- I Magnifici Sette hanno assunto un peso sempre maggiore negli indici azionari americani e globali
- Uno studio Morningstar mette in guardia dal rischio della concentrazione in pochi titoli vincenti, che può portare a performance mediamente più basse
- Le strategie passive, inclusi gli Etf, tendono ad essere più diversificate dei fondi attivi
I Magnifici Sette sono sotto pressione dall’inizio dell’anno per i timori legati al ruolo dell’intelligenza artificiale nell’economia e l’impatto sui vari settori industriali, tra cui il software. Per alcune società, come Microsoft e Amazon, si è parlato di “bear market tecnico”, perché nelle prime settimane di febbraio sono arrivate a perdere oltre il 20% dai massimi di ottobre 2025.
Negli ultimi anni, Nvidia, Apple, Alphabet (Google), Meta (Facebook) e Tesla – oltre a Microsoft e Amazon – sono stati responsabili della maggior parte dei rendimenti di Wall Street e hanno assunto un peso sempre maggiore negli indici azionari americani e globali, guadagnandosi l’appellativo di Magnifici Sette.
Alla fine del 2025, il peso di questi titoli nell’indice Morningstar Global Target Market Exposure (22%), rappresentativo dei mercati globali, era superiore a quello combinato dei sette maggiori paesi non statunitensi (21%). Ora che la dispersione dei rendimenti è aumentata, gli investitori si domandano se convenga ancora puntare tutto sui Magnifici Sette. Ma la domanda ancora più generale è se valga la pena cavalcare l’effetto “il vincitore prende tutto” e avere portafogli molto concentrati.
La concentrazione degli investimenti penalizza le performance
Uno studio di Morningstar rivela che i fondi comuni di investimento più concentrati tendono ad avere una maggiore dispersione dei rendimenti, una più alta volatilità e a soffrire perdite più ampie quando i mercati scendono.
Lo studio adotta un approccio multidimensionale all’analisi della concentrazione dei portafogli dei fondi, non limitandosi solo a guardare il peso dei primi dieci titoli o la numerosità delle posizioni, ma considerando anche la concentrazione a livello settoriale e di generazione dei rendimenti.
Con il rally dei Magnifici Sette, la concentrazione degli indici azionari americani è aumentata negli ultimi anni, ma alcuni portafogli di investimento gestiti attivamente hanno mostrato un livello ancora più alto di posizionamento sui titoli su cui i fund manager avevano forti convinzioni, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, sui mercati emergenti e sull’azionario globale. L’analisi di Morningstar mostra che i portafogli più concentrati hanno mediamente ottenuto performance più basse di quelli più diversificati. Il periodo di osservazione è compreso tra settembre 2016 a settembre 2025, prendendo in considerazione i rendimenti annualizzati su periodi di tre anni.
“La differenza di rendimento annuo tra i fondi nel terzile meno concentrato e quelli nel terzile più concentrato è dell’1,0% e tale divario è statisticamente significativo. Tuttavia, la relazione non è uniforme tra i diversi universi di investimento e tipi di strategia”, spiega Francesco Paganelli, analista del Manager Research team di Morningstar.
“Nel complesso, i dati suggeriscono che, in media, non esiste alcuna relazione significativa tra concentrazione e rendimenti. Tuttavia, la concentrazione è fortemente associata a una maggiore dispersione nella performance. Sebbene in alcuni casi la concentrazione possa portare a una forte sovraperformance, essa comporta anche una sottoperformance con frequenza simile o maggiore”.
Il ribasso dei Magnifici Sette pesa sugli investimenti concentrati. Meglio gli Etf?
Le strategie attive basate su forti convinzioni di investimento risultano essere anche più rischiose, in termini di volatilità, e hanno maggiori probabilità di incorrere in perdite severe nelle fasi di ribasso dei mercati. Tecnicamente, si parla di “maximum drawdown”. Questo indicatore è particolarmente significativo se si considera che il mercato azionario americano nel suo complesso, come misurato dall’indice Morningstar Us market, è in leggero rialzo dall’inizio dell’anno (+0,12% in dollari al 16 febbraio), ma i Magnifici Sette segnano tutti ribassi nello stesso periodo, in alcuni casi a due cifre.
I fondi più concentrati tendono ad essere anche più costosi.
La differenza è significativa: i fondi attivi nel terzile più concentrato applicano, in media, 31 punti base in più all’anno rispetto a quelli nel terzile meno concentrato. “Uno dei fattori che contribuisce a questa differenza è che i fondi attivi altamente diversificati sono generalmente implementati utilizzando processi di investimento sistematici e scalabili e quindi applicano commissioni inferiori”, spiega Paganelli.
I ricercatori di Morningstar hanno anche scoperto che le strategie passive, inclusi gli Etf, tendono a essere più diversificate. Il riferimento è soprattutto a quelle che investono in titoli a larga capitalizzazione americani, europei o globali, dal momento che replicano indici che comprendono un ampio numero di titoli in diversi settori.
Fondi azionari growth stretti attorno ai Magnifici Sette
Guardando agli stili di investimento, i fondi più concentrati sono quelli orientati alla crescita (growth). Negli Stati Uniti, questo segmento è sempre più dominato dalle società tecnologiche, a partire dai Magnifici Sette. Ma anche in Europa, i gestori tendono a concentrarsi fortemente su un numero limitato di campioni globali nei settori del software, dei beni di lusso, della tecnologia e del farmaceutico, creando portafogli molto più ristretti rispetto alla media dei fondi azionari europei.
Per contro, i fondi azionari globali e Usa orientati al valore (value) risultano più diversificati sia in termini di peso dei singoli titoli nel portafoglio, sia di settori. Questo discorso non vale per le strategie value sui mercati europei, dove l’universo è strutturalmente più ristretto a settori come le banche, le utilities, l’energia e le telecomunicazioni.
Diversificare o giocare la carta del “il vincitore prende tutto”?
Negli ultimi dieci anni, il grado di concentrazione dei fondi growth è aumentato sia negli Stati Uniti, sia in Europa, con un accelerazione dal 2020 per effetto dell’effetto “il vincitore prende tutto” dei Magnifici Sette. Ma nello stesso decennio, l’analisi dei rendimenti mostra che la diversificazione è stata premiante, dal momento che i fondi meno concentrati hanno sovraperformato quelli più concentrati sia nell’azionario Usa, sia in quello europeo, globale e dei mercati emergenti.
In un momento in cui la narrativa sull’intelligenza artificiale sta cambiando, con segmenti come i titoli del software sotto pressione e gli investitori che si stanno focalizzando sui potenziali perdenti, l’effetto “winner takes all” potrebbe vacillare e l’importanza della diversificazione aumentare, perché in questo modo si possono avere in portafoglio quelle società che qualche volta possono fare la differenza, al di fuori delle mega-cap tecnologiche.

