenendo comunque attenzione al regime speciale del Superbonus per gli immobili interessati da tali interventi, il cui periodo di osservazione fiscale si estende fino al decimo anno.

Una lettura d’insieme

Per gli investitori transfrontalieri — italiani in particolare, spesso orientati a Parigi per finalità patrimoniali più che locative, data la modesta redditività da affitto della piazza parigina — la lettura corretta non è quella di un mercato in difficoltà strutturale, ma di un mercato che remunera selettivamente la pazienza, e che oggi richiede quella pazienza in misura sensibilmente maggiore rispetto a Milano. Sommando il fattore fiscale al prezzo di ingresso e alla dinamica della domanda, il quadro complessivo depone a favore di un’allocazione più efficiente su Milano, dove capitale investito, tempo di rientro fiscale e liquidità del mercato convergono in modo più favorevole all’investitore. Parigi resta una piazza di eccellenza per finalità patrimoniali di lunghissimo periodo, prestigio e diversificazione valutaria e regolamentare, ma va strutturata — quando possibile — avvicinando la soglia dei trent’anni, anche tramite pianificazione successoria, per non disperdere in fiscalità il vantaggio di localizzazione.

Per investitori privati e family office la conclusione operativa è diretta: a parità di capitale allocato, Milano libera valore prima, con meno vincoli normativi e maggiore liquidità di mercato, mentre Parigi va riservata alle strategie patrimoniali di lunghissimo respiro, dove il prestigio della piazza compensa un orizzonte fiscale e regolamentare molto più lento.

di Maurizio Fraschini

Avvocato del Foro di Milano e Parigi, è partner dello studio BIP Law & Tax. Si occupa di M&A, real estate e private equity. Ha una consolidata esperienza nella strutturazione e realizzazione di operazioni societarie straordinarie e, in particolare, nella gestione dei differenti aspetti degli investimenti e della contrattualistica nel settore real estate.

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