L’espansione degli investimenti nei mercati privati da parte di investitori non istituzionali, famiglie facoltose e grandi patrimoni individuali sta crescendo rapidamente e le ultime rilevazioni continuano a indicare una forte propensione a incrementare l’esposizione verso asset class non quotate.
Secondo l’ultimo sondaggio condotto da Wakefield Research per Hamilton Lane su 390 tra società di private wealth, RIA, family office e altri professionisti della consulenza provenienti da Americhe, APAC ed EMEA, l’86% dei professionisti del private wealth intende incrementare gli investimenti nei mercati privati quest’anno, con una preferenza più marcata per il Venture Capital & Growth, che verrà aumentato da quasi la metà degli intervistati, seguito a stretto giro dal comparto Infrastructure.
L’ottimizzazione del portafoglio emerge come la principale motivazione dichiarata per questo forte interessamento, si legge nella nota della società d’investimento (la cui affiliazione non era stata comunicata ai partecipanti al sondaggio).
Al momento, la quasi totalità delle realtà di alto profilo è esposta almeno in minima parte ai mercati privati, con quote comprese tra l’1% e il 20% del proprio book. Le diverse strategie risultano rappresentate in modo equilibrato: il Private Equity pesa per il 19%, il Private Real Estate per il 18%, il Private Credit per il 16%, il Venture Capital & Growth per il 16% e il Private Infrastructure per il 15%.
“Quest’anno ha messo in luce un cambiamento tra gli investitori private wealth e i loro consulenti verso la costruzione di portafogli più resilienti. I risultati riflettono ciò che osserviamo sul mercato: i private markets sono oggi valutati con una lente rischio-rendimento più sfumata rispetto al passato”, ha dichiarato Beth Nardi, Head of U.S. Private Wealth di Hamilton Lane. L’83% degli intervistati ritiene infatti che il profilo rischio/rendimento dei private markets sia simile a quello dei mercati quotati.
Quella di Hamilton Lane non è l’unica indagine ad aver rilevato una crescente apertura degli investitori individuali verso un terreno un tempo riservato agli istituzionali.
Infrastrutture, private credit ed ELTIF: le scelte del wealth europeo
A confermare questa dinamica è anche la survey realizzata lo scorso luglio (e resa consultabile a gennaio) da Preqin e BlackRock sugli investitori private wealth europei, che fotografa un orientamento analogo: oltre la metà degli intervistati prevede di aumentare l’allocazione a private equity, private credit e infrastrutture nei prossimi 12 mesi rispetto ai dodici precedenti.
Se il real estate mostra un atteggiamento più prudente — il 43% degli investitori intende mantenere l’esposizione, il 40% aumentarla e il 17% ridurla, anche alla luce delle performance più deboli e delle difficoltà di raccolta registrate negli ultimi anni — sono soprattutto le infrastrutture a emergere come l’asset class con il maggiore potenziale di crescita nel breve termine. Il 67% degli investitori private wealth europei prevede infatti di incrementare l’allocazione verso questo comparto, considerato l’equity a più basso rischio nell’universo dei private markets grazie alla domanda relativamente stabile per servizi essenziali e alla maggiore visibilità dei flussi di cassa.
Anche il private credit, nonostante le attese di un possibile calo dei rendimenti rispetto al 2024-2025, mantiene un forte appeal: solo il 6% degli intervistati dichiara di voler ridurre l’esposizione.
L’espansione dell’interesse è accompagnata dall’evoluzione dei veicoli di investimento. Gli investitori europei si dichiarano ugualmente interessati a strutture open-ended e closed-end, mentre i fondi evergreen stanno guadagnando terreno come canale privilegiato per intercettare il capitale private wealth. Il 37% degli investitori intervistati ha già investito in un fondo evergreen, il 24% sta valutando attivamente un investimento, il 29% è ancora indeciso e solo il 9% esclude questa possibilità.
In questo contesto, un ruolo centrale è giocato dagli ELTIF (European Long-Term Investment Fund), il veicolo regolamentato a livello europeo pensato per convogliare capitale verso asset di lungo periodo come private equity, infrastrutture e private credit. Un terzo degli investitori private wealth europei ha già investito in un ELTIF, mentre un ulteriore 44% prevede di farlo nel breve-medio termine. Oltre la metà considera gli ELTIF una struttura evergreen idonea per investimenti in private equity e private credit nei prossimi dodici mesi. I fondi open-end risultano ora tra i più gettonati, superando in interesse i classici veicoli chiusi come prodotti da proporre alla clientela.
Il rafforzamento del quadro normativo con l’introduzione di ELTIF 2.0 nel gennaio 2024 — che ha ampliato la flessibilità sugli attivi sottostanti rispetto alla versione originaria del 2015 — ha contribuito a rendere il veicolo più attrattivo sia per i gestori sia per gli investitori. Oltre un terzo degli intervistati giudica il nuovo framework eccellente o adeguato, mentre un ulteriore 23% lo considera positivo ma ancora bisognoso di maggiore chiarezza. Solo l’1% lo ritiene non adatto all’investimento.
Il nodo della trasparenza e la sfida dell’educazione finanziaria
Resta però un tema centrale: la trasparenza. Il 32% degli investitori private wealth europei sondati da Preqin indica come priorità un miglioramento dell’informativa su track record e performance, un’esigenza che va ben oltre il perimetro degli ELTIF e tocca l’intero ecosistema dei mercati privati.
Non è un caso che la vendita di dati su private equity e private credit stia diventando un vero business a Wall Street. In un mercato in cui l’opacità è parte integrante del modello, l’informazione affidabile è sempre più preziosa — e costosa. Negli ultimi anni si è assistito a una corsa alle acquisizioni: S&P Global ha annunciato l’acquisto di With Intelligence per 1,8 miliardi di dollari; BlackRock ha rilevato Preqin per 3,2 miliardi; MSCI ha comprato Burgiss per 900 milioni nel 2023; Morningstar aveva già acquisito PitchBook per 200 milioni nel 2016. Un’ondata che segnala quanto il dato sui private markets sia diventato strategico.
Infine, emerge con forza la richiesta di educazione finanziaria. Nonostante la crescita delle allocazioni, l’ingresso nei private markets da parte del wealth europeo è ancora in una fase relativamente iniziale. Il 42% degli intervistati chiede esplicitamente materiali educativi e documentazione di prodotto pensati per il cliente finale, oltre a programmi di formazione per i consulenti. Liquidità, struttura delle commissioni e aspettative di rendimento sono i temi su cui i wealth manager avvertono maggiore necessità di strumenti di supporto.

